Francesco Bottai il Bob Dylan di Marina di Pisa

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Francesco Bottai il Bob Dylan di Marina di Pisa

“… songs are unlike literature. They’re meant to be sung, not read. The words in Shakespeare’s plays were meant to be acted on the stage. Just as lyrics in songs are meant to be sung, not read on a page. And I hope some of you get the chance to listen to these lyrics the way they were intended to be heard: in concert or on record or however people are listening to songs these days. I return once again to Homer, who says, ‘Sing in me, oh Muse, and through me tell the story’.”*

Era il 13 ottobre del 2016 quando a Robert Allen Zimmerman da Duluth, Minnesota, fu comunicato di essere stato insignito del Premio Nobel per la letteratura, ma ci vollero oltre sei mesi perché Bob Dylan, questo il nome d’arte di Mr. Zimmerman, inviasse all’Accademia di Svezia un nastro registrato con la sua Nobel’s lecture, ossia il formale discorso di accettazione e ringraziamento a cui sono tenuti tutti i premiati. Certo, nel frattempo c’era stata la rituale cerimonia di consegna del premio, durante la quale una commossa Patti Smith aveva letto una breve nota affidatale dall’amico assente, ma il silenzio di Dylan, che in un primo momento pareva voler addirittura rifiutare il riconoscimento, continuava a sembrare una sgarbata ostentazione di indifferenza nei confronti degli organizzatori del premio letterario premio più prestigioso del mondo, specie considerando che loro avevano avuto l’audacia e l’ardire di assegnarlo per la prima volta a un cantautore, dando così la stura a una sinfonia di polemiche che per mesi aveva riempito il vuoto creato dall’ostinato mutismo di Zimmy. “Un premio pieno di nostalgia mal concepita, strappato dalla prostata rancida di senili hippy farfuglianti” aveva addirittura commentato, via Twitter, lo scrittore Irvine Welsh, tradendo un impercettibile risentimento, ma in generale quella di conferire, attraverso il Nobel a un menestrello, dignità di letteratura alla canzone, arte da sempre etichettata dagli epigoni ottusi dei sepolcri culturali come ‘minore’, appariva a molti come una decisione a dir poco spregiudicata. Ed è forse proprio per questo che lo stesso Dylan, nella parte finale del suo discorso di accettazione, pare prendere le distanze dall’assimilazione tra canzone d’autore e letteratura, ricordando come la prima nasca per essere cantata, non per essere letta come la seconda, e lasciando quindi intendere che il solo accostarle possa davvero far gridare all’eresia, salvo poi concludere, con una chiosa che sa di sberleffo, con una citazione di Omero e dunque di quei poemi epici divenuti patrimonio della letteratura mondiale, ma originariamente destinati, appunto, a essere cantati.

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La canzone può allora essere considerata letteratura? La risposta forse vola nel vento, ma in casa MdS Editore devono aver concluso di sì, visto che nel 2019 hanno deciso di dare alle stampe una antologia di liriche di un popolare cantautore, nato pisano ma ormai divenuto marinese d’adozione, come Francesco Bottai, noto al grande pubblico soprattutto per aver condiviso con Tommaso Novi anni d’incisioni e di successi con il duo I gatti mézzi. Come se volesse emanciparsi in modo ancora più netto di quanto non avesse fatto con il suo primo album da solista (“Vite Semiserie”, Labella, 2017) dalla fortunata esperienza artistica precedente, tuttavia, Bottai accetta la sfida di privare i suoi testi della veste musicale – forse anch’egli con qualche dylaniano tormento – e raccoglie nel suo “Assolo” trentanove dei testi scritti nel corso della sua carriera, da quelli ironici e vernacolari degli esordi, come “Ir mi’ amio e i fii” o “Tragedia dell’estate” dal primo album dei Gatti Mézzi “Anco alla puce ‘ni viene la tosse”, fino ai singoli più recenti come “Passo dopo” e “Bobo frigorifero”, dedicata al collega livornese Bobo Rondelli. Attraverso la suddivisione in quattro sezioni – Assolo, Acquerelli, Proiezioni, Riflessi – Bottai crea così un felliniano e surreale intreccio di storie, riflessioni, parodie e digressioni che s’accostano l’una all’altra come tessere di un mosaico bizantino fino a formare un disegno emotivo unico, sospeso tra ironia e malinconia, gioco e serietà, affreschi sociali e affondi intimisti quasi miracolosamente tenuti insieme dalla straordinaria capacità dell’autore di combinare toni e colori dei suoi racconti. Se la sottrazione forzosa della musica è da un lato certamente una mutilazione, dall’altro diviene tuttavia anche l’occasione per soffermarsi più a lungo e più attentamente sull’armonia, la ricercatezza, l’equilibrio delle costruzione liriche, apprezzandone ogni anfratto e sfumatura, scoprendone il loro essere musicali ancor prima dell’arrivo delle note, e cogliere così i molti richiami e rimandi al patrimonio non solo culturale, ma anche umano di chi le ha composte. Perché, come scrive Athos Bigongiali nella sua nota di postfazione, “Francesco compone e verseggia storie traendole da un vissuto la cui quotidianità gli era già nota prima di farne parte, da luoghi, circostanze tanto lontane quanto recenti nel tempo scandito da un orologio il cui ticchettio solo lui sa intendere”, incantandoci con “storie universali, proprie dell’eterna commedia umana e rivisitate sul filo di una memoria che non fa sconti, di un’ironia sottile e di un senso del comico travolgente”.

Se l’Accademia di Svezia intendesse riproporre nel 2021 l’azzardo del 2016, insomma, noi pisani sapremmo chi candidare.

(* le canzoni sono diverse dalla letteratura. Sono fatte apposta per essere cantate, non lette. Le parole delle commedie di Shakespeare erano concepite per essere recitate sul palco. Proprio come i versi delle canzoni sono per essere cantati, non letti su una pagina. E spero che alcuni di voi coglieranno l’occasione per ascoltare quei versi nella forma in cui sono stati concepiti per essere ascoltati: in concerto, o su disco, o in qualsiasi modo oggi si ascoltano le canzoni. Torno ancora una volta a Omero, che dice: “Canta in me, o Musa, e attraverso me racconta la storia”).

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