Dalla parte di Vinicio

16_9_Vinicio_Capossela_-_2017210181643_2017-07-29_Burg_Herzberg_Festival_-_Sven_-_1D_X_MK_II_-_0530_-_AK8I3660

Dalla parte di Vinicio

RUBRICA

A cura di Lukas Bernardini

Parecchi anni fa, quando vivevo in Messico e Youtube era ancora relativamente una novità, mi sentii deliziato dalla possibilità di andare a riscoprire dischi e canzoni del mio passato che non ascoltavo, magari, da decenni.

E, di certi artisti, indagare il percorso successivo, scoprendo lavori che non avevo avuto la possibilità di acquistare. Soprattutto di quelli italiani, che in Messico non avevano diffusione (fatta eccezione per alcune edizioni di grandi successi generici, quasi folcloristici, Modugno, Carrà, Ricchi e Poveri, Nicola di Bari!). Quando si vive all’estero e si è appassionati di musica, le note e le parole di un artista amato ricongiungono con la propria terra, e non c’è nulla di triste o di nostalgico, solo un senso di sicurezza, come se da qualche parte, sotto la corda dei tuoi funambolismi, ci fosse sempre una rete tesa, pronta ad accoglierti in caso di caduta. Questo, per me, era Vinicio Capossela. Ero in Messico quando uscirono dischi fondamentali come “Canzoni a Manovella” e “Ovunque Proteggi”. E c’ero anche dopo, quando uscirono “Da Solo” e “Marinai, Profeti e Balene”. Mi gettai a capofitto in quelle atmosfere magiche, dentro c’era l’Italia, ma anche tanti altri mondi, passati e presenti, reali o immaginari. Un giorno lessi un commento riguardante la canzone “Pryntyl”, incantevole ritratto di una sirena tratto da “Scandalo negli abissi” di Louis Ferdinand Céline. Si trattava addirittura di una accusa di plagio. Secondo l’autore del commento la canzone di Capossela era spudoratamente copiata da “Honolulu Baby”, brano del 1933 scritto per un film di Laurel and Hardy (da noi Stanlio e Ollio). Ora, pur ammettendo una certa somiglianza, non fosse altro per l’impronta musicale che Capossela aveva voluto dare al pezzo, mi sembrò un commento fuori luogo. E mi azzardai a rispondere con una semplice frase: il plagio non esiste. Era un velato riferimento al grande Nino Rota, che era stato accusato di plagio per la colonna sonora de “Il Padrino”, quando in realtà aveva semplicemente plagiato se stesso, riprendendo il suo tema per “Fortunella” di Eduardo de Filippo. Questo paradosso spiegava come il cosiddetto “plagio”, ovvero l’uso di brani altrui, per dirla con le parole del saggista Giorgio Mangini, debba essere considerato come un modo di “ereditare per non possedere”. Improbabile, quindi, per un musicista, scrivere prescindendo da quello che è il suo bagaglio musicale. Ma questo non significa copiare. Omaggiare, forse, è la parola più indicata (lasciamo stare il caso Michael Jackson Al Bano, per favore). Ma la risposta del mio contendente è caustica: se il plagio non esiste, Capossela non esiste. Colpito e affondato. Ben presto scopro che quel tizio non è il solo a pensarla così. “Polpo d’amor”, pezzo d’atmosfera registrato con il gruppo texano Calexico, sarebbe il plagio nientemeno che di “Jockey full of bourbon” di Tom Waits, “L’oceano oilalà” una scopiazzata di De Andrè, ma le accuse tirano in ballo Paolo Conte e perfino Gianna Nannini. Commenti di illustri sconosciuti, intendiamoci, che si perdono comunque nelle miriadi di “genio”, “meraviglia”, “il più grande di tutti”, “poesia inarrivabile” ecc… Mi ritrovo però a domandarmi chi sia davvero Vinicio Capossela. Per me, non per gli altri. L’accusa di scimmiottare Tom Waits è la più ricorrente. Lui stesso mi pare che non ne abbia mai fatto mistero, tanto da ingaggiare Marc Ribot, storico chitarrista di Waits, per ricreare proprio quelle sonorità. È il verbo scimmiottare che non gli rende giustizia. Genio? No. Non ha inventato un genere, non ha creato uno stile inconfondibile come Waits o lo stesso Paolo Conte. E mai si è atteggiato a genio, per altro. L’approccio musicale di Capossela è diverso. Grande musicista e stravagante paroliere, ha messo la sua arte al servizio di suggestioni letterarie, mitologiche, storiche, personali, attribuendo ad ognuna la musica che riteneva più adatta all’argomento trattato e attingendo alla sua cultura musicale, che spazia dal jazz alla musica balcanica, dal blues alla chanson francese, dalla bossa nova ai mariachi, dal rebetiko allo swing, dalla tradizione popolare alla musica etnica.

Iscriviti alla newsletter di Musicastrada

Ogni sua canzone sembra essere un cortometraggio in cui la musica sorregge un testo che corrisponde alle immagini. Se il soggetto richiede atmosfere waitsiane, lui è in grado di riproporle a suo modo, senza fare torto a nessuno. Ma copiare è altro, accusare di questo Capossela sarebbe come accusare Eric Clapton di aver copiato BB King. Si chiama ispirazione. Ai più scettici lascio una lista, fatalmente incompleta, che non paga neanche quel pegno, solo canzoni sue, super sue (come disse Fernanda Pivano a proposito di “Like a rolling stone” di Bob Dylan):
– All’una e trentacinque circa
– Modì
– Ultimo Amore
– …E allora mambo
– Non è l’amore che va via
– Con una rosa
– Bardamù
– Resto qua
– Dove siamo rimasti a terra nutless
– Moskavalza
– Ovunque proteggi
– Orfani ora
– Il povero cristo

Lascio fuori “Marinai Profeti e Balene” che, pur essendo pieno di ispirazioni riferibili ad altri autori (come di brani del tutto originali), è una sorta di concept album che va considerato per intero, meraviglioso viaggio attraverso mari in tempesta, paure ancestrali, creature mitologiche, congiunzioni astrali, venti mediterranei densi di salsedine e metafore bibliche. Per concludere, vorrei citare le parole dello stesso Capossela alla fine di un concerto al Palladium di Roma a cui ebbi la fortuna di assistere nei primi anni 90, che all’ovazione di un pubblico che aveva già intuito in lui un patrimonio italiano di cui andare fieri, rispose semplicemente: «Grazie. Sono solo un cantante».

leggi anche…

Gli Ultimi Articoli

un articolo a caso

TUTTE LE RUBRICHE

Iscriviti alla newsletter di Musicastrada

news musicastrada