AKSAK MABOUL Dada Rock dal paese piatto

VeroniqueVincent&AksakMaboul

AKSAK MABOUL Dada Rock dal paese piatto

Alla fine degli anni Settanta dal gran calderone del rock sperimentale sorgono in Belgio gli Aksak Maboul. Formalmente il gruppo è un semplice duo ma la struttura è quella del gruppo aperto.

Gli Aksak Maboul sono di Bruxelles e vengono formati da Mark Hollander (tastiere, percussioni, effetti elettronici, sax, flauto, clarinetto, xilofono ) e da Vincent Kenis (tastiere, chitarra, basso, percussioni) nel 1977. I due fondano anche una casa produttrice la Crammed Discs per portare in scena una sorta di rock parodistico e progressivo con tendenze classiche ed etniche che taglia fuori i cliché del passato (rock cosmico e jazz rock) e proporre una ricetta simpaticissima e geniale di dada-rock che si situa tra le derive più estreme e ironiche del RIO (ovvero il Rock In Opposition degli Henry Cow) e il camerismo dei connazionali Univers Zero (privato però dalla sua componente più drammatica). La scelta del duo è quella di privilegiare una sorta di eclettismo compositivo che naviga tra le forme sonore meno comuni e amalgamabili (e quindi fra le più intelligenti) impegnandosi a diluire in unico liquido Ravel, Wyatt, Weill, Riley e gli Hatfield And The North. L’arma degli Aksak Maboul è proprio l’apparente semplicità: i motivi sonori proposti sono freschi, sbarazzini, ricordano melodicamente le colonne sonore dei film di Jacques Tati ma a creare volutamente confusione è l’estremo plurilinguismo in cui confluiscono scampoli di jazz, musica etnica, modernariato elettronico e classica contemporanea. Nel mimetismo divertito e sorprendente del loro primo album Onze Dances Pour Combattre La Migraine (1977) in cui momenti di grande concentrazione sfociano in improvvisi divertissement, trovano posto la novelty di Mercredi Matin per carillon e organo Farfisa e quella più astratta di Milano Per Caso (con inserti di pubblicità anni Cinquanta) i lied espressionisti di Chanter Est Sain, Cuic Steppe e Sons Of L’Idiot (con flauti etnici di contorno), la sonata astratta da camera di Animaux Valpeaux, Fausto Coppi Arrive e DBB, la filastrocca infantile di Tout Le Trucs Qu’ll Y A La Dehors, il madrigale medievale di Ciobane, la muzak futurista di Sure Gurke, il ripetitivismo alla Riley di Vapona Not Glue, Mastoul Alakefak e Glympz, l’estroso nonsense alla Residents di Three Epilectic Folk Dances, il divertissement jazz di Comme On A Dit e persino una felliniana versione di The Mooche (scritta da Duke Ellington). A questo grande gioco sonoro trovano posto le sonorità più desuete, dall’arsenale di strumenti acustici ai pionieristici interventi di drum machine e addirittura di campionamento creativo. I quadretti musicali così carichi di humour sfuggono dall’esplicito per creare un proprio universo formale, un variopinto carnevale che avrebbe fatto la felicità dei situazionisti francesi del Maggio ’68 e gli artistici eclettici del Movimento del ’77 italiano (per es. i Confusional Quartet). Nel 1979 il gruppo aderisce al movimento RIO con l’entrata in formazione di tre ex Henry Cow, Geoff Leigh (sax; nel gruppo fin dal 1978), Chris Cutler (batteria) e Fred Frith (chitarra, basso). L’arrivo di questi alfieri del rock d’avanguardia europeo ha l’effetto di rendere il programma musicale del gruppo (ridenominatosi Aqsak Maboul) ancora più cerebrale e avventuroso con riferimenti più espliciti alla musica etnica e a procedimenti di studio più coraggiosi ma anche con una certa rigidità compositiva che non raggiunge però i fasti liberatori del debutto. Nel nuovo album del 1981 Un Peu De L’Ame D’un Bandit (prodotto dallo stesso Frith), al bozzettismo del primo LP si sostituisce una registrazione ambiziosa e stravagante con un orchestrazione nel quale tastiere, fiati e percussioni sono perfettamente arrangiati dando vita a un suono molto più irregolare e intricato quasi assurdo nella testardaggine con cui giustappone generi musicali filtrati attraverso il mezzo dell’improvvisazione nel campo del jazz e della musica classica contemporanea. Il brano d’apertura A Modern Lesson un blues alla Bo Diddley decostruito con canto espressionista, propulsioni no wave e bandismi zappiani mette subito le carte in tavola del nuovo corso: meno brani (7 brani contro i 17 del primo LP) ma ognuno di questi non suona mai allo stesso modo pur condividendo un massimalismo che flirta con la cacofonia e contemporaneamente compone un collage in cui un elemento di un brano si collega ad un altro.

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Per esempio se Inoculated Rabies inizia con uno spasmo hard rock per tramutarsi in un duetto fra fagotto e clarinetto basso creando così una dissonanza fra intro e svolgimento del brano, in Palmiers En Pots un lied romantico si tramuta in un tango vorticoso per archi e a sua volta in I Viaggi Formano La Gioventù una litania mediorientale si tramuta in un raga per consentire ad Hollander di filtrare la musica tradizionale attraverso una forma barocca di decostruttivismo; il concetto di dissonanza si eleva a livello di meta commento. Il tributo alla avanguardia degli Henry Cow viene pagato nel nonsense di Geistigenacht che tramuta un funk sinistro in una maionese impazzita di suoni e in Bosses De Crosses (una bonus track) che appiattisce l’espressionismo degli Henry Cow alla danza moderna dei Pere Ubu. La suite di 22 minuti di Cinema riassume il senso dell’intera operazione suonando come se la colonna sonora del film Fantasia fosse degenerata in un’imbarazzante jam maniacale. A metà degli anni Ottanta il gruppo si scioglie definitivamente. Hollander rimane nel campo dell’underground producendo fra gli altri i lavori dei Tuxedomoon e di Hector Zazou. Gli Aksak Maboul sono una delle operazioni più originali e irripetibili partorite dall’underground belga. Se gli Stereolab fossero rimasti allo stadio di bambini geniali ed eccentrici avrebbero suonato così.

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