Faber il gabbiere

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Faber il gabbiere

“Soltanto un uomo con una grande anima avrebbe potuto scrivere una cosa così, una preghiera davvero smisurata… L’eleganza, la forza, la grazia di quei versi, vestiti di una musica come di sogno, non potevano che provenire dalla mente e dal cuore di un artista immenso. Dubitai che forse dovevo essere io, tra i due, quello lusingato di aver incontrato l’altro”.

Sono le parole con cui il grande scrittore colombiano Álvaro Mutis (1923-2013) accolse e salutò l’ascolto di “Smisurata preghiera”, la canzone di Fabrizio De André ispirata alle sue opere, e in particolare a quella saga di Maqroll il gabbiere, composta da romanzi, racconti e persino da una silloge di liriche (la “Summa di Maqroll il gabbiere”), che aveva restituito al cantautore genovese, per sua stessa ammissione, un’ispirazione perduta.

Non c’è da meravigliarsi, del resto, almeno per chi conosca un po’ la storia personale e il percorso artistico di Faber, nomignolo appioppatogli dall’amico Paolo Villaggio un po’ per assonanza con il nome di battesimo e un po’ per la sua passione per la matite Faber-Castell, che quello di Maqroll sia stato un personaggio capace di affascinarlo. Marinaio irrequieto ed errabondo a cui sono negate le gioie della quiete e della stabilità, avventuriero sedotto solo da ciò che pare in grado di defibrillarne il cuore intermittente e l’animo incline all’intorpidimento, teorico della “disperanza”, ossia di quella mancanza di speranza che, al contrario della disperazione, non priva del desiderio di vita, il Gabbiere pare avere infatti enormi affinità con il figlio della Genova bene sedotto dalla promiscuità dei caruggi, dalle vite sul filo, e spesso oltre, della legalità dei loro frequentatori e dalla parola che si fa canzone.

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Ma c’è qualcosa di ancor più profondo a legare a doppio filo De André al protagonista de “La neve dell’ammiraglio”, primo romanzo dell’epopea di Mutis, e sta proprio in quella mansione di “gabbiere” che lo scrittore sudamericano attribuisce al suo antieroe. Chi è e cosa fa un gabbiere? Secondo la definizione dei nostri vocabolari è il marinaio addetto alla manovra delle vele di gabbia, quelle piazzate sull’albero maestro nei velieri a vele quadre, ma bisogna preferire la lingua originale, ossia lo spagnolo, per comprenderne tutte le sfumature di significato. Secondo l’idioma di Mutis, infatti, el gaviero è anche, e forse soprattutto, la vedetta, ossia chi vede più lontano e prima degli altri ed è perciò in grado di preannunciare ciò a cui si sta andando, o che ci sta venendo, incontro. Una posizione privilegiata e scomoda, perché foriera di un patrimonio di conoscenza che spesso è più frutto di dolore, o appunto di disperanza, che non di gioia, ché conoscere in anteprima il nostro destino ci priva di quell’imprevedibilità e capacità di sorprenderci in cui, per tutti i gabbieri del mondo, si nasconde il “midollo stesso della vita”. E di sicuro Fabrizio De André è stato, nel suo percorso artistico, un gabbiere. Dagli esordi, quando fu il primo, ispirato da Brassens, a portare nella canzone italiana, ancora popolata da chi cinguettava di non avere l’età, pezzi in cui i protagonisti erano ladri, puttane e assassini, al suo riscoprire attraverso i vangeli apocrifi la figura di Gesù Cristo in piena contestazione; dall’apparente follia di un album come Creuza de mä, fatto di musica che sarebbe stata poi definita etnica e testi cantati in genovese antico, alla vera e propria divinazione di un brano come La domenica delle salme; per arrivare poi a quell’ Anime salve, da interpretare nel senso etimologico di ‘spiriti solitari’, descritto dal suo stesso autore come un elogio della solitudine, non più supplizio ma valore da custodire gelosamente (a quanti avrebbe giovato questa consapevolezza in epoca di lockdown?).
Un album, l’ultimo della sua carriera, che si chiude, significativamente, proprio con quella “Smisurata preghiera” che nella sua versione in lingua ispanica (Desmedida plegaria), curata con l’aiuto di Luis Bacalov, sarebbe anche entrata a far parte della colonna sonora del film Ilona llega con la lluvia di Sergio Cabrera, e che si sostanzia, secondo il suo autore, in un’invocazione a una imprecisata “entità parentale” affinché si accorga di “tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze”. Quelle maggioranze che “hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e dire: ‘Siamo seicento milioni, siamo un miliardo e duecento milioni’ e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze”. Bisognerebbe essere capaci, insomma, pare suggerire il De André-Maqroll, di avere uno sguardo più ampio, una vista che consenta di percepire la caducità del tutto e l’insensatezza d’ogni effimera brama di potere, ricordando che solo chi viaggia in direzione ostinata e contraria, sempre cercando, sempre bramando, sempre sognando qualcosa che si sa irraggiungibile, sarà capace di regalare alla morte “una goccia di splendore. Di umanità. Di verità”.

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