25 Giugno 2020 undici anni senza Michael Jackson

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25 Giugno 2020 undici anni senza Michael Jackson

A cura di Musicastrada

“Ho lavorato con in più grandi artisti del ‘900, da Frank Sinatra a Duke Ellington, da Elvis a Miles Davis. Eppure, non ho mai visto in vita mia un talento come quello di Michael Jackson”. La prima volta che ho letto queste parole di Quincy Jones sono rimasto sbalordito. Era strano pensare a leggende come quelle collocando, al di sopra, Michael Jackson. Ammetto che allora avevo più ammirazione per Quincy Jones, nella sua veste di arrangiatore e direttore di magnifiche orchestre jazz, che per Jackson stesso. Il re del pop era morto ad appena cinquant’anni, fatto che non mi aveva né sorpreso né addolorato particolarmente. La fine triste di un personaggio triste. Da tempo si parlava di lui sotto ogni aspetto, fuorché inerente alla musica.

Tornai con la mente alla metà degli anni ottanta. In casa nostra c’era il vinile di Thriller, il suo capolavoro, successivamente arrivò anche Bad. Avevo nove anni ed ero molto interessato alla musica, il pop mi piaceva un po’ tutto. Michael Jackson era il numero uno, lo ammiravo. Restai molto colpito dai video di Billy Jean e Thriller. Già all’epoca di Bad, invece, ero più interessato agli Iron Maiden. Comunque lo ascoltai per un po’, mi piacque abbastanza. Ma ero cambiato, e il video di Bad mi parve ridicolo. Michael Jackson che fa il cattivo. Non ero più un suo fan. Poi accade che Guido, il mio migliore amico di allora, mi dice che andrà al concerto di Michael Jackson a Roma, allo Stadio Flaminio. Un evento epocale.
Ricordo frammenti, non troppi, il resto si perde nella nebbia delle battaglie, ma certe immagini sono ancora chiare, vivide. La fila, oceani di persone, ore ed ore sotto il sole. Era il 23 Maggio 1988, faceva caldo. Io e Guido eravamo del tutto sprovvisti d’acqua, c’è uno davanti a me con uno zaino da cui spunta una bottiglia d’acqua grande, senza pensarci troppo, la sfilo e me la inguatto. Si aprono i cancelli e cominciamo a correre. Ricordo la lunga corsa sul prato. E una rete di plastica che copriva tutta l’erba. Tutti seduti per terra, in attesa del concerto. Un’odissea per andare al bagno, al ritorno non trovo più varchi fra le persone sedute e resto a una decina di metri da Guido, fino a quando decido letteralmente di tuffarmi addosso alla gente e, come per miracolo, si spostano tutti. Ricordo le bottiglie di plastica lanciate contro Kim Wilde, che apriva il concerto. La mela, che stava per colpirla e la costrinse ad abbassarsi. Era orribile, però ci ridevamo. Poi si manifestò un problema che avrei avuto sempre in futuro, a tutti i concerti: la necessità di andare a pisciare proprio a ridosso dell’inizio. Probabilmente mancava non più di una mezz’oretta, la gente era tutta in piedi, i bagni erano irraggiungibili. Guido mi suggerì di farla in una bottiglia d’acqua vuota. Persuaso di non avere altra scelta, lo presi in parola, chiedendogli di farmi un po’ da scudo.
«Ma te voi girà!», mi urlano.
«Ma dove mi giro, che ci stanno cinquantamila persone!»

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Finalmente il buio, le grida “Maicol Maicol”, e comincia lo spettacolo, primo pezzo Wanna Be Starting Something. Per il resto, immagini, una ragazza del pubblico che sale sul palco, lo raggiunge, lui la abbraccia dolcemente e le dà un bacetto, prima che un enorme tizio della sicurezza se la porti via. Michael Jackson in lacrime, cantando una canzone che non ricordo, e una tipa vicino a me che dice: «Vie’ qua, Maicol, che te consolo io».
La chitarrista bionda, vestita di pelle, tostissima, col suono metal. Ricordo l’inizio di Dirty Diana, al buio, la silhouette solitaria del cantante, e poi ricordo lei, Jennifer Britten. L’apice fu raggiunto quando Michael sparì a un lato del palco, per poi rientrare un secondo più tardi dal lato opposto. Una cosa impossibile.
Nient’altro. Se non una certa eccitazione, allontanandoci dallo stadio nella notte. La sensazione di aver assistito a qualcosa di importante. Ma non durò a lungo. Il ricordo venne soppiantato da altri concerti, Ramones, Jingo de Lunch, Brian Auger, Alan Stivell, Phil Guy, Vinicio Capossela, McCoy Tyner, Willie Deville, tutto fuorché pop, e finì che cominciai quasi a vergognarmi di quel primo concerto, relegandolo in qualche angolo sperduto della mia memoria. Dove è rimasto fino a quando ho letto le parole di Quincy Jones.
«Stupido», mi sono detto. «Hai assistito al concerto del più grande talento della storia e nemmeno te ne sei accorto».
Poco importa se successivamente un Quincy Jones ormai ottantacinquenne, in un’intervista esilarante dal linguaggio molto afro e colorito, abbia avuto per Michael parole non esattamente benevole, riguardo a un presunto plagio di un brano di Donna Summer per la sua Billie Jean (“The notes don’t lie, man”), ai diritti non riconosciuti ad un suo collaboratore per un’intera sezione di Don’t Stop ‘Til You Get Enough (“Greedy, man”), alla malattia che ne avrebbe cambiato il colore della pelle (“Bullshit”). Compositore, cantante, ballerino, coreografo, produttore. Michael Jackson rimane il più grande.

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