“I CAN’T ESCAPE MYSELF”, THE SOUND

di Davide Malito

“I CAN’T ESCAPE MYSELF”, THE SOUND, Korova Rec. 1980.
Le grandi e potenti casse dello stereo di Giuse venivano spostate continuamente. Le disponeva nella posizione migliore per l’ascolto. C’erano ospiti. E l’ospite doveva godersi lo spettacolo al suo top. Si doveva ascoltare  bene.
Non era una camera come tutte le altre.
Si, c’era anche il letto.
Ma dominava lo stereo.
Da lui si andava per ascoltare le novita’ in arrivo dall’Inghilterra o dagli States.
Arrivavo li’ dopo pranzo, presto…poi I’indaco sempre piu’ intenso del cielo mi accompagnava a casa. Il suono dei miei passi scandiva il tempo. Le canzoni mi risuonavano in testa. Tutte.
Chissa’ come faceva ad avere sempre tutti quei dischi nuovi…usciti da pochissimo. Me lo sono chiesto tante volte.
Girava per la stanza con le copertine in mano. Curioso, fiero di farcele vedere. Un momento prezioso, speciale. Ero emozionato, quasi sempre emozionato. Me lo ricordo bene.
La moquette, le sigarette. Tante. La finestra un po’ aperta, le persiane semichiuse.
Aveva in mano la copertina di Jeopardy, il primo Lp dei Sound. Bianco e nero. Tanto grigio. Inglesi. Quel giorno c’era da sentire loro.
Volume alto.
Iniziava con “I can’t escape myself”. Era il primo pezzo della facciata A.
Fade in di chitarra, percussiva, corde stoppate e poi libere e taglienti nel riff. Singhiozzi nervosi in attesa di un verdetto. Basso e batteria arrivano da lontano, la chitarra li chiama disperata.
Era un cuore che aveva paura.
I battiti aumentano, la tensione sale.
Adrian Borland muore gettandosi sotto un treno in una stazione di Londra. 41 anni. Proprio oggi che scrivo (26 Aprile) e’ l’undicesimo anniversario della sua morte.
“so many feelings/ pent up in here / left all alone I’m with / the one I most fear “. Sono il sentimento della prima strofa.
Percepivo di aver sentito qualcosa di speciale,  quel giorno.
La voce di Borland era un grido di dolore, di pena. Continuo. La sofferenza gli cresceva dentro. Una vera ossessione.
La “nota” del rullante della batteria di Michael Dudley – una risonanza mediosa, quasi fastidiosa – era la sentenza, l’angoscia che cresce.
La paura, la consapevolezza di non farcela. I CAN’T ESCAPE MYSELF.
Intrappolato dentro di te. La chitarra comincia a strillare, sempre di piu’ sempre di piu’.
Grande pezzo. Unico.
Unici i The Sound.
Con i ricordi sono sul treno per Firenze. Mia sorella, il suo ragazzo e Giuse.
C’erano i The Sound al Manila.
1981, mi pare. Avevo 14 anni. Loro erano grandi. Mi portano con loro, coccolato.
Il biglietto in tasca, attento a non perderlo. Il mio primo concerto. Il viaggio di sera, l’attesa…si camminava veloci.
“Facciamo presto, tagliamo di qua” sentii dire. Tempo mezz’ora ed eravamo al club.
C’era tanto nero, bello…gli anni ’80. Gelatina, qualche cresta. Anfibi. Ambiente familiare. Aggiunsi un tocco di colore con il viola elettrico della mia camicia comprata usata, made in Germany, da Gigolo’, a Pisa. Ci tenevo!
“Heartland” ci schiaccio’ al pavimento. Erano forti, sicuri, nervosi. Bravi. La potenza di una band. La potenza di chi crede in quello che suona.

THE SOUND.
Era la seconda della facciata A, “Heartland”.
“I can’t escape myself “ la fecero a meta’. Fu una perla.
La chitarra di Borland esplose il solo nelle nostre orecchie. L’angoscia per lui era finita, pensai.
Godevo.
Tornammo a casa di notte, sempre in treno. Borland nell’orecchio, Giuse nei ringraziamenti.
E li sento ancora…

Mi permetto di consigliarvi l’ascolto di almeno due Lp:
– Jeopardy, korova rec. 1980
– From the lion’s mouth, korova rec. 1982