Ho fatto un sogno

di Alberto “Capello” Mattolini

Alberto (aka “Capello”) è un grande batterista, un grande musicista in genere ed uno storico collaboratore del Musicastrada Festival. Per la prima volta scrive per il Diario di Musicastrada. La sua è un’attenta analisi della situazione della musica in Italia (n.d.r.)

“Ho fatto un sogno”

Una radio trasmetteva le stesse cose di altre trenta radio, un modo per “far piacere” una play list che le regole di mercato volevano imporre. I protagonisti di questa setta se la passavano benone, li vedevi sfilare ben vestiti nei grandi appuntamenti riservati agli abiti da sera da qualche migliaio di Euro o appollaiati sulla loro barca a Porto Cervo, dove centinaia di ammiratori si spintonavano per conquistare una postazione dalla quale poterli guardare, per poi raccontare agli amici quanto fossero vicini ai loro miti.
Intanto su Internet nascevano i sistemi di condivisione. Una societa’ lobbistica si appellava alle leggi per arginare la piaga, ma neanche i decreti piu’ assurdi per i quali scaricare musica era piu’ grave dei falsi in bilancio ai danni di migliaia di risparmiatori, non riuscivano a contenere il dilagare di cio’ che era definito pirateria.
I discografici cominciavano a veder limati i loro introiti e si riunivano dentro la suddetta societa’ per adottare misure remunerative che tenessero in piedi i loro imperi. La societa’ prevalentemente da loro rappresentata penso’ di agire sulla voce di incasso maggiore del bilancio, quella dei piccoli concerti nei locali, eseguiti da appassionati o da tenaci professionisti senza gloria, togliendo loro la maggior parte dei rispettivi diritti.
Si parlava di crisi della musica, un modo per “istruire” il popolo orientandolo a pensare che senza il mercato discografico la musica sarebbe finita. Perfino nelle scuole si operava un lavaggio del cervello ai ragazzi.
Eppure i musicisti sconosciuti si moltiplicavano ovunque e venivano ospitati da quei locali che nonostante tutte le imposizioni economiche al limite della decenza, riuscivano a stare in piedi.
Anche le associazioni culturali sempre meno aiutate da chi dovrebbe conoscere l’importanza della cultura, stringevano la cinghia e proponevano quella piccola grande musica mai ascoltata alla radio, pur essendo gradita ad un pubblico che la scopriva per la prima volta.
Intanto i lobbisti rilanciavano un nuovo modo di creare talenti a basso costo, attraverso appositi programmi televisivi gettavano in pasto ai leoni “esperti”, gruppi di ragazzi sognatori da quali estrapolare i vincitori di una lotta all’ultimo sangue.
Ma nella rete nascevano altre forme personali di promozione, la suddetta societa’ perdeva il monopolio della gestione musicale e sempre meno autori si avvalevano dell’inconsistente vantaggio senza risultati che aveva promesso. Contro la martellante informazione di una musica che sarebbe finita, c’era una contro- informazione che mostrava quanto fosse importante scoprire quell’oceano di musica sommersa fatta piu’ per arte che per profitto. Nessuno comprava piu’ un disco che non fosse autoprodotto e che non avesse un prezzo umano.
Finalmente i lobbisti dovettero soccombere e cambiare mestiere. I nuovi musicanti uscirono dalla cantine con le loro produzioni, alcune anche raccolte in CD venduti al prezzo di un caffe’. Ora un pubblico poteva decidere il proprio gradimento senza imposizione. Nei locali e nelle piazze si ascoltava musica nuova, una scoperta continua sulla quale non aleggiavano i fili dei burattinai. Non c’erano miti, c’era una professione per tanto tempo negata alle masse: quella dell’artista. Poteva piacere o meno, la scelta non era piu’ pilotata ma seguiva un gradimento personale. Quelli erano davvero i nuovi “posti di lavoro”. Le radio si diversificarono fra loro e finalmente la libera concorrenza gli permetteva di diffondere programmi sempre mirati ad ottenere una varieta’ artistica sulla quale poter orientare ogni scelta. Un mondo non piu’ riservato a pochi, ma a tutti coloro che avevano da dire qualcosa in campo artistico, e questo anche a vantaggio di un pubblico piu’ aperto ad ogni genere e ad ogni esplorazione musicale.
Perfino le classi politiche cominciarono a vedere vantaggi ad inserire la cultura nei loro programmi, e forse avrebbero anche cominciato a sostenerla di piu’ di quanto non avevano fatto in passato.

Avevo caricato la radiosveglia alle otto. Mi alzai al suono della solita play list di una radio qualsiasi, uguale a quella di altre trenta radio.

Peccato.