Elephant 6 e il Folk-Pop della Louisiana - Storie di musici e musica

Elephant 6 e il Folk-Pop della Louisiana – Storie di musici e musica

La storia della casa discografica Elephant 6 è uno dei casi più atipici del mercato discografico e della storia del rock americano. In pratica era una label fondata da un gruppo di amici inizialmente per promuovere le loro canzoni edite in cassette autoprodotte ma col tempo divenne la casa madre del pop della Louisiana, un genere tanto surreale quanto influente.

Il motore di quest’impresa fu Robert Schneider nato in Sudafrica e emigrato nel 1977 in Louisiana. Lì a Ruston incontrò Jeff Mangum col quale fondò il Collettivo degli Elefanti una sorta di club goliardico. Agli inizi degli anni ’80 si aggiunge a loro Will Cullen Hart e i tre cominciano ad ascoltare musica di vario genere, a comporre pezzi propri e a registrarli su cassetta. Mangum (cantante e polistrumentista) e Hart (chitarra, voce) hanno rispetto alla musica e alla gestione della label un approccio più punk, un po’ sperimentale, un po’ do-it-yourself, fieramente adolescenziale. Schneider (chitarra, tastiere) è invece più creativo e articolato nelle sue composizioni: si intravvede già in lui il produttore pop in erba. Poco dopo si aggiunge Bill Doss (chitarra, basso) i cui gusti spaziano dai Van Halen ai Beatles. Questo gruppo di amici, complice il completo isolamento del luogo (Ruston è piccola, il negozio di dischi più vicino è a 60 KM) sono portati ad orecchiare diversi stili musicali e a trarne una summa poliedrica ed eclettica.

A questo punto fondano la Elephant 6 e i Cranberry Lifecycle, un gruppo seminale di lo-fi surreale che mischiava beat, psichedelia, punk americano e pop sghembo: il marchio di fabbrica dei futuri gruppi della label. Finite le scuole Will, Jeff e poi Bill lasciano Ruston e vanno a studiare all’università di Athens, e là formano il primo embrione degli Olivia Tremor Control. Poco dopo Mangum se ne andrà per dedicarsi al suo personale progetto collaterale, i Neutral Milk Hotel. Il primo vero gruppo della Elephant 6 esordì con gli EP Inventory Yourself A Shortcake (1991; Synthetic Flying Machine), Beauty (1992) e Hype City Soundtrack (1993), esempi di pop dadaista (alcuni brani sono semplici conversazioni). Il sound del gruppo si delinea meglio col 12’ Everything Is (1994; la title-track) e col 1° LP On Avery Street (1996; collabora Schneider): un pop sfocato dal feedback con bizzarri arrangiamenti fra la musica classica e i Beach Boys deformati dall’elettronica (Song Against SexMarching Theme3 PeachesNaomiPree Sisters Swallowing On A Donkey’s Eye). Mangum mette su un vero gruppo per il concept album sulla vita di Anna Frank In The Aeroplane Over The Sea (1998): Jeremy Barnes (batteria), Julian Koster (banjo, fisarmonica), Scott Spillane più vari collaboratori (inclusa una sezione fiati e Schneider che produce).

Il risultato è un album folk ma nella visione follemente psichedelica dei Pearls Before Swine, con in più una maniacale attenzione al dettaglio meglio se imprevedibile e l’uso di strumenti esotici (King Of Carrot Flowers Pts. 1-3Two Headed BoyCommunist DaughterOh Comely, la title-track: diverrà l’album-manifesto della Elephant 6. Perso Mangum,  Hart e Doss rimpolparono il progetto Olivia Tremor Control con Peter Erchick (tastiere), Eric Harris (batteria, theremin) e John Fernandes (basso, violino, clarinetto), dando vita al pop psichedelico degli EP California Demise (1994; Love Athena) e The Giant Day (1996). Questi EP fecero da apripista all’ambizioso Dusk At Cubist Castle, un LP di rivisitazioni eccentriche degli anni ‘60 con citazioni dei Beach Boys (Jumping Fences), dei Byrds (Define A Transparent Dream, la suite Green TypewritersGravity Car), dei primi Pink Floyd (Memories Of Jacqueline 1906Can You Come Down With Us), dei Beatles (NYC-25). Seguirono l’album ambient Explanation II (1997) e 2 LP di avanguardia The Late Music (1997; accreditato ai Black Swan Network) e Olivia Tremor Control vs Black Swan Network (1998).

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Gli OTC diedero un ulteriore prova della loro abilità con Black Foliage (1999) un LP che  assembla con tecniche di cut-up, frammenti musicali, curiosamente arrangiati e sottoposti a una decostruzione fatta di contrappunti cacofonici (A New Day), composizioni sperimentali (Grass CanonsThe Bank And Below Ite aleatorie (la title track e Combinations ripetute più volte in diversi arrangiamenti). In sé l’album è un gigantesco collage con citazioni dei Turtles (A Sleepy Company), dei Beach Boys (Hideway), dei Beatles (I Have Been Floated), dei Byrds (A Place We Have Been To); anche se prolisso ridefinisce l’arte dell’album concettuale. Gli OTC si dissolsero poco dopo.

Quanto a Robert Schneider, nel 1992 si trasferì a Boulder dove incontrò John McIntyre (basso) col quale formò gli Apples In Stereo; Hilarie Sidney (batteria, voce) e Chris Parfitt (chitarra) si unirono per il classico singolo d’esordio Tidal Wave (1992). L’EP Hypnotic Suggestion (1994) e il 1° album Fun Trick Noisemaker (1995) li laureò come dei Beach Boys col synth (GlowrooomLucky CharmHigh Tide). Lo zenith fu raggiunto con Tone Soul Evolution (1997) dove riluce l’abilità artigianale di Schneider e del nuovo arrivato John Hill (chitarra, voce) capaci di licenziare una cornucopia di melodie orecchiabili (Seem SoWhat’s The #,  Shine A LightGet There FineTin Pan Alley) da far invidia a tutto il brit-pop. Schneider non si è più ripetuto a questi livelli e i successivi LP per quanto buoni suonano stereotipati. In pratica alla soglia del 2000 tutti i maggiori gruppi della Elephant 6 erano finiti; ma la label andò avanti con i gruppi collaterali dei vari fedele comunque alla filosofia di “sperimentazione con pochi mezzi”.

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Tutti noi che suoniamo prediligiamo l’esecuzione dal vivo, perchè il cuore, l’anima del musicista non possono essere riprodotti da nessun software per quanto fedele, ed ogni volta che registriamo cerchiamo di catturare l’anima di una parte musicale in modo da emozionare l’ascoltatore. Figuriamoci se non mi ero preoccupato del risultato di questo lavoro… Dunque, si faceva così:  uno dei due abbozzava un pezzo, poi mandava un mp3 all’altro tramite mail; l’altro lo sentiva, si faceva un’idea di come arrangiare quel pezzo, della direzione in cui spingerlo, poi chiamava il primo al telefono per sentire se era d’accordo o no. Trovato l’accordo telefonico, il secondo registrava le tracce di alcuni strumenti e poi spediva un cd con i file wave all’altro, che li inseriva nel computer poi li mixava, e via così fino alla fine. Semplice, no? Ora, alla luce di tutto questo, la rete ci ha semplificato la vita o ce l’ha resa un CASINO bestiale? Metteteci nel mezzo alcuni cd masterizzati male, le poste che perdono la roba, la connessione che si incanta, formati illeggibili dal computer dell’altro…in molti momenti, personalmente, ho avuto la sensazione di spingere un monolite con la schiena sulla cima di un monte. La cosa importante rimane, naturalmente, il risultato finale; entrambi siamo molto contenti di come sta venendo il lavoro; poi, tutto sommato, una volta presa la mano con questo modo di lavorare le cose vanno anche abbastanza da sole. Proprio questo passaggio porta alla riflessione finale: forse tutto questo bordello che c’è nel mondo adesso (ogni riferimento ai palazzi governativi è puramente casuale) equivale alla nostra prima fase: ci sono un sacco di strumenti nuovi, e ancora non siamo in grado di usarli in modo appropriato. Poi, quando saremo smaliziati abbastanza, le cose andranno decisamente meglio. Ecco quindi l’ideale utopico fare nuovamente breccia nell’animo nostro; è dai tempi de “La Città del Sole” di Tommaso Campanella che l’uomo cerca un’alternativa fantasiosa alla triste realtà; quasi quasi quella riflessione la brevetto, ci scrivo un libro poi vado in televisione a farmi pubblicità. Anzi, sapete cosa? 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