Elvis di Taï-Marc Le Than e Rébecca Dautremer

Elvis di Taï-Marc Le Than e Rébecca Dautremer

A cura di Laura Martini

Chi dice che un libro deve essere fatto di tante parole? Talvolta i disegni, come la musica, sanno trasmettere e dire di più. Questa volta ho scelto un volume illustrato, un libro che a prima vista potrebbe essere per ragazzi, ma che sa parlare a tutte le età, anzi, forse più si è grandi più si apprezza la poesia dei suoi disegni eleganti e nostalgici, delle sue atmosfere ovattate e sabbiose, come solo il deserto del Nevada sa essere, nonostante le mille luci di Las Vegas. Le figure leggere, le inquadrature cinematografiche e le frasi brevi di Taï-Marc Le Than e Rébecca Dautremer ci portano in un mondo di colori, suoni ed emozioni che solo il disegno e la poesia sanno ricreare in poche pagine. Amo i libri illustrati per questo, perchè sanno parlare anche a chi non sa leggere.

Questa è la storia di un ragazzo, di un ragazzo povero del Missisippi, che da bambino ricevette un regalo che gli avrebbe cambiato la vita: una chitarra. E’ da questo momento magico che si dipana la breve ma intensa storia di un ragazzo che suonava per le strade della sua città per poi decidere di partire con la sua cadillac rosa, rosa confetto, attraverso l’America per raggiungere la luminosa Las Vegas in cerca di fortuna, di successo e dell’amore che avrebbe ispirato la sua canzone più bella, una canzone per Priscilla. E sembra quasi di sentirla la sua musica, mentre viaggia con i capelli al vento per le strade sconfinate dell’America.

Il più grande concerto di tutti i tempi lo consacrò, incoronandolo re, nel suo bell’abito bianco. Da quel giorno si lasciò andare al suo sogno dimenticandosi da dove veniva e “mentre accarezzava la sua tigre bianca sulla testa pensò: «Ho trovato davvero quel che cercavo nella città dalle mille luci?»”. Fu così che un mattino, mentre i neon e i casinò finalmente dormivano, riprese la sua cadillac per ripartire verso ovest.

Si dice che sia arrivato fino a una immensa spiaggia e che, rapito dal dolce rumore delle onde, sia diventato parte di essa. Si racconta anche che sia tornato a casa, nel suo piccolo paese, dove suona le sue canzoni per le persone che ama.

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Si raccontano tante cose, si racconta che sia morto, ma anche che sia ancora vivo, nascosto da qualche parte, e c’è chi scommette che si rifarà vivo entro la fine del 2012, prima che il mondo cessi di esistere. Si racconta che mangiasse scoiattoli alla brace, che ingerisse tante calorie, troppe anche per un elefante. Si raccontano tante storie su di lui, ed ognuna di queste ha aggiunto un po’ di mistero alla vita e alla morte di uno dei miti più grandi della musica, Elvis.

“Un giorno Elvis sorprese la mamma che piangeva in silenzio nella sua camera. Allora, presa la chitarra, le cantò una canzone.
La mamma si asciugò le lacrime e gli sorrise.
Elvis si disse che la musica era una bella cosa.”

Gli autori:
Rebecca Dautremer è nata a Gap nel sud della Francia nel 1971. Dopo varie esperienze come illustratrice, ha cominciato a pubblicare libri di grande successo anche come autrice. Vive a Parigi con il marito Taï-Marc Le Thanh, sceneggiatore e scrittore dal carattere riservato, e tre figli. E’ tra gli artisti scelti dallo stilista Kenzo per creare la linea grafica di alcune linee del suo marchio.

La scheda del libro

Titolo: Elvis

Autore: Taï-Marc Le Than

Illustratore: Rébecca Dautremer

Traduzione: Alessia Piovanello

Casa editrice: Donzelli editore, 2009

Lunghezza: 40 pagine (non numerate)

Prezzo: 24 €

Guida musicale alla lettura

Love me tender
Can’t Help Falling In Love
Viva Las Vegas
Burning love
Suspicious mind

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  • Magazine22 Agosto 2016
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Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Invece poi ecco che in mezzo al novunque spunta la Rocca.  E’ l’ultimo appuntamento del Festival delle Colline che, come sempre, riesce a coniugare buona musica e scenari da favola. Varcato l’ingresso, appena dopo un curato vialetto che sale ancora un po’, si apre un dolce declivio d’erba, un mini anfiteatro naturale in fondo al quale è posizionato il palco. Un immenso tappeto di luci si srotola sotto il nostro sguardo; il riverbero dei lampioni di chissà quante città fa splendere le nostre pupille.In questa sfolgorante cornice arriva un berretto di lana colorato e si posiziona al centro del quadro. E’ l’inseparabile copricapo di Damon Gough, in arte Badly Drawn Boy.L’inseparabile chitarra a tracolla un “pedale loop” e l’espressione bonaria di chi è felice di aver lasciato Manchester per l’Italia.Damon comincia subito a suonare proponendo senza continuità di sosta pezzi del suo repertorio, da quelli più “storici” (It Came from the Ground, 1999) a quelli più “recenti” (“Being Flynn”, 2012). Il suo tocco è soffice, morbido, la voce carezzevole e si finisce presto per essere trasportati in una dimensione da favola intimista che ben si sposa con il suggestivo panorama che si vede dalla Rocca.Immagine che non sfugge neppure al simpatico cantautore britannico che non trova giusto che siano solo gli spettatori a godere di quella vista e, prima di lanciarsi in “Born in the Uk”, volta le spalle al pubblico e alza le mani in segno di vittoria come un Rocky qualsiasi, fiero e pieno di orgoglio a fine allenamento. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Nell’intonare “Something to Talk About” irrinunciabile perla della Colonna Sonora del film “About a boy”, quasi per ironia della sorte, Badly Drawn Boy si perde negli occhi di un giovanissimo ragazzino che si era messo a danzare sotto il palco e dimentica il testo della canzone. Chiede scusa, sorride e riprende sotto gli occhi inteneriti della platea. E poi arriva il momento della dolcissima “Silent Sigh”, un’autentica magia in una notte incantata. A questo punto sulla cima della Rocca sventola con fierezza un berretto proveniente da Manchester: Badly Drawn Boy ha conquistato il pubblico di Carmignano. Il suggello finale di questo trionfo non può essere che “Is There Nothing We Could Do?”, malinconica e superba. Scroscianti applausi di rito e con un pizzico di poesia nel cuore arriva il momento di tornare sui propri passi. Nella rilassante discesa può perfino capitare di incrociare una coppia, quattro occhi che brillano nel buio, due mani che si stringono una nell’altra, due labbra che si sfiorano. E in questo caso…non c’è davvero niente che possiamo fare, se non superarli e pensare quanto sia ineffabile ed effimera la meraviglia dell’amore. leggi anche… Discomunism OK il pezzo è giusto Hammer & Sickle dei Neon NeonMagazineLa nuova era dell’alternative rock: i CromosauriMagazineA suon di… Karate – Li avete sentiti questi?MagazineNel mezzo di un bosco senza druidi – Li avete sentiti questi?: MidlakeMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Soprattutto di quelli italiani, che in Messico non avevano diffusione (fatta eccezione per alcune edizioni di grandi successi generici, quasi folcloristici, Modugno, Carrà, Ricchi e Poveri, Nicola di Bari!). Quando si vive all’estero e si è appassionati di musica, le note e le parole di un artista amato ricongiungono con la propria terra, e non c’è nulla di triste o di nostalgico, solo un senso di sicurezza, come se da qualche parte, sotto la corda dei tuoi funambolismi, ci fosse sempre una rete tesa, pronta ad accoglierti in caso di caduta. Questo, per me, era Vinicio Capossela. Ero in Messico quando uscirono dischi fondamentali come “Canzoni a Manovella” e “Ovunque Proteggi”. E c’ero anche dopo, quando uscirono “Da Solo” e “Marinai, Profeti e Balene”. Mi gettai a capofitto in quelle atmosfere magiche, dentro c’era l’Italia, ma anche tanti altri mondi, passati e presenti, reali o immaginari. Un giorno lessi un commento riguardante la canzone “Pryntyl”, incantevole ritratto di una sirena tratto da “Scandalo negli abissi” di Louis Ferdinand Céline. Si trattava addirittura di una accusa di plagio. Secondo l’autore del commento la canzone di Capossela era spudoratamente copiata da “Honolulu Baby”, brano del 1933 scritto per un film di Laurel and Hardy (da noi Stanlio e Ollio). Ora, pur ammettendo una certa somiglianza, non fosse altro per l’impronta musicale che Capossela aveva voluto dare al pezzo, mi sembrò un commento fuori luogo. E mi azzardai a rispondere con una semplice frase: il plagio non esiste. Era un velato riferimento al grande Nino Rota, che era stato accusato di plagio per la colonna sonora de “Il Padrino”, quando in realtà aveva semplicemente plagiato se stesso, riprendendo il suo tema per “Fortunella” di Eduardo de Filippo. Questo paradosso spiegava come il cosiddetto “plagio”, ovvero l’uso di brani altrui, per dirla con le parole del saggista Giorgio Mangini, debba essere considerato come un modo di “ereditare per non possedere”. Improbabile, quindi, per un musicista, scrivere prescindendo da quello che è il suo bagaglio musicale. Ma questo non significa copiare. Omaggiare, forse, è la parola più indicata (lasciamo stare il caso Michael Jackson Al Bano, per favore). Ma la risposta del mio contendente è caustica: se il plagio non esiste, Capossela non esiste. Colpito e affondato. Ben presto scopro che quel tizio non è il solo a pensarla così. “Polpo d’amor”, pezzo d’atmosfera registrato con il gruppo texano Calexico, sarebbe il plagio nientemeno che di “Jockey full of bourbon” di Tom Waits, “L’oceano oilalà” una scopiazzata di De Andrè, ma le accuse tirano in ballo Paolo Conte e perfino Gianna Nannini. Commenti di illustri sconosciuti, intendiamoci, che si perdono comunque nelle miriadi di “genio”, “meraviglia”, “il più grande di tutti”, “poesia inarrivabile” ecc… Mi ritrovo però a domandarmi chi sia davvero Vinicio Capossela. Per me, non per gli altri. L’accusa di scimmiottare Tom Waits è la più ricorrente. Lui stesso mi pare che non ne abbia mai fatto mistero, tanto da ingaggiare Marc Ribot, storico chitarrista di Waits, per ricreare proprio quelle sonorità. È il verbo scimmiottare che non gli rende giustizia. Genio? No. Non ha inventato un genere, non ha creato uno stile inconfondibile come Waits o lo stesso Paolo Conte. E mai si è atteggiato a genio, per altro. L’approccio musicale di Capossela è diverso. Grande musicista e stravagante paroliere, ha messo la sua arte al servizio di suggestioni letterarie, mitologiche, storiche, personali, attribuendo ad ognuna la musica che riteneva più adatta all’argomento trattato e attingendo alla sua cultura musicale, che spazia dal jazz alla musica balcanica, dal blues alla chanson francese, dalla bossa nova ai mariachi, dal rebetiko allo swing, dalla tradizione popolare alla musica etnica. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Ogni sua canzone sembra essere un cortometraggio in cui la musica sorregge un testo che corrisponde alle immagini. Se il soggetto richiede atmosfere waitsiane, lui è in grado di riproporle a suo modo, senza fare torto a nessuno. Ma copiare è altro, accusare di questo Capossela sarebbe come accusare Eric Clapton di aver copiato BB King. Si chiama ispirazione. Ai più scettici lascio una lista, fatalmente incompleta, che non paga neanche quel pegno, solo canzoni sue, super sue (come disse Fernanda Pivano a proposito di “Like a rolling stone” di Bob Dylan): – All’una e trentacinque circa– Modì– Ultimo Amore– …E allora mambo– Non è l’amore che va via– Con una rosa– Bardamù– Resto qua– Dove siamo rimasti a terra nutless– Moskavalza – Ovunque proteggi– Orfani ora– Il povero cristo Lascio fuori “Marinai Profeti e Balene” che, pur essendo pieno di ispirazioni riferibili ad altri autori (come di brani del tutto originali), è una sorta di concept album che va considerato per intero, meraviglioso viaggio attraverso mari in tempesta, paure ancestrali, creature mitologiche, congiunzioni astrali, venti mediterranei densi di salsedine e metafore bibliche. Per concludere, vorrei citare le parole dello stesso Capossela alla fine di un concerto al Palladium di Roma a cui ebbi la fortuna di assistere nei primi anni 90, che all’ovazione di un pubblico che aveva già intuito in lui un patrimonio italiano di cui andare fieri, rispose semplicemente: «Grazie. Sono solo un cantante». leggi anche… Il Suono del Surf – Fuoriusciti: “Family Tree” di Frankie ChavezMagazineAKSAK MABOUL Dada Rock dal paese piattoMagazineLa Gloria Passeggera Via col Vento: Andreas Johnson “Glorious”MagazineQuando Gesù cantò a X-Factor A Volte RitornoMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Lion Happy Children 5 Dic 2012 RUBRICA roberto italiani via col vento  A cura di Roberto Italiani “Sempre la guerra nel 1983 Questo è il mondo di oggi Nella nostra mente ci sono solo i soldi e non c’è niente per te Dieci ore di lavoro e niente fiori nella testa la vita va avanti senza felicità, oh oh Ogni giorno si sogna una vita migliore ma rimangono solo sogni coro: Voi siete i bambini, la vostra vita sarà molto dura Voi siete i bambini, cantate ogni giorno Avere un amico a cui spiegare i piccoli problemi ora potresti dire di averlo? oh oh A volte speri sia solo un’illusione non sperare, è meglio così Ma il potere dei bambini vincerà, sono sicuro vedremo dolci amanti per noi, oh oh La tua fantasia troverà nuovi bei colori ma ora è tempo di andare”. Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Ora, letto così questo testo dirà poco o niente ai più; ma se qualcuno tra voi si prende la pena di tradurlo (soprattutto il ritornello) si accorgerà, soprattutto se ha vissuto gli anni ’80 inizi ’90 quando c’era il boom della Italo-Disco Dance e faceva il figo per le discoteche di pomeriggio, di ricordarsi benissimo di questo tormentone che nel 1983 fece ballare tutto il mondo perché fu un successo planetario. Oggi esportiamo gente come Bocelli, Pausini, di tutto rispetto certo, ma in quegli anni i successi dance italiani che venivano apprezzati anche all’estero erano moltissimi.Questa è la famosissima “Happy Children” di P.Lion (ovvero il lombardo Pietro Paolo Pelandi) che appunto scalò le classifiche mondiali nella metà degli anni 80. Questo pezzo fu affidato a P. Pelandi dal gestore di un negozio di dischi di Bergamo l’American Disco ovvero il recentemente scomparso Saverio Lombardoni (scopritore tra l’altro di Den Harrow, Gazebo e fondatore in seguito della casa discografica DiscoMagic che appunto produceva questo genere di artisti). Fu portato un demotape ai produttori Turatti-Chieregato che avevano le mani in pasta con questo genere musicale i quali americanizzarono il nome del cantante in P. Lion e misero mano subito al pezzo spostando all’inizio della canzone quel famoso giro di tromba (synth) che tutti noi ancora fischiettiamo. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Tralasciando per ora gli approfondimenti sul genere e sui moltissimi artisti che sono apparsi e poi scomparsi durante questo periodo fiorente, diciamo che, come spesso accadeva soprattutto in quegli anni, gli artisti entravano di prepotenza, chi per talento e chi, come in questo caso, per progetto commerciale, piazzavano la bomba e poi sparivano. Infatti stessa sorte è toccata anche al nostro Paolo Pelandi che tentò con altre hit (nell’ 83 con Dream e Reggae Radio), ma nemmeno lontanamente arrivò a bissare le 3.000.000 di copie vendute con Happy Children. leggi anche… La minestrina riscaldata – Fuoriusciti: Il nuovo album di Jack White, “Blunderbuss”MagazineDue Moniker del Lo-fi – Band a confronto: Smog e SparklehorseMagazineIl vero rock tamarro – Li avete sentiti questi? I NitroMagazineThe Hard Detroit – Band a confronto: Stooges, MC5 e FrostMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Come la maggior parte degli australiani che abbiamo incontrato in questi anni, l’impressione che danno subito è quella di essere persone molto solari, come la terra dalla quale provengono. Montecalvoli Alto è un borghetto semi dimenticato, con un doppio paesaggio mozzafiato. Uno sulle industrie di tutta la vallata che va da Castelfranco a Pontedera e l’altro sul promontorio di Poggio Adorno. Due paesaggi completamente opposti e diversi. Tipico Toscano. Lavorare a Montecalvoli è sempre una festa, vuoi perché è un paesino che ha dato i natali ad un grande musicista come Franco Santarnecchi e vuoi perché la prima volta che abbiamo fatto un concerto li, abbiamo avuto la buona idea di nominarlo dal palco…il che, in realtà piccole come questa, vuol dire conquistarsi la fiducia dei paesani, per sempre.
A Montecalvoli di solito si cena in piazza. Il piccolo negozio di alimentari fa una lunga tavolata e poi chi c’è c’è. La cena quest’anno era a base di un tipico prodotto estivo: fegatelli e fagioli!!! Che però le Hussy Hicks (come il resto delle 20 persone che erano presenti) hanno gradito parecchio… Alle volte, anzi quasi sempre, la voglia di comunicare con il prossimo (alla faccia di tutti i social network!!!) è più forte di qualsiasi barriera linguistica e culturale. Quella sera è successo a mia madre (che era a cena con noi) e le Hussy Hicks. Mia madre non conosce, neanche per sbaglio, mezza parola che sia mezza di inglese…così come le Hussy Hicks con l’italiano. Ma mia madre, che appartiene ad una generazione dalla quale noi tutti dovremmo imparare in quanto a forza di volontà, inizialmente incuriosita da un ciondolino che portava al collo una delle due australiane, si è avvicinata a loro, e, un po’ a gesti e un po’ arrangiandosi con mimi vari, è riuscito ad intavolare una discussione di una buona mezz’oretta su vari temi di estetica femminile. Io mi sono allontanato dopo 5 minuti, indaffarato come sempre in milioni di cose da fare…Ma dopo un po’, voltandomi verso di loro, mi sono accorto che ridevano a crepapelle tutte e tre. Di cosa non sono mai riuscito capirlo. Il giorno dopo, martedì 26 Luglio, sono in arrivo tre giganti del jazz italiano. Sui jazzisti e sul jazz italiano vorrei soffermarmi per un articolo apposito più in la, scriverò cose che susciteranno sicuramente critiche e discussioni. Nelle critiche che prima o poi scriverò non rientrano Francesco Bearzatti, Lello Pareti e Walter Paoli, che sono professionisti di altissimo livelli. Bearzatti è stato protagonista anche di un incontro con i musicisti locali, nel quale ha spiegato tutta la sua carriera artistica, dagli esordi come “lisciaiolo”, al passaggio al jazz. Una piccola, ma variegata, platea di ascoltatori molto interessati, ha intrattenuto l’energetico Bearzatti che per più di due ore (doveva durare solo un’ora) ha parlato senza sosta alcuna. Alla domanda finale, di uno degli allievi, “Che tipo di bocchini consigli di usare” Bearzatti dopo varie spiegazioni ha concluso semplicemente dicendo “Beh non saprei…però in fin dei conti un buon bocchino è sempre un buon bocchino!” Gli allievi, dopo il classico attimo di silenzio, sono esplosi in una fragorosa risata…anche all’asserzione di uno di loro che ha espresso un suo “Beh! In effetti non hai tutti i torti!…” Ci sono dei personaggi che diventano leggende del rock, e che rimangono tali anche dopo un periodo di riposo. Non mi riferisco ai grandi gruppi del rock, ma agli “indie”, gruppi come i Green on Red che hanno segnato un certo periodo degli anni ottanta e primi novanta. Quest’anno abbiamo ospitato un personaggio del calibro di Dan Stuart, cantante e leader appunto del gruppo di cui sopra. 
Ora capisco che non c’è niente di così eccezionale nell’ospitare un personaggio che comunque ha segnato una fase del rock indie, ma è altrettanto vero che diventa un evento quanto meno particolare per il fatto che ha suonato a Santo Pietro Belvedere!!! Io credo fermamente che lo spirito del Musicastrada Festival sia abbastanza “rivoluzionario” (passatemi un po’ di sana presunzione), soprattutto per il fatto che in questi anni abbiamo portato gruppi e musicisti di culto in luoghi dove al massimo arrivano “Luana e i Lucchesi”, “Piero e il suo Sax”, “Osvaldo ed i Feelings” etc. etc. etc. A ciò noi abbiamo risposto con…Commander Cody a Calcinaia, Bob Brozman a Castellina Marittima (e a Terricciola), La Ford Blues Band a San Casciano, Steve Grossman a Montopoli…e perché no? I Gatti Mezzi a Montecastelli Pisano (sapete dov’è?). A parte questa divagazione, di Dan ho il ricordo di una persona estremamente interessata, curiosa, amante dell’arte e della bellezza in generale, con una grandissima voglia di parlare e comunicare. Dan è rimasto affascinato, e di ciò ci ha ringraziato più volte, del paesaggio che ha potuto ammirare al tramonto. Quel giorno, era il 27 Luglio, ha piovuto tutto il pomeriggio, obbligandoci a fare il concerto al chiuso presso il Centro Sociale di Santo Pietro Belvedere. Verso le sette ha smesso di piovere ed è uscito un po’ di sole, quel tanto che basta a fare di una giornata piovosa un tramonto indimenticabile. Alle 20 e qualcosa siamo andati a cena Terricciola. Il pezzo di strada che separa Santo Pietro da Terricciola effettivamente è un quadro, un paesaggio che cambia in continuazione ovunque tu guardi, e quel giorno, complice qualche nuvoletta dipinta di rosa da un sole morente, l’impressione che faceva era di una grande armonia, come se un pittore avesse deciso come costruire quel paesaggio, come mettere quell’albero lì, quella chiesetta di là, quella ruota di fieno così che fa quell’ombra etc etc. Dan se n’è accorto rimanendone profondamente affascinato. “This road and these ten minutes, have been one of the most incredible experiences of my life!”
Mi ha detto al ristorante. Al concerto, oltre ai bravissimi Sacri Cuori, ha dato tutto se stesso ed anche di più, facendo un lunghissimo bis completamente acustico, senza l’ausilio di nessuna amplificazione. Anche per noi sono stati minuti intensi da non dimenticare… Quest’anno per la prima volta abbiamo ospitato gruppi provenienti dalle selezioni di un concorso (Sulle Note di Ale). Al giorno d’oggi proporre gruppi che fanno musica propria è sempre coraggioso. Il pubblico, la maggior parte delle volte, e soprattutto negli ultimi anni, ha sempre meno voglia di ascoltare nuove proposte. Nel nostro piccolo vorremmo invece invertire questa tendenza, che non lascia spazio a niente e nessuno che non siano già affermati. Le scommesse si sa, possono andar bene, come possono andar male. Nel nostro caso sono andate bene in parte ma siamo convinti di aver vinto quella del coraggio. I gruppi che abbiamo proposto sono stati i giovanissimi fiorentini “Blue Popsicle”, il trio livornese capitanato da “Alessio Franchini” e il pisano “L’Idiota”. I Blue Popsicle hanno dimostrato grande grinta e un sicuro futuro da rocckettari. Alessio Franchini ha un grande talento dimostrandolo per l’ennesima volta Per “L’Idiota” vorrei spendere due parole in più. 
Eravamo convinti, e lo siamo tutt’ora, che in lui ci sono doti non comuni, come siamo convinti che il pubblico è oramai abituato male, perché alle volte come noi organizzatori ci mettiamo in gioco, altrettanto non fa l’ascoltatore che dovrebbe riflettere e cercare di sforzarsi un po’ di più nel capire le proposte diverse e più coraggiose. Il set de “L’Idiota” è stato uno dei casi più strani della nostra storia. Il pubblico se n’è andato un po’ alla volta, lasciandolo praticamente solo… Ma è anche vero che quella sera non è riuscito a creare quell’atmosfera “ironica” come si era prefissato… Comunque sia, alla fine, ci ha ringraziato perché anche le esperienza che non vanno per il verso giusto, anzi soprattutto quelle, sono quelle che più di tutte fanno crescere. A “L’Idiota” vanno tutti i nostri migliori auguri… La seconda serata di Pontedera, quella del 30 Luglio, ha tutta un’altra atmosfera. Arriva Michael McDermott, con tanto di troupe televisiva (3 operatori video e una regista americana allergica ad una serie infinita di alimenti), baby-sitter e figlia di un’anno al seguito. Stanno girando un documentario sulla “mitica” strada “coast to coast” italiana…la Statale 67… “Statale 67?” dico io ad Andrea Parodi, manager italiano di Michael ed ideatore di questo progetto “Si! La 67! Non la conosci?” “No…” “Ma come? Quella che va da Marina di Pisa a Marina di Ravenna…” “Ah! La Tosco Romagnola…E cosa vorreste fare?”ù “Beh! Fare un documentario su questa strada, le sue storie, le osterie…facendo alcuni concerti lungo la strada…” Il concerto l’anno fatto…a Pontedera appunto. Bellissimo, chi c’è stato lo sa. Per il resto, dopo vari suggerimenti sui ristoranti sappiamo che il giorno dopo sono finiti a pranzo a Marina di Pisa alla Lega Navale.. Il 31 Luglio arriva uno dei concerti più attesi di tutto il festival. La Brunori Sas suona a San Miniato, in Piazza del Seminario. Gratis. San Miniato è sempre stato il punto di riferimento per tanti musicisti della zona. I locali (pochi purtroppo) di questa bellissima città, sono sempre stati usati come punto di ritrovo dai tanti musicisti e non solo. 
Dario è stato uno di questi, tanto che il suo produttore è di Santa Croce (Matteo Zanobini) e il suo primo disco è stato registrato a Ponte a Egola da Luca Telleschi, che quella sera si è prestato a fare il fonico. Ed il concerto è stato come un ritorno al luogo dove tutto è cominciato… Per un promoter, una delle soddisfazioni più grandi, oltre a quella di portare artisti in cui si crede…è anche vedere che il pubblico apprezza ma che soprattutto viene numeroso. Quella sera non sappiamo bene quanta gente c’è stata ma possiamo affermare che si tratta ad oggi del record assoluto di presenze per il Musicastrada Festival…Grazie al pubblico e ad un personaggio come Dario Brunori che ci sa stupire per il suo talento… Davide Mancini (scarica da qui il pdf)         [...] TUTTE LE RUBRICHE TOP FIVE | LETTERATURA IN MUSICA | STORIE DI MUSICI E MUSICA | VIA COL VENTO | OK IL PEZZO E’ GIUSTO | LI AVETE SENTITI QUESTI | BAND A CONFRONTO | LE PEGGIORI MAI SENTITE | PENSIERI IN MUSICA | CONSIGLI PER L’ASCOLTO | SARANNO FAMOSI? | LA PAROLA AI MUSICISTI | IO C’ERO | IO CI SARO’ | IL DIARIO DI MUSICASTRADA | DISCOVERY | FUORIUSCITI | LIFE ON MARRS | MIGLIORARE SUL LUNGO PERIODO | LO SAPEVATE? | DIETRO LE QUINTE CON ascolta Un assaggio dalla selezione settimanale di Gianluca De Vito Franceschi Messages From The Resonator by Globular & Geoglyph Iscriviti alla newsletter di Musicastrada news musicastrada “Yemule Muladdiwen” fuori il secondo singolo dei Fanfara Station Musicastrada Gospel Festival 2021: il 20 e 21 dicembre il Gospel arriva nei borghi toscani Musicastrada al Womex dal 23 al 31 Ottobre 2021 a Porto Portogallo E’uscito “NAGRAN” nuovo singolo dei Fanfara Station Musicastrada Festival 2021 dal 14 Luglio all’8 Agosto in Toscana In arrivo WEZ la webzine di musicastrada musica pensieri parole in libertà! 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