DIED PRETTY “Free Dirt” La gemma oscura del down-under punk

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DIED PRETTY “Free Dirt” La gemma oscura del down-under punk

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Se c’è un album che più di tutti può ambire alla palma della vera One Hit Wonder, questo è Free Dirt dei Died Pretty, sia perché il gruppo dopo quest’album uscito nel 1986 per la Citadel Records non si sarebbe mai più ripetuto agli stessi livelli, sia perché costituisce una vera e propria summa di stili in sole 10 canzoni, sia perché ci si ricorda dei Died Pretty in realtà solo per quest’album.

I Died Pretty sono un gruppo australiano di Sidney formatosi nel 1983 su impulso di tre forti personalità: il cantante Ronnie Peno che aggiornava lo shouter blues alla disperazione del post punk, il chitarrista Brett Myers abile a destreggiarsi fra folk rock, garage e new wave, il tastierista Frank Brunetti che riesumava l’organo surf di Ray Manzarek. Con loro inizialmente militava anche Rob Younger il mitico cantante dei conterranei Radio Birdman (che qui suonava la batteria) ma presto il gruppo si assestò in quintetto con Colin Barwick (batteria) e Jonathan Licklitter (basso). Le loro registrazioni iniziali (i due singoli del 1984 Out Of The Unknown e Mirror Blues) erano imbrigliate dagli schematismi psichedelici del dark punk reminiscenti dei mantra dei Suicide (il primo) e delle trenodie dei Velvet Underground (il secondo) i cui funerei psicodrammi ritornano anche in Ambergris (il pezzo forte dell’EP Next To Nothing del 1985). A questo punto, pur mantenendo fermi i tre leader iniziali il gruppo è già mutato con Mark Lock al basso e Chris Welsh alla batteria. Qui inizia la loro stagione maggiore con il coagulo in unico compatto e denso sound che tiene insieme psichedelia, garage rock, folk rock e dark punk.

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L’inno cupo e vibrante di Stoneage Cinderella dal singolo del 1985, il folk-punk evocativo di Blue Sky Day e la teatrale ed enfatica Next To Nothing (un baccanale di organo, tastiere e sax) dal 12” del 1986 fungono da apripista per Free Dirt nel 1986. In quest’album che segna il definitivo abbandono della furia hardcore e l’immersione del gruppo in sonorità più pop ammantate da morbosità psichedeliche viene coniata una nuova forma canzone che è l’epitome dello spleen esistenziale della metà degli anni Ottanta 
(fin dalla copertina: una foto in bianco e nero dell’arido e desolato outback australiano), concentrando in unico prodotto il folk rock metafisico di Bob Dylan nella morbosa liturgia di Life To Go, la ballata disperata e maledetta di Gram Parsons (il country roots di Through Another Door) e gli oscuri cerimoniali dei Velvet Underground (le torbide e ossessive sonate di Round And Round e The 2000 Yaer Old Murder) e soprattutto dei Doors (lo psicodramma di Just Skin). Qua e là la melodia folk e l’impeto del punk si mescolano e si autoalimentano (la stralunata Laughing Boy) fino a pervenire addirittura a un contorno pittoresco di quadriglie scapestrate alla Holy Modal Rounders in Wig Out. A dare una mano intervengono come ospiti Tim Fagan (sax), Graham Lee (pedal steel guitar), Louis Tillett (piano), John Papanis (mandolino), Julian Watchorn (violino).
Tutto il materiale è maneggiato con cura e destrezza da un gruppo che sembra aver trovato in quei soli 10 pezzi una sintesi di generi, una metafora della disperazione non ignara delle litanie di Patti Smith e dei melodrammi di Bruce Springsteen e un momento irripetibile della loro carriera. Salvo qualche altra sparuta testimonianza della loro arte, i Died Pretty non si ripeteranno mai più a questi livelli

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