Fausto Pirito una vita sulle strade della musica tra autobiografia e cronistoria in pillole di alcuni cambiamenti del costume italiano attraverso la musica

di Fausto Pirìto (scarica da qui il pdf dell’articolo)

Fausto Pirìto, calabrese, è nato il 29 settembre 1950 a Caccùri, borgo medievale della Sila Jonica. Laureato in Giurisprudenza, cronista dei quotidiani “La Nazione” di Firenze e “Il Tirreno” di Livorno dal ’70 al ’75, poi redattore di Tele Libera Livorno. E’ stato vice-caporedattore del mensile “Tutto Musica & Spettacolo”, direttore artistico del Contest “Rock Targato Italia” e garante del festival “Brescia Music Art”. Ideatore del “Tributo ad Augusto Daolio”, nel 2000 ha pubblicato il libro “In viaggio con i Nomadi – 7 anni on the road (Giunti Editore)”.  Dal 2010 è free lance e vive in Toscana.

PRIMA PARTE

UNA VITA SULLE STRADE DELLA MUSICA

Poter vivere di musica è un sogno. Una chance che sicuramente non capita a tutti. Io sono stato fortunato e la musica, non quella suonata bensì quella “raccontata” attraverso i media, è diventata la mia professione.

Il primo approccio alla fine degli Anni 50. Mio fratello Nino, allora quattordicenne, aveva cominciato a suonare una chitarra Eko. Nino, grande fan di Elvis e Paul Anka, mi fece conoscere il rock’n’roll e il blues. A quei tempi vivevamo a Castelplanio, un paesino incantato sulle colline marchigiane dove si produce il Verdicchio. Da lì, nel 1961, ci trasferimmo a Cecina. Mio fratello fece combutta con altri ragazzi della zona fino a formare un complesso, come si diceva allora, che chiamarono The Friends. Ricordo ancora la loro divisa di scena, fatta di pantaloni neri e giacca di pailletts oro scintillante con bavero di raso, rigorosamente nero.

Era l’alba del beat e “gli amici” si esibivano con un certo successo, soprattutto d’estate, nei locali della costa livornese, come il mitico Ciucheba di Castiglioncello. Io ogni tanto andavo a sentirli suonare e mi divertivo soprattutto alle prove. Il loro cavallo di battaglia, “Diana” di Paul Anka mi riecheggiava nella testa insieme alle hit dell’epoca che facevano da sottofondo a quella stagione un po’ naïf, che poi passò alla storia del costume italiano come “l’era del (falso) boom” economico. Una specie di “dolce vita” in riva al mare, tra “Guarda come dondolo”, “I Watussi” e cover di successi internazionali quali “Stand by Me”, “Tower of Strenght” e “If You Gotta Make a Fool of Somebody”, che il folle Celentano fece diventare “Pregherò”, “Stai lontana da me” e “Il problema più importante”. Intanto, sull’onda dei Beatles e dei Rolling Stones, in Italia spuntavano gruppi come funghi: dai Nomadi all’Equipe 84, ai Giganti, ai quali si affiancavano band d’importazione come Rokes, Primitives, The Renegades e Procol Harum.

Nel 1967, con la mia famiglia mi trasferii a Pontedera e un paio d’anni dopo iniziai a frequentare lo Shys Club, un locale-sala da ballo dove suonava con la sua band un gran bel chitarrista conosciuto come l’Astronomo. La sbornia del “boom” era passata, il movimento studentesco del ’68 aveva cancellato la spensieratezza, ma i sogni del “peace&flowers” stavano invadendo il mondo e cominciavano a farsi largo anche nella mia vita. Nel 1970 feci il primo vero viaggio, non ancora da frikkettone ma quasi. Con un amico, dal luglio all’ottobre girammo tutta Europa in autostop, raggiungendo Capo Nord e ridiscendendo dalla Finlandia per passare poi in Svezia, Polonia e Cecoslovacchia. Ricordo che la colonna sonora di quel trip fu “In the Summertime” dei Mungo Jerry e “Let It Be” dei Beatles, che ascoltai per la prima volta a Stoccolma. Quel viaggio fu un’esperienza illuminante. Rientrato in Toscana con Sten, un ragazzo di Boston che avevamo conosciuto a Cracovia e che girava tranquillamente il mondo con un sacchetto di marijuana legato alla cintura, cominciai a collaborare con i quotidiani della zona mentre frequentavo Giurisprudenza a Pisa.

Come Cecina negli Anni 60 era stata lo specchio della società e del comune pensare di quei tempi, Pontedera, con le sue fabbriche, i suoi operai e i ragazzi della “piazzetta” rappresentava perfettamente la realtà conflittuale che si viveva allora in Italia. Con un minuscolo “gruppo anarchico”, che avevamo chiamato “Ilpastonudostudio” in onore di William Burroughs e del suo racconto intitolato appunto “The Naked Lunch”, cominciai a vivere più di notte che di giorno. Tra letture quali “Trattato del saper vivere a uso delle giovani generazioni”, manifesto dei Situazionisti francesi, e “The Psychedelic Experience” di Timothy Leary, la musica che accompagnava le nostre interminabili elucubrazioni sulla vita, sull’amore e sulla morte era quella di Cat Stevens o dei King Crimson con qualche concessione (leggi “I semafori rossi non sono Dio”) a un amico che ogni tanto veniva a trovarci e a sbronzarsi con noi. Quell’amico era Gino Paoli. Io, che avevo imparato a strimpellare la chitarra, andavo però letteralmente pazzo per Duilio Del Prete e per le sue cover delle canzoni di Jacques Brel come “Les bourgeois” (“I borghesi sono dei porconi più diventan vecchi meno sono buoni / i borghesi sono dei porconi più diventan vecchi più sono coglioni”, tanto per capirci). “Ilpastonudostudio” in un paio d’anni si consumò e morì di morte naturale. Così io, orfano dei “compagni di sbronza” ma sempre più animale della notte, mi ritrovai a condividere la “piazzetta” pontederese con nuovi “compagni di strada”. Furono per me anni intensi, di lotte proletarie, di viaggi in Palestina, ancora in Nord Europa poi in Marocco, e non mi feci mancare neanche una indimenticabile esperienza di lavoro che mi portò prima in Algeria e poi in Germania da mozzo, imbarcato sulla Saas Fee Monrovia, una carboniera battente bandiera liberiana.

La vita e i viaggi con “la banda della piazzetta” mi aprirono l’orizzonte verso la musica psichedelica, dai Jefferson Airplane ai Pink Floyd, dai Gong ai Grateful Dead passando per il rock di Soft Machine, Cream, Doors, Led Zeppelin, Hendrix, Traffic, Genesis, Santana, Mahavisnhu Orchestra, Incredible String Band, con rare aperture a italiani come gli Area, il Battiato sperimentale e il Guccini più politicizzato. Poi, nel 1977, arrivò il punk e i Sex Pistols spazzarono via tutto e tutti…

Alla fine del 1979, una mattina che scesi dal letto con il piede giusto, la mia vita cambiò radicalmente. Mio fratello Nino, che nel frattempo aveva lasciato la musica cantata e suonata ed era diventato giornalista, mi telefonò indirizzandomi a un suo collega milanese che stava mettendo su una redazione per un nuovo settimanale di tv e musica. Io, che nel 1975 avevo fatto parte dello staff di Tele Libera Livorno, secondo Nino potevo essere adatto per quella iniziativa. Andai a Milano un po’ prevenuto (che c’entravo con un giornale che faceva capo allo stesso editore di “Tv Sorrisi e Canzoni”?). In Corso Europa, dietro Piazza del Duomo, conobbi il mio fututo direttore, Daniele Jonio, critico raffinato di jazz e grande affabulatore. Daniele mi convinse ad accettare, dicendomi: “Capisco le tue perplessità, ma per combattere il Sistema forse è meglio farlo da dentro che non autoescludendosi. Vieni a lavorare con me e vedrai che in futuro ti passerà sotto al naso il meglio della musica italiana e non solo”. E così è stato.

La mia piccola-grande truffa del rock’n’roll

Il punk non l’ho mai capito, ma l’ho sempre rispettato. Non fosse altro che per lo slogan “Fuck the System”. Infatti, il mio scopo, andando a lavorare a Milano, era proprio di appropriarmi di uno spazio all’interno dei media e da lì, sfruttando le enormi potenzialità della figura di giornalista, portare avanti una operazione di contro-informazione. Il destino volle che la prima intervista importante affidatami fosse quella a Roberto Vecchioni. Lo incontrai all’aeroporto di Linate, appena tornato dalla Sardegna dove aveva tenuto una serie di concerti. Alla fine di uno di questi, Vecchioni era stato denunciato per aver fumato uno spinello con alcuni suoi fan. La cosa fece scalpore, così il servizio si trasformò in una opportunità per fare chiarezza tra droghe leggere e droghe pesanti. Concetto di non poco conto per quei tempi, quando l’opinione pubblica era solita “fare di tutta l’erba un fascio” (e la citazione della parola “erba” è naturalmente voluta). Anche con Vasco Rossi, che ho poi conosciuto bene quando ormai ero passato dal settimanale televisivo a un mensile nazional-pop (“Tutto Musica & Spettacolo”), non mancarono le occasioni per affrontare argomenti simili. Un servizio-intervista con lui, lo intitolai: “Te la ricordi la rivoluzione psichedelica?” e nel botta e risposta Vasco andò giù duro contro i benpensanti che in lui e quelli come lui vedevano il diavolo. Era il 1984. Con il Rossi e quelli della sua Steve Rogers Band riuscii a stabilire un bel rapporto fatto di amicizia e interessi comuni. Rapporto poi rinsaldato nel tempo, fino ad arrivare a oggi.

Giorno dopo giorno, come aveva pronosticato il direttore Jonio, il lavoro mi dava sempre più spesso la possibilità di conoscere il fior fiore della musica di casa nostra. De Gregori, Alice, Dalla, Pino Daniele, Edoardo Bennato, ancora Battiato, Guccini… fino ad arrivare a Fabrizio De André. E anche gli artisti stranieri cominciavano a fare capolino. Nel maggio dell’85, inviato a Parigi, mi capitò di fare due incontri-intervista importanti: il primo con Sting in occasione del lancio del suo straordinario Lp di esordio come solista, “The Dream of the Blue Tartles”, l’altro con Bill Wyman dei Rolling Stones che stava promovendo un disco tutto suo, i cui introiti erano destinati alla ricerca medica. Ma, anche per dare spazio a un mio giovane collega, negli anni succesivi preferii continuare a coltivare il mio “orto” italiano.

Nel 1987 feci causa alla Silvio Berlusconi Editore, giocando il tutto per tutto. Da tempo svolgevo il ruolo di capo-servizio. Per riconoscermelo, il direttore editoriale dell’epoca mi propose di lasciare il sindacato (allora ero fiduciario di testata della redazione di “Tutto Musica”). Naturalmente non accettai e alla fine del 1989 riuscii a vincere la causa. Per reazione, l’editore decise di sollevare il direttore del mensile dal suo incarico, visto che davanti al giudice aveva ammesso le mie funzioni. E, ancora per reazione, il nuovo direttore mi convocò per dirmi a quattr’occhi che era stato mandato lì “per farmi fuori”. Non mi scomposi. Continuai a fare il mio lavoro da capo-servizio e dopo un paio di mesi riuscii a conquistare la sua fiducia. Quello che doveva essere la mia “fine” si rivelò un colpo di fortuna. Un anno dopo, ecco un nuovo direttore che stavolta mi dà carta bianca per la confezione del giornale.

“Tutto Musica” a quei tempi poteva contare su oltre 200mila copie di diffusione che corrispondevano a un milione di potenziali lettori. Avere fra le mani un mezzo di comunicazione così potente e seguito, soprattutto dai teenager, mi premise di diventare direttore artistico del contest “Rock Targato Italia” insieme con Stefano Ronzani, uno dei più apprezzati giornalisti italiani di musica rock che lavorava per il settimanale “Mucchio selvaggio”. Il nostro connubio funzionò alla grande, soprattutto per merito di Stefano che accettò di collaborare con me, capo-redattore “in pectore” di un giornale nazional-popolare. Con Ronzani cominciai a bazzicare gli ambienti dell’underground. Dal 1991 al 1995 passarono nella nostra rassegna gruppi come Gang, Rats, Litfiba, Timoria, Casino Royale, Moda, Avion Travel, Ritmo Tribale, Rocking Chairs, Settore Out, Karma, Extrema, Casino Royale, Gang, Timoria, Diaframma, Marlene Kuntz, Estra, Scisma, Radio Fiera, Suburbia, Frangar Non Flectar, Massimo Volume, Umberto Palazzo e il Santo Niente, Interno 17, Vanadium… ai quali affiancavamo nomi conosciuti o agli albori del successo, dai C.S.I. agli Skiantos, a Eugenio Finardi, dai Modena City Ramblers a Carmen Consoli, Negrita, Ligabue. Spesso la manifestazione si svolgeva in locali “border line” come Il Sorpasso e l’Indian Saloon di Milano. E poteva capitare che in quegli stessi posti transitassero anche grandi artisti stranieri da Peter Gabriel (che a quei tempi si occupava principalmente di musica etnica) a gruppi ancora sconosciuti in Italia (i Pearl Jam, ad esempio, si esibirono per la prima volta nel nostro Paese proprio al Sorpasso davanti a un pubblico di qualche decina di persone).

…continua la prossima settimana

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