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Il concerto “diVino” – Io c’ero: il concerto di Emma Morton a Borgo a Mozzano

RUBRICA

A cura di Carlo Fusi

Il vino, una pozione magica che ti connette con gli Dei. La voce, lo strumento di comunicazione più antico e moderno di sempre. Insieme, un mix splendido che ti porta a viaggiare mentalmente, nel colore, nell’ombra, nel suono, nel ritmo, nell’arte, regalandoti sensazioni ed emozioni che ti fanno sentire completo nel tuo essere.

emma e lucaNell’atmosfera essenziale di Borgo di Vino, manifestazione annuale che si tiene a Borgo a Mozzano (LU),  Emma Morton ed il suo compagno Luca Giovacchini (uno dei più talentuosi chitarristi italiani) si alternano per creare le geometrie vocali e strumentali che caratterizzano la scrittura musicale prima di subire il classico processo di trasformazione digitale. Emma gioca ottimamente con la dinamica, regalando attimi di profonda intensità. Una voce splendida, profonda, grigio scuro sulle frequenze medio-basse, chiara e piena sulle alte, brillante. La ritmica vocale sfiora la perfezione, riuscendo a muoversi egregiamente e creando un qualche cosa di unico e diverso nelle classiche cover. Uno stile vocale che spazia tra il blues, il jazz, il soul. In alcuni momenti puoi sentire Billie Holiday, in altri Amy Winehouse, in altri Adele. Un’artista completa e valida sotto tutti i punti di vista, interessante e mai banale che ha creato una sua arte musicale e un personaggio da proporre al mondo. Un look misterioso ed accattivante, una fisicità in simbiosi perfetta con la musica, una voce che ti entra nella testa ed arriva dritta al cuore. Una cantante da seguire nel suo percorso musicale, che spero ci regalerà grandi soddisfazioni.

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“Fool4U”, scritto e composto da Emma, è una canzone struggente che mette al centro della vita la pienezza dell’amore di una madre verso sua figlia. A mio parere la versione studio non è minimamente paragonabile alla versione live, un arrangiamento misto vintage/elettronico di poco gusto che non risalta la bellezza primaria del pezzo. Io avrei optato per una versione piano, voce, archi, qualche intervento minimo di batteria, una linea semplice ma incisiva di basso, una chitarra acustica con una sonorità brillante, sapientemente arrangiata con la linea di piano. Sarebbe stato perfetto. Peccato!

Emma chiude il concerto con “Moondance”, uno standard jazz che sarei stato curioso di sentire con qualche cosa di più a livello di improvvisazione vocale, uno “scat” che poteva esaltare la sua esibizione e aggiungere valore alla sua interpretazione, personalissima, del pezzo.
Purtroppo siamo in Italia e certi generi o stili musicali (vuoi per la cultura, vuoi per la lingua), non vengono capiti ed apprezzati pienamente. Difficile trovare un ventenne che conosca Billie Holiday; difficile trovare ventenni che conoscano il Blues. Penso e spero che Emma Morton sia pienamente consapevole di questo, e che la sua sia stata una scelta dettata dal suo essere e non da “broker” o “ragionieri” della musica.

Con Effetto, Cinismo ed Ironia.
Carlo Fusi

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Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Lo star system discografico USA concentra e condensa in un certo senso tutta le storia e le ambizioni dell’American Dream e dell’American Way Of Life, persino quando i sogni di gloria non si concretizzano e conseguentemente chi ha sognato viene abbandonato e buttato via. In realtà lo stardom discografico applica le stesse logiche della gestione del potere. Come avvertiva Noam Chomsky, la società USA (e per esteso le democrazie avanzate per non parlare di quelle autoritarie o sovraniste) non si fonda sulla significativa partecipazione pubblica ai processi decisionali. ‘E piuttosto un sistema fondato su decisioni prese dall’elitè e ratificate periodicamente dal popolo. Alle persone non resta che pensare che lassù ci sia qualcuno che sa quello che fa perché dotato della necessaria competenza. Controllato da grandi imprese private e da gruppi elitari, lo star system genera a rotazione continua una serie di personaggi che sono tali perché creati dai mezzi di comunicazione di massa, revival, equivoci o cloni destinati a soddisfare le voglie di mercato, le ambizioni di qualche manager o semplicemente la necessità di mandare avanti la baracca. Un prototipo di questo schema fu la spasmodica ricerca del nuovo Dylan fra il 1970 e il 1975, dopo che il vero Dylan si era ritirato dal mercato discografico (o sfornava dischi erroneamente giudicati minori). Di nuovi Bob Dylan ne vennero trovati migliaia, alcuni ebbero un’esplosione iniziale e poi un quieto tran tran, alcuni un fugace momento di gloria, moltissimi vennero dimenticati. Uno di questi fu Sixto (Diaz) Rodriguez. Nato nel 1942 a Detroit sesto figlio di una modesta famiglia di origine messicana, ha cominciato a lavorare per la General Motors, la principale produttrice di auto in USA e simbolo della città negli anni Sessanta quando la popolazione arriva a contare due milioni e mezzo di abitanti attirando masse di lavoratori. Sono anni in cui si forma contestualmente una classe operaia fiera del proprio lavoro e un sindacato attento alle condizioni di lavoro (legislazione per impedire la manodopera infantile, trattamento paritario fra uomini e donne). Nello stesso tempo si amplia il perimetro della città con le periferie che diventano quartieri dormitorio o ghetto: un classico dell’industria fordista. Ma sono anche gli anni delle proteste per la guerra in Vietnam e del costante aumentare delle tensioni razziali fra i vari gruppi etnici. Quella maggiormente colpita è proprio la manodopera latina fra cui dilaga l’alienazione e l’emarginazione. Sixto Rodriguez è così allo stesso tempo operaio e, armato di chitarra a tracolla, cantore delle difficili condizioni di vita degli emarginati in città. Inizia a suonare nei pub e nei club locali e nel 1967 incide un primo singolo I’ll Slip Away per l’etichetta Impact ma con scarso successo. Un paio d’anni dopo due musicisti molto attivi in città Mike Theodore e Bob Babbitt lo ritrovano in un fumoso piccolo club il Sewer By The Sea e lo segnalano a Clarence Avant proprietario della Sussex Record a cui non par vero di partecipare alla corsa per il nuovo Dylan.  A quel punto il copione è tipico: contratto firmato nel retro del locale, congrui anticipi, studio di registrazione, collaboratori scafati e l’anno dopo nel 1970 esce il primo disco di Rodriguez intitolato Cold Fact. La struttura dei brani è tipicamente quella dylaniana (Crucify Your Mind), specialmente per i testi ispirati a un dolente iperrealismo sulla vita dei losers emarginati e della periferia (Sugar Man, I Wonder), gli arrangiamenti risentono invece dei prodotti tipici della Detroit musicale del periodo: da una parte il blues psichedelico irruente e selvaggio di Stooges ed MC5 (Inner City Blues) dall’altra il soul della Motown (Forget It). All’interno di questo perimetro Cold Fact è una versione più seria e descrittiva della psichedelia eretica dei Love. L’album tuttavia ha scarsissimo successo e vende pochissime copie (pare solo 6) e Rodriguez ci riprova l’anno dopo con Coming From Reality che accentua il lato elettrico (Climb Up On My Music) e più eccentrico (la dolente Halfway Up The Stars) della sua musica. Ma anche quest’album è un altro insuccesso e anche un terzo LP finisce su un binario morto: Rodriguez si ritrova a ingrossare la fila dei nuovi Dylan falliti. In difficoltà economiche Rodriguez comincia a lavorare nei cantieri edili e nelle ditte di demolizione. Del Rodriguez musicista si perdono le tracce. Alla metà degli anni Settanta, la sua musica grazie a sporadici passaggi radio diventa nota in Australia e Nuova Zelanda e un’etichetta australiana la Blue Goose acquista i diritti di alcuni suoi brani pubblicando l’antologia At His Best. Ma è in Sudafrica che succede l’impensabile. Una delle poche copie di Cold Fact vendute in USA arriva tramite fidanzata-americana-di-un-ragazzo-sudafricano nella terra dell’apartheid. Laggiù la musica e i soprattutto i testi anti-sistema di Rodriguez diventano patrimonio comune degli attivisti bianchi anti-apartheid. Per mezzo del passaparola quell’unica copia iniziale diventa disco su musicassetta che produce altre musicassette, che producono copie bootleg in vinile e poi copie ufficiali in vinile nel 1971 (grazie alla Gallo Records), che producono copie in CD nel 1979 nonostante l’opposizione del regime di Botha che arriverà a rigare la prima traccia delle copie in vinile di Cold Fact (cioè Sugar Man). Come che sia per l’attivista anti-apartheid This Is Not A Song diventa un inno a combattere l’establishment, per l’hippie di Johannesburg Rodriguez è un cantante chicano che canta canzoni d’amore, parla di una rivoluzione imminente proveniente dai bassifondi e Sugar Man diventa una delle più grandi drug song di tutti i tempi. Insomma in Sudafrica Rodriguez assurge al livello di Dylan, Neil Young e Leonard Cohen. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada E a questo punto la leggenda si ingigantisce senza che Rodriguez in Usa ne sappia niente. Mentre lui continua a lavorare come muratore e demolitore di autentiche topaie, vivendo nel sobborgo di Woodbridge in una casa comprata all’asta nel 1970 per 50 dollari (era in stato di semiabbandono), occupandosi di problemi sociali e frequentando i corsi serali all’università (laurea in filosofia nel 1981), in Sudafrica cominciano ad interrogarsi che fine abbia fatto il loro eroe. Le prime ricerche dei giornalisti sudafricani (gli unici ad avere un minimo di contatti col mondo da cui il Sudafrica è messo al bando) si perdono nel nulla. A questo punto nascono le leggende sul fatto che Rodriguez in realtà sia morto sul palco alla fine di un concerto non si sa neanche se sparandosi o bruciandosi vivo oppure ancora per overdose: un classico cliché dello star system come il (falso) suicidio di Bowie nel 1973. Poi nel 1990 finisce l’apartheid e tre persone, Stephen “Sugar” Segerman proprietario della Mabu Vinyl un negozio di dischi indie a Capetown, il giornalista Craig Bartholomew-Strydom e l’avvocato Tim Currin aprono un website intitolato The Great Rodriguez Hunt chiedendo notizie tramite internet. Seguendo la traccia dei soldi scoprono che i soldi versati dalle case discografiche sudafricane sono andati alla Sussex Records inglese che li versa a quella americana: solo che Clarence Avant si è tenuto i soldi destinati a Rodriguez, un altro classico dello star system. Finchè nel 1997 la figlia maggiore Eva si imbatte nel website e contatta i tre rivelando che il padre è vivo e vegeto ed è disposto a parlare con loro. Alla fine i tre riescono a parlare con Rodriguez rivelandogli quanto sia famoso in Sudafrica (dove ha già vinto almeno 6 dischi d’oro). Ci vorrà un anno per organizzare un tour in Sudafrica finchè il 6 marzo 1998 Sixto Rodriguez si esibisce per la prima volta a Capetown (il primo di altri 5 concerti tutti sold out) davanti ai suoi fan sudafricani in delirio come se vedessero Elvis Presley resuscitato. Rodriguez tornerà in Sudafrica altre 2 volte ma si esibirà anche in Svezia e in Australia e Nuova Zelanda. La sua storia incredibile di rockstar redivivo ispirerà il premiatissimo docu-film Searching For Sugar Man dello svedese Malik Bendjelloul presentato nel 2012 al Sundance Film Festival. Gli album di Rodriguez sono stati ripubblicati dalla Light In The Attic Records nel 2009, il secondo con tre bonus track (il primo singolo e altri due brani preparati per il terzo LP). Sixto invece continua a vivere la vita di sempre, occupandosi della sua comunità, vivendo nella stessa casa di sempre e andando in tour. ‘E un redivivo e le sue canzoni parlano per lui al punto che il personaggio si è sovrapposto alla persona. Ma questo non ha certo reso Rodriguez più triste o amaro: per lui l’idea del successo ha solo differenti versioni. Non è neanche granché interessato ai soldi che i discografici gli hanno rubato in tanti anni. Come ha detto Rodriguez quando ha semplificato la sua esperienza: “Il segreto della vita? Inspirare ed espirare”   leggi anche… Il concerto “diVino” – Io c’ero: il concerto di Emma Morton a Borgo a MozzanoMagazineSu la mascher(in)a!MagazineL’Officina dell’heavy metal Italiano – Li avete sentiti questi?: La Strana OfficinaMagazineDistruggi il male e va! Ascesa e discesa del “Goldrake” CaraturoMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Con la rubrica “Storie di musici e musica” cercheremo di raccontarvi un po’ di queste fantastiche vicissitudini. La prima è quella di Vashti Bunyan e a narrarcela è Alfredo Cristallo. Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Volete sapere come si diventa rockstar a 60 anni ? C’era una volta una ragazzina magra, dalle lunghissime gambe e dai capelli corvini. E’ nata a Londra nel 1945 e porta un cognome importante, Bunyan come il teologo inglese del ‘600. L’infanzia scorre tranquillamente finché nei primi anni ‘ 60 va a studiare pittura alla scuola d’arte Ruskin, a Oxford ma vi rimane poco. Viene espulsa: le piace suonare la chitarra (che ha imparato da piccola) e cantare non dipingere. Poi a 18 anni parte per gli USA e lì nell’ambiente frizzante e scapigliato del Greenwich Village conosce il giovanissimo Bob Dylan. Affascinata da canzoni come “Blowin’ In The Wind”, decide di diventare cantante. Torna a Londra e conosce Andrew Loog Oldham, il manager dei Rolling Stones che le regalano “Some Things Just Stick In Your Mind” il suo primo singolo , un beat sognante che esce nel 1965. Il periodo della Swinging London la trova cantante un po’ Marianne Faithfull, un po’ Francoise Hardy nei night club di Soho. Esce ancora qualche singolo, Vashti partecipa al documentario “Tonite Let’s All Make Love London” (1967) ma l’insuccesso commerciale la spinge a tagliare i ponti con la musica. 1968: è il periodo del flower-power  e Vashti con il suo compagno Robert vengono invitati da Donovan a raggiungerli nella sua comune hippy a Skye. Non hanno macchina e con le 100 sterline prestati da Donovan, comprano una carrozza e un cavallo e imboccano la A6 verso il nord e le Ebridi. Il viaggio dura un anno fra incontri con altri hippies alla ricerca della libertà, zingari che riconoscono Vashti come una di loro, lavori di giardinaggio e imbiancatura di case per pagarsi pane e companatico. Quando nell’estate del 1969 i due raggiungono Skye,  scoprono che Donovan non c’è più. Iniziano il viaggio di ritorno. Al Lake District incontrano Joe Boyd . Il fresco produttore del primo LP di un certo Nick Drake ascolta le canzoni che Vashti ha scritto durante il viaggio e decide di pubblicarle. Con l’aiuto di Simon Nicol e Dave Swarbrick (dei Fairport Convention) e Robin Williamson (Incredible String Band) registra “Just Another Diamon Day”(1970). L’album è un miracoloso miscuglio di quadretti intimisti, acquerelli bucolici, salmi intrisi di misticismo orientale cantato e suonato in punta di piedi con arrangiamenti minuscoli e sommessi: la fiabesca descrizione di un’utopia generazionale. Ma l’album vende solo poche copie e Vashti decide di abbandonare la musica. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Con Robert si stabilisce in un cottage in Irlanda. Lì conduce una ritirata vita di campagna, allevando cavalli, crescendo i tre figli, attendendo ai lavori agricoli. Non ha neanche una copia del suo album, solo una cassetta che i suoi figli ascoltano di nascosto. Passano quasi 40 anni, la coppia si separa e Vashti si trasferisce a Edimburgo (1997). Nella nuova casa ha un computer, si collega a Internet, digita il suo nome e scopre che quel suo album dimenticato è diventato un oggetto di culto, accanitamente cercato dagli appassionati (una copia originale viene venduta a 2000 dollari su E-Bay) e il suo nome è venerato dai musicisti della rinascente scena avant-folk. Vashti impiega 3 anni a ritrovare i master originali del disco e lo ripubblica nel 2000: non si fa molte illusioni, invece il disco vende 50.000 copie. Viene invitata a suonare da  Devendra Banhart, poi dai Piano Magic in “Writers Without Home” (2002) e dagli Animal Collective in “Prospect Hummer” (2005). Nello stesso anno incide dopo 35 anni il suo nuovo LP “Lookafterring” con la collaborazione di Banhart, Joanna Newsom, Adam Pierce (dei Mice Parade); e nonostante il tempo passato sia evidenziato dalle orchestrazioni neoclassiche e dall’elettronica spruzzata qua e là, la sua voce dimessa e autunnale è ancora là a mormorare che l’antico sogno sorpassa i tempi e la fretta della modernità. leggi anche… Vita da Groupie – Letteratura in Musica: “Sto con la band” di Pamela Des BarresMagazineL’AMORE PER LA MUSICAMagazineE Il Rock Italiano cominciò con un Mantra Li avete sentiti questi? I Ritmo TribaleMagazineTwee Pop La Postcard e i gruppi punk-pop della giovane Scozia Band a confronto: Orange Juice, Josef K, Fire Engines, Aztec CameraMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Figli del riflusso, bandiscono i grandi festival rock, per rinchiudersi in locali angusti dove si agita un microcosmo sociale comprendente gli skinheads intenti a ballare la slam dance, gli hardcore imbalsamati nel cuoio, con le capigliature a tomahawk e “le” hardcore che palesano un gusto grottesco (minigonne da Swinging London, trucco da prigioniere di lager) e assistono indifferenti ai riti autodistruttivi dei partner. Naturalmente tutti odiano il rock degli anni ’60 e ’70: suono e testi sono diretti e spediti, zero costruzione del discorso e armonie sofisticate, tecnica approssimativa, frenesia epilettica, vocabolario ridotto a 2 parole (fuck e kill) in grado di bruciare in pochi secondi tonnellate di odio grezzo. Delle due capitali culturali, una, Los Angeles produce il beach punk, cioè la versione più teppista e criminale, l’altra S. Francisco già patria degli hippie e dei movimenti di massa produce un punk più politicizzato (anarchico o antifascista). Caratteristiche comuni a tutti i gruppi californiani sono la denuncia dello squallore metropolitano, la concisione e il mito dell’esistenza breve: di molti gruppi rimangono solo pochi 45 giri. Ma torniamo a quella notte del 1976: i Nuns non immaginavano che proprio loro avrebbero iniziato il punk californiano. Invece avevano tutti i numeri dalla loro. Act selvaggi e depravati e tre grandi frontman: il grande e disperato chitarrista Alejandro Escovedo, Jeff Olener cantante maledetto alla Lou Reed e Miro, perversa e lasciva chanteuse e pianista nella parte di Nico. I loro brani (12 su 3 EP) tutti brevissimi e suonati a passo di carica sono capolavori del punk più nichilista: World War III, Child Molester, Suicide Child e Decadent Jew su tutti. I Germs furono la loro controparte a Los Angeles nel 1977. Vennero formati da Darby Crash (voce) e Pat Smears (chitarra) che reclutarono Lorna Doom (basso) e Belinda Carlisle (batteria poi sostituita da Don Bolles). Ignoravano come si suona ma i loro primi singoli Forming e Lexicon Devil divennero gli inni dei punk più emarginati. Darby Crash, tossicodipendente, alcoolizzato, omosessuale innamorato di un adolescente divenne il simbolo di tutti i ragazzi disperati: era un grande poeta visionario e combinava la ferocia vocale di Johnny Rotten e la pulsione autodistruttiva di Sid Vicious. Il loro unico album GI (1979) è una sequenza di pezzi mozzafiato suonati a velocità supersonica: basso a mitraglia, mini-assoli  lancinanti al servizio del canto torturato, piscotico e catartico di Crash che regala immensi hit come Communist Eyes, Manimal, We Must Bleed e What We Do Is Secret. Perseguitati per i loro concerti violentissimi, vennero banditi da tutti i club; Crash lasciò il ragazzo e fuggì a Londra con una ragazza. Tornato in patria, scoprì che il gruppo si era sciolto e la sua carriera era finita: come da manuale del vero punk  si comprò 400 dollari di eroina e morì di overdose. Altro tipico esempio di brevità (musicale e artistica) furono gli Avengers di Berkeley. Loro però sapevano suonare. Sono il chitarrismo rovente di Greg Ingraham, la batteria galattica di Danny Furious e il canto marziale di Penelope Houston che lanciano hit destinati a rinverdire i fasti dell’epica disperazione di Sex Pistols e Clash. Fra il primo singolo We Are The One/Car Crash (1977), passando per No Martyr, i grandi inni di The American In Me e Second To None fino a Corpus Christi passano solo due anni di ribellismo sonoro: “We Are Not Jesus/We Are Not Fascists/We Are Not Capitalists/We Are Not Communists”. Siamo punk. Nuns – Suicide Child Germs – Communist Eyes Avengers – We Are the One [...] TUTTE LE RUBRICHE TOP FIVE | LETTERATURA IN MUSICA | STORIE DI MUSICI E MUSICA | VIA COL VENTO | OK IL PEZZO E’ GIUSTO | LI AVETE SENTITI QUESTI | BAND A CONFRONTO | LE PEGGIORI MAI SENTITE | PENSIERI IN MUSICA | CONSIGLI PER L’ASCOLTO | SARANNO FAMOSI? | LA PAROLA AI MUSICISTI | IO C’ERO | IO CI SARO’ | IL DIARIO DI MUSICASTRADA | DISCOVERY | FUORIUSCITI | LIFE ON MARRS | MIGLIORARE SUL LUNGO PERIODO | LO SAPEVATE? | DIETRO LE QUINTE CON ascolta Un assaggio dalla selezione settimanale di Gianluca De Vito Franceschi Messages From The Resonator by Globular & Geoglyph Iscriviti alla newsletter di Musicastrada news musicastrada “Yemule Muladdiwen” fuori il secondo singolo dei Fanfara Station Musicastrada Gospel Festival 2021: il 20 e 21 dicembre il Gospel arriva nei borghi toscani Musicastrada al Womex dal 23 al 31 Ottobre 2021 a Porto Portogallo E’uscito “NAGRAN” nuovo singolo dei Fanfara Station Musicastrada Festival 2021 dal 14 Luglio all’8 Agosto in Toscana In arrivo WEZ la webzine di musicastrada musica pensieri parole in libertà! 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