BRUCE SPRINGSTEEN, LA LUCE ALLA FINE DELL’OSCURITA’ – “Darkness on the edge of town”, 30 anni dopo (e qualcosa in più…)

di MASSIMILIANO LAROCCA

IL BOX RETROSPETTIVO
E’ l’avvenimento discografico di questo inverno, se non addirittura dell’intero 2010: Bruce Springsteen apre gli archivi e le porte sulle tanto mitizzate session di registrazione che portarono alla realizzazione di “Darkness on the edge of town” (1978), uno dei suoi album più belli ed amati.

Un doppio cd di canzoni inediti proveniente da queste session, e soprattutto “The promise: the making of Darkness on the edge of town”, un film-documentario che racconta la genesi e le vicende che portarono alla creazione di quell’album capolavoro.
Un film, questo, che è stato presentato di recente anche al Festival del cinema di Roma, con la presenza del Boss in persona: conferma ulteriore dell’importanza che “Darkness” ha avuto nella carriera di Springsteen nel creare e nel consegnare alla storia la poetica e l’immaginario musicale e letterario del rocker del New Jersey.

LA GENESI DEL DISCO
“Darkness on the edge of town”, l’oscurità ai margini della città: una collezione di 10 canzoni che sembrano raccontare un ininterrotto film noir americano degli anni ’50, ma che dietro ai personaggi e alle storie di periferia narrate nasconde le ossessioni e la rabbia di un artista giunto nel 1977 al giro di vite della sua carriera. Dopo i fasti giovanili di “Born to run”, dopo le copertine di Time e Newsweek, dopo la fama e il successo raggiunti dopo anni di incessante vita on the road, Springsteen si trovava ad affrontare il cinismo degli anni ’70 sotto le spoglie di una lunga causa legale col suo ex-manager Mike Appel. Una causa di diritti di autore e di edizione che ben presto assunse però connotati ben più ampi fino a diventare una battaglia per una completa libertà artistica. E’ in mezzo a tutto questo che Springsteen affronta le registrazioni del suo nuovo disco, 3 anni dopo “Born to run”, con maggiore consapevolezza e maggiore disillusione allo stesso tempo. “Born to run” era stato l’album della “rabbia giovane”, un grande affresco sulla gioventù americana degli anni ’50 e ’60 con tutto il carico di promesse relativo e tutto il bagaglio di suoni e arrangiamenti che quel periodo portava con sé: il wall of sound di Phil Spector, il romanticismo di Roy Orbison, il soul e il rhythm’n’blues, James Dean e l’insoddisfazione giovanile da street gangs. Un motore che aveva funzionato a pieni giri, partorendo capolavori come la title-track, “Thunder road”, “Backstreets” e una versione riveduta e corretta di West Side story condensata in soli 10 minuti, “Jungleland”; un disco che aveva consegnato Springsteen alla storia del rock ben aldilà di quello che sarebbe stato il passo artistico successivo. Il salto da “Born to run” a “Darkness” fu enorme, perché enorme fu il tempo che trascorse tra i due album (3 anni), che, discograficamente parlando, all’epoca era una mostruosità. E nei 3 anni di forzato “riposo” a causa delle vicende legali, Springsteen fu prolifico come non mai, riversando in musica e in canzone tutta la rabbia e la frustrazione per la fine degli anni dorati della sua innocenza rock’n’roll, spazzata via a colpi di audizioni e di carte bollate. “Badlands”, “Adam raised a cain”, “Streets of fire”, “Darkness on the edge of town”: titoli che sono espliciti del momento umano e artistico vissuto da Bruce, titoli che sembrano rubati ai tanti b-movie che Hollywood partoriva nei ruggenti anni cinquanta. Liriche dure che raccontano la necessità della crescita e che proprio per questo finiscono per diventare vere e proprie canzoni di “resistenza” umana: l’orgoglio di “Prove it all night”, la speranza di “The Promised Land”, la fuga di “Racing in the Street”, l’amore a pagamento di “Candy’s room” sanciscono l’avvenuta maturazione di un autore e di un uomo che dal duro confronto con la realtà ne esce indurito ma più consapevole della forza e della redenzione che la musica può offrire. Un passaggio umano e artistico che è in fondo anche passaggio simbolico tra due epoche: dal romanticismo e l’idealismo dei sixties al cinismo della fine degli anni ’70, del quale il punk fu al tempo stesso filiazione e reazione.

“THE PROMISE”, IL FILM
“The promise: the making of Darkness on the edge of town” è il documentario di Thom Zimmy sulla realizzazione di questo disco epocale, ed è contenuto in questo fantastico cofanetto assieme ad altro materiale video inedito che dal 1976 arriva fino ai giorni nostri. Un film presentato con grande successo al Festival del cinema di Roma, come già detto, ma che soprattutto apre una panoramica su un aspetto di Springsteen mai prima d’ora reso pubblico: il suo metodo di scrittura e il suo metodo di lavoro in studio. Emerge il perfezionismo e la testardaggine dell’artista americano che, proprio come un regista cinematografico, attraversa le più disparate fasi di preparazione e di messa a fuoco dell’album, concepito non come una raccolta di canzoni ma bensì come un unico racconto che si dipana attraverso 10 episodi. Una devozione e un rigore di lavoro talmente forti da spingere Springsteen ad escludere dalla scaletta finale del disco brani di sicuro successo commerciale, in primis quella “Because the night” che, messa da parte dal Boss non appena scritta, diventerà un successo mondiale nell’interpretazione di Patti Smith. E’ il Boss stesso a guidarci con le immagini attraverso la lunga preparazione e i fatti che la generarono: il successo, le paure e le riflessioni sulle proprie radici e sul padre, sui luoghi di appartenenza e sul quel senso di comunità che da sempre è il sottotesto più forte e pregnante delle canzoni e dell’universo springsteeniano. Non mancano anche voci esterne, come i membri della E Street Band, il manager Jon Landau, il tecnico del suono Jimmy Iovine, dal quale apprendiamo che Springsteen arrivò in studio con oltre 70 canzoni tra le quali scegliere le 10 che sarebbero entrate a far parte del disco.

LA MUSICA
Musicalmente, “Darkness” era un pugno in un occhio.
Abbandonata la grandeur spectoriana dell’album precedente, Springsteen voleva un sound che fosse più rurale e meno urbano da una parte, ma che dall’altra facesse propria un’attitudine più diretta e immediata mutuata dal punk che all’epoca sconvolse ogni canone musicale e produttivo da una parte all’altra dell’oceano. Con le chitarre più in primo piano che mai, col sax di Clarence Clemons ridimensionato nelle dinamiche della band e per questo più incisivo, con un sound possente e asciutto di batteria (tipico del Iovine-sound), “Darkness” creò uno stile e un sound che molti in seguito ricercarono e riprodussero: era di fatto la nascita del mainstream rock, esploso in concomitanza col boom delle radio FM in America, che sull’onda lunga del Boss lanciò in orbita anche le carriere di Tom Petty (con “Damn the torpedoes”), Bob Seger (con “Stranger in town”) e molti altri rockers con la giacca di pelle e le ballate facili. Quelle stesse radio che nel corso del 1978, durante il tour che fece seguito al disco, battevano da costa a costa il sound di “Darkness” trasmettendo in diretta dal vivo i chilometrici e leggendari concerti di Springsteen (durata media 3 ore e mezzo) sancendone la grandezza di performer on stage.

I PERSONAGGI
I tanti personaggi delle canzoni di “Darkness” sembrano essere la stessa persona.
Uomini che cercano di farsi strada attraverso il buio della propria esistenza, alla ricerca di uno spiraglio di luce. Ci sono due ragazzi qualunque nell’America degli anni ’50. Di giorno lavorano, ma alla sera si dedicano a ciò che amano di più: le macchine da corsa. Prendono normali auto e le truccano, poi al sabato sera indossano le loro giacche, si sciacquano la faccia ed escono per prendere parte a delle corse illegali. Non lo fanno per soldi, non lo fanno per noia: lo fanno perché è l’unico modo che conoscono per sentirsi vivi. Poi nel mezzo della storia compare una ragazza che si frappone tra i due amici, e il finale prende una piega inaspettata. Potrebbe essere la storia di James Dean e di “Gioventù bruciata”, ma questa è “Racing in the street”, l’ultimo brano della facciata A di “Darkness”. Lineare e immaginifica come un vecchio film in bianco e nero di Robert Mitchum. Un percorso di fuoriuscita questo che riguarda tutti le figure ritratte da Springsteen: dall’uomo che ha perso la moglie e la propria identità e aspetta solo l’appuntamento col destino in quella collina ai margini della città, al lavoratore che costruisce col proprio sudore e le proprie pene la propria “terra promessa”; dal working class hero che ogni mattina attraversa i cancelli della fabbrica con la “morte negli occhi” alle metafore bibliche dietro le quali si nasconde il bisogno di emancipazione di un figlio dalle colpe del padre e del passato. E’ la luce che i personaggi di Springsteen procacciano, ed è una ricerca che intraprendono senza compromessi e senza mezzi termini: quella stessa determinazione che animava il Boss in questo suo percorso di consapevolezza e di ricerca di una scrittura adulta che fosse l’ennesimo capitolo del Grande Romanzo Americano che Springsteen stava, forse inconsapevolmente o forse no, scrivendo.

MASSIMILIANO LAROCCA
www.myspace.com/massimilianolarocca
Musicista e cantautore fiorentino, attivo da 10 anni, ha pubblicato tre album, e collaborato con Riccardo Tesi, Massimo Bubola e con artisti internazionali come Joe Ely, Terry Allen, Tom Russell. Ha suonato ovunque in Italia,oltre che in USA, Francia, Scozia e Belgio. L’ultimo suo disco è “Chupadero!” (2010), registrato a Santa Fe (New Mexico USA) e pubblicato per la Universal Music.