A suon di… Karate – Li avete sentiti questi?

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A suon di… Karate – Li avete sentiti questi?

Il dispensare consigli è un abito che sento scomodo addosso dal momento che, sebbene tenda ad ascoltare chi si prodiga nel farlo con me, finisce sempre che faccia di testa mia, mettendo in conto l’eventualità di errori madornali di cui poi mi pentirò… ma è innegabile che esistano le eccezioni, ed alcune “sono più grandi di altre”...

La mia, di eccezioni in ambito musicale, si chiama Karate (Geoff Farina – voce e chitarra, Gavin McCarthy – batteria, Eamonn Vitt – basso e chitarra (1993-1997), Jeff Goddard – basso (1995-2005).
È stato proprio il nome dell’arte marziale più celebre sulla faccia della terra, che Geoff Farina ha scelto per il suo secondo, straordinario progetto dopo Secret Stars, duo dal sound minimalista che ha visto il suo esordio nel ’93, nato dall’incontro con Jody Buonanno, come lui di evidenti origini italiane, che lo ha seguito nella maggior parte dei suoi progetti.
Ho avuto la fortuna di incontrare i Karate diversi anni fa, ma soprattutto quella di poterli ascoltare dal vivo in più occasioni, durante i loro tour e mini-tour invernali nel “Bel Paese”, e le ultime volte mi trovavo davanti al palco de La Flog, a Firenze, che alla fine degli anni ’90 e durante i primi del nuovo millennio proponeva spesso incontri musicali interessanti. Considero la musica una delle esperienze più vaste ed emozionanti che possiamo vivere, e benché gravitasse nelle mie giornate da quando gattonavo sul pavimento, devo ammettere che da un bel po’ di tempo non riuscivo a trovare qualcosa di nuovo che mi potesse incuriosire, soprattutto in occasione di eventi live, ecco perché ci tengo in particolar modo a parlarvi di loro, ‘che magari vi son scappati fino ad oggi e “scoprirli” potrebbe essere una bella sorpresa anche per voi.
Sono sette i loro album che scorrono attraverso due decenni, sette perle preziose capaci di spiccare il volo sopra un oceano zuppo di copie di qualcos’altro.
L’omonimo disco d’esordio, Karate, uscito con la Southern nel 1995, è un album ancora acerbo, se paragonato al sound più ricercato che li caratterizza, e forse quello in cui emergono di più le non proprio eccezionali qualità vocali di Geoff Farina; alle pennellate decise di pezzi hardcore come Bad Tatoo o Trophy, si alternano ritmi più scanditi e lenti, come in Caffeine or me.
Con l’uscita del secondo album, In Place of Real Insight, la band di Boston scala la marcia ed è davvero tutta un’altra storia. Prende forma così il loro rock alternativo con forti influenze blues e jazz, e sulle note delle nove tracce proposte fa sentire sulla pelle le sue venature funky, passando il testimone ad uno slowcore ispirato e ricercato… combinazioni queste, che potrebbero sembrare incompatibili, ma che in realtà delineano alla perfezione il carattere di una band che non vuole uniformarsi e mira, centrando in pieno l’obiettivo, ad avere un proprio volto e una propria voce.
Non ci mettono molto, infatti, a far parlare di loro e numerosi sono i successi, soprattutto in Europa, dove tutt’oggi sopravvive uno zoccolo duro di fan, nonostante l’obbligato abbandono da parte di Geoff dei palchi, nel 2005, causato dall’insorgere di una problematica all’apparato uditivo, che ha decretato lo scioglimento del gruppo. Ma Farina non riesce a stare fermo un attimo e in barba ai timpani, i suoi progetti proseguono tutt’oggi, seppur con nuovi registri stilistici rispetto al tipo di musicalità a cui ci ha abituati con questa band unica.

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Nel 1998 Eamonn Vitt esce dal gruppo, ma il trio rimasto sfodera subito dal suo cilindro The Bad Is In The Ocean, l’album considerato dai più il loro capolavoro, quello che segna il raggiungimento della vetta, dell’equilibrio tra razionalità ed emozione.
È del 2000 l’uscita di Unsolved, forse l’album più tecnico della loro carriera, in cui i virtuosismi si sprecano; da apprezzare le deviazioni funky come quelle di The Halo of the Strange e The Roots And The Ruins… un LP, a mio avviso, dove la testa prevale sul cuore, ma lo fa sempre in maniera stupefacente.
L’amore per l’Italia e per sua moglie, conosciuta durante il suo primo concerto nello Stivale, portano Geoff sempre più spesso nel nostro Paese, ed è nel 2002 che viene presentato anche qui il quinto album dei Karate, Some Boots, un LP diverso dai precedenti, in special modo lontano dai virtuosismi di Unsolved… l’idea di base, messa in concreto durante la registrazione, propone spunti da diversi generi musicali, ed è un viaggio quasi schizoide che dai richiami reggae di First Release balza sulle note funky di Original Spies e Airport, senza tralasciare i momenti di rock più duro e compatto… e l’immancabile profumo di blues a inebriare gli ascoltatori per tutto il tragitto.
Pockets, che vede la sua uscita nel 2004, è un album segnato da una vena malinconica che sembra preludere alla fine della particolare avventura dei Karate… è così, in effetti, che l’anno successivo c’è solo il tempo di poter partecipare a In The Fishtank 12, ennesimo capitolo del progetto dell’etichetta Koncurrent, che offre la possibilità alle band (tra le altre Motorpsycho, Sonic Youth, Tortoise…) di avere carta bianca all’interno di uno studio di registrazione messo a loro disposizione per quarantott’ore. Nella rete dei Karate finiscono cover di artisti come Billie Holiday e Bob Dylan, rielaborate come ovvio, attraverso il loro riconoscibile sound…
Con la speranza di avervi incuriosito un po’, auguro a chi avrà la voglia di tuffarsi in questo mondo ricercato e policromo, un buon ascolto… a suon di Karate.

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