Franco Battiato, il custode della Fortezza Bastiani

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Franco Battiato, il custode della Fortezza Bastiani

“In uno spiraglio delle vicine rupi, già ricoperte di buio, dietro una caotica scalinata di creste, a una lontananza incalcolabile, immerso ancora nel rosso del tramonto, come uscito da un incantesimo, Giovanni Drogo vide allora un nudo colle e sul ciglio di esso una striscia regolare e geometrica, di uno speciale colore giallastro: il profilo della Fortezza (…). Drogo la fissava affascinato, si domandava che cosa ci potesse essere di desiderabile in quella solitaria bicocca, quasi inaccessibile, così separata dal mondo. Quali segreti nascondeva?”

La Fortezza. Doveva essere questo, nelle intenzioni dell’autore, il titolo di quello che sarebbe divenuto uno dei romanzi più celebri della letteratura italiana del novecento. Fu l’editore, Leo Longanesi, a convincere Dino Buzzati a cambiarlo, suggerendogli di far scoprire subito al lettore che cosa si vede dai bastioni dell’avamposto in cui prende servizio, carico di speranze e desideroso d’avventura, il giovane tenente Giovanni Drogo: “Il deserto dei tartari”. Eppure, nonostante la scomparsa dell’immediato richiamo dal titolo, nel corso del tempo la Fortezza Bastiani, questo il nome completo della roccaforte eretta per proteggere i confini settentrionali del Regno dalle incursioni dei misteriosi e temibili tartari, ha finito per diventare il più iconico, insieme alla Certosa di Parma di Stendhal, dei luoghi letterari inesistenti, entrando a far parte dell’immaginario di numerosi artisti che ne hanno fatto, ora privilegiando la fisicità narrativa ora il suo significato metaforico, strumento per la loro ispirazione. Tra i molti folgorati sulla via del deserto menzione speciale la merita senza dubbio Franco Battiato, che nel suo album Dieci stratagemmi (2004), dedica un brano – intitolato guarda caso Fortezza Bastiani – al luogo buzzatiano per eccellenza. Come suo costume, tuttavia, il cantautore siciliano, con la complicità del coautore Manlio Sgalambro s’appropria di un titolo, e di un’opera, altrui per farli propri e, come era già successo con il Re del Mondo di René Guénon, reinterpreta e ridefinisce la valenza simbolica del non-luogo immaginato dall’autore del romanzo, eleggendolo a scenografia delle sue riflessioni sulla difficile arte dell’esistenza, e sui modi, o appunto gli stratagemmi, per praticarla e per sopravviverle.

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Se, infatti, per lo scrittore bellunese la fortezza, in cui il suo protagonista sceglie e al contempo è costretto a vivere, è il teatro ideale per mettere in scena uno stallo esistenziale scandito dai ritmi ordinati e inesorabili della vita militare e indotto dalla costante attesa per qualcosa di straordinario che pare sempre sul punto di accadere senza mai farlo – lo stesso Buzzati rivelò come l’idea per il romanzo derivasse dalla monotona vita da redattore del Corriere della sera, imprigionata in anni di routine dal sogno di un grande scoop in grado di sparigliare le carte –, per Battiato e Sgalambro diventa invece una roccaforte dell’abisso umano da mantenere inespugnata (“Resisterà alla dolci lusinghe la Fortezza Bastiani? Bugiardi imbonitori l’assediano, con violenze degne di Tamerlano”), così da proteggere un equilibrio interiore finalmente raggiunto attraverso l’emancipazione da quella “ossessione dell’io” che tiene immobili nei limiti, e la requie infine trovata, seduto su una panchina in “un magico pomeriggio dai riflessi d’oro”, dalla fatica di una vita spesa per troppo tempo “girando a vuoto, senza nessuna direzione”. La Fortezza Bastiani cantata ed evocata dal Maestro pare insomma essere un privato e personalissimo luogo dell’anima che, una volta raggiunto, magari dopo aver imparato ad “attraversare il mare per ingannare il cielo”, come recita il sottotitolo dell’album, va difeso e preservato a ogni costo, perché la vita sognata non si compie e realizza solo all’infuriare della battaglia, come pare invece suggerire Buzzati, ma perché, al contrario, è proprio nella quiete di un luogo isolato, deserto e forse circondato dai giardini della preesistenza, che si può resistere: andando incontro al piacere, ascoltando il respiro e trattenendo il calore, fino a far planare il proprio pensiero “su un’altra forma d’onda”.

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