Il Punk Militante di Leeds – Band a Confronto: Gang of Four, Mekons, Delta 5, Au Pairs

Il Punk Militante di Leeds – Band a Confronto: Gang of Four, Mekons, Delta 5, Au Pairs

I gruppi di punk militante di Leeds sono un prodotto dell’ultima stagione laburista alla fine degli anni ’70 prima dell’era thatcheriana come delle tendenze centrifughe successive al diluvio punk. Leeds, tipica città universitaria, era il fulcro di una corrente culturale e artistica che partiva dai gruppi più politicizzati (maoisti, trotzkisti, marxisti-leninisti) e arrivava fino al situazionismo passando fra varie forme di militanza.

Dal calderone del dipartimento di Belle Arti provenivano i membri di Gang Of Four,  Mekons e Delta 5. I Gang Of Four non erano marxisti puri ma facevano parte di quel pot-pourri ideologico di sinistra autodidatta che fondeva sistemi di pensiero diversi (Gramsci, Lukacs, Althusser, Brecht): il gruppo aggiunse un dosato pizzico di rigore ideologico al suo sound secco, essenziale spezzettato dalle glaciali stoccate funk di Andy Gill (chitarra), dai ritmi anti-rock di Hugo Burnham (batteria) e dalle figure dub di Dave Allen (basso). I testi erano invettive influenzati dal teatro antinaturalista e didattico di Brecht: una feroce descrizione della realtà e delle strutture profonde ed egemoniche che governano la società capitalista(un tipico concetto di Gramsci). Nel primo EP Damaged Goods (1978) sono le pulsazioni del basso, la chitarra tagliente e i loop ritmici a contraltare i desolati sermoni di Jon King (voce) sull’amore romantico (Love Like Anthrax, la title-track).

Prima dei Gang Of Four, furono però i Mekons – inizialmente una loro appendice – a firmare un contratto con la label indie Fast Product e a pubblicare il cacofonico hit  Never Been In A Riot (una satira di White Riot dei Clash; 1978). I due gruppi agivano come una cooperativa anche se  l’approccio dei Mekons era più politico, casuale e informale (ovvero egualitarismo e dilettantismo musicale). Il secondo vendutissimo hit Where Were You  uscì a fine 1978, dopodiché passato alla Virgin, il gruppo pubblicò The Quality Of Mercy Is Not Strnen (1979) che divenne un classico del punk indipendente grazie al suo stile sciatto e amatoriale (Trevira TrousersAfter 6WhatDan DareBeetrot) ma mise in luce i limiti del loro dilettantismo ideologico di fronte al successo: Jon Langford (chitarra, voce) emerso come leader spinse il gruppo verso un dance pop creativo (Teeth) e poi se ne andò lasciando il gruppo in ibernazione. I Gang, più disciplinati gestirono meglio l’abbrivio iniziale. Fin dalla famosa copertina, l’album Entertainment (1979) è uno dei più significativi capolavori del post-punk con il suo funk sobrio ma aggressivo e remoto (il singolo At Home He’s A Tourist Natural’s Not In ItReturn The Gift), infarcito di dissonanze laminate (Ether), invettive agit-prop (Not Great Men, Contract), a volte ballabili (I Found That Essence Rare), a volte volutamente disarmoniche (Guns Before Butter).

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Subito dopo il gruppo partecipò al tour di Rock Against Racism con un altro gruppo militante di Leeds, i Delta 5. Nati come propaggine dei Mekons, I Delta 5 (3 ragazze e 2 ragazzi) univano tematiche femministe (Mind Your Own BusinessYou) al punk-funk dei Gang (con 2 bassi!) e furono famosi per i loro scontri con i membri del National Front, si sciolsero dopo il fallimento commerciale del I° LP See The Whirl.

Un altro gruppo agit-funk dello stesso giro furono gli Au Pairs (2 ragazzi e 2 ragazze di Birmingham). Guidati da Lesley Woods erano noti per i loro testi che esaminavano spietatamente la sessualità e le relazioni fra generi. I brani migliori It’s ObviousSet Up, Come AgainArmagh  sono tutti sul I° LP Playing Wit A Different Sex (1981). Agli inizi degli anni ‘8o  solo i Gang Of Four restavano sulla breccia, con esperimenti armonici come Outside The Trains Don’t Run e It’s Her Factory (dall’ EP Yellow; 1980). Solid Gold (1981) con i suoi ritmi feroci e atonali (ParalysedA Hole In The WalletCheeseburger) e la disco di To Hell With Poverty furono gli ultimi fuochi. A metà gli anni ’80 i Mekons riemersero con  Fear And Whisky (1985), un album di country con tanto di violino (di Suzie Honeyman), atmosfere da pagliaio (Country), inni alla Woody Guthrie (Chivalry), sovratoni alla Pogues (Hard To Be Human AgainLast Dance).

I gruppi di Leeds furono i portavoce degli intellettuali di sinistra: migliori i Gang Of Four la cui musica violenta ma non macho resta la più influente del lotto.

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    Mix Tape, l’arte della cultura delle audiocassette di Thurston MooreMix Tape, l’arte della cultura delle audiocassette di Thurston Moore 30 Apr 2012 RUBRICA laura martini letteratura in musica  A cura di Laura Martini Sfogliare le pagine di questo libro è come sfogliare un album di ricordi, di collage, di storie legate da un unico e sottile nastro, quello magnetico della cassetta. Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Chi non si ricorda le cassettine? Quelle scatolette di plastica che racchiudevano minuti, ore di musica scelta con cura e assemblata nel migliore dei modi che la tecnologia disponibile potesse offrire. Amo quando qualcuno mi regala un cd con canzoni scelte apposta per me, per condurmi in un panorama musicale mai esplorato, per augurarmi buon compleanno o per raccontarmi qualcosa attraverso la musica. Quando però per esprimere tutto ciò c’erano solo due piastre e un nastro era tutta un’altra storia: la cura, la dedizione e la minuziosità con cui si doveva lavorare destreggiandosi tra il desiderio della cassetta perfetta e la tirannia del tempo, che spesso troncava sul più bello l’ultima canzone del lato A, davano un tocco in più a quello che era, almeno per me, un regalo speciale da dare e da ricevere. E la stessa cosa ha fatto Thurston Moore, cantante e chitarrista dei Sonic Youth, regalandoci questo mix di ricordi, ritagli e copertine probabili e improbabili che lui, i suoi amici artisti, cantanti, musicisti, designer, poeti, amanti della musica hanno messo insieme in anni di vita vissuta. Magari il libro ad una prima occhiata potrebbe sembrare più “bello” che “interessante”. Quella copertina rigida che lo fa sembrare una cassetta gigante dice «prendimi!» e gli si obbedisce in maniera compulsiva, mentre le foto delle copertine fai-da-te delle cassette che saltano fuori al primo scorrere delle pagine rapiscono per i bei colori, l’originalità e le storie che sembrano racchiudere tra strisce adesive, fotocopie e scritte a pennarello. Leggendo poi si trova un insieme di ricordi appassionati, stringati, deliranti, originali, nostalgici e divertiti, canzoni di ogni genere e provenienza, che si apprezzano non a una prima occhiata, ma immergendosi dentro, immedesimandosi, riportando alla luce quelle storie finite chissà dove insieme alle cassette impolverate. Questo libro, come una cassetta appena ricevuta, va ascoltato, assaporato e scoperto un poco alla volta. E’ bello sapere che quello che potrebbe esser sembrato all’epoca un gesto speciale, ma diffuso, come fare e regalare un mix di canzoni personale registrato su una cassetta, sia invece diventato un ricordo indelebile per qualcuno. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Se penso alla “Cassetta” della mia collezione mi viene subito in mente quella che Francesco, il mio inseparabile compagno di banco, mi fece per farmi conoscere gli U2 (120 minuti di musica, 27 canzoni con tanto di punti di gradimento segnati per ogni pezzo) e che mi trasformò in una fan pronta a non perdere nemmeno un’occasione per farmi schiacciare da una folla urlante che canta a squarcia gola le canzoni che quel nastro mi aveva fatto sentire per la prima volta. Ecco questa sarebbe una storia da “Mix Tape” e come nel libro vi lascio qui la foto della cassetta, un po’ sbiadita dal tempo e dall’uso, alla quale, ripensandoci ora, non capisco perché mai manchi “Stay (faraway, so close!)”, per apprezzare appieno la quale fui praticamente costretta a cercare in ogni videoteca della città l’introvabile film di Wenders in videocassetta. L’autore: Thurston Moore è voce e chitarra di uno dei gruppi più influenti del rock dell’ultimo ventennio: i Sonic Youth. Ha collaborato con i più importanti artisti della scena alternativa americana. La scheda del libro: Titolo: Mix Tape, l’arte della cultura delle audiocassette Autore: Thrston Moore (a cura di) Traduzione: Massimo Gardella Casa editrice: Isbn, 2008 Lunghezza: 100 pagine Prezzo: 22 € leggi anche… Super Coverize Me – Pensieri in Musica: Questioni di “copie”MagazineMusica e parole – Parte il nuovo web-magazine di MusicastradaMagazineTorna settembre, torna Prato è Spettacolo. 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A partire dal loro logo, un vecchio game boy a forma di T rovesciata, sempre che non venga scambiato per una croce. Che per altro è capitato, concerto annullato per sospetto satanismo. Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Giusto per chiarire le cose i Tonno hanno poi tirato fuori il singolo “Quando ero satanista” con tanto di video demoniaco. Il linguaggio dei Tonno, in particolare quello con cui si esprimono sui social, è caustico, surreale, a volte incomprensibile. Moderno, ma in linea con la tradizione della comicità fiorentina, si respira l’aria di quel parcheggio di Scandicci citato nel brano VHS. Ma altrettanto importante nella loro comunicazione è il linguaggio visivo, creato da Alessio, bassista e cantante, vero frontman e autore principale della band, dotato anche di ottime capacità come grafico. Basti guardare il video di Fettine Panate, uno dei loro brani più popolari, in cui un’animazione bislacca in bianco e nero, su uno sfondo di quel verde distintivo che ricorda tanto la preistoria dell’era digitale, dà vita ad un inquietante Fabio Fazio (Fabio Dazio) in una irresistibile parodia di “Che tempo che fa” (anzi: Che teNpo che fa) che vede i Tonno come gruppo ospite. I Tonno sembrano esistere in un mondo distopico e distorto, rinchiuso in un vecchio televisore dal segnale perennemente disturbato. Ma quel che conta di più è che sono musicisti. I Tonno sono una band vera, che fa musica originale e che dal vivo spacca. Oltre ad Alessio ci sono Federico alla batteria, Fabio alla chitarra e Nicolò alla chitarra e al sintetizzatore. Le canzoni sono accattivanti, potenti, i ritornelli sono efficaci come degl’inni da gridare insieme. Non sorprende, infatti, che nella loro esibizione al Mi AMI del 2019, a Milano, che per il gruppo è stata una sorta di consacrazione, i ragazzi del pubblico cantassero a squarciagola i testi di pezzi come “VHS” o la già citata “Fettine panate”. Ma questo capita nella maggior parte dei loro concerti. Grazie anche agli arrangiamenti. Il gruppo è nato alla facoltà di architettura di Firenze, che tre dei componenti hanno frequentato. E in effetti pare di sentire nei loro brani, o meglio, nella loro costruzione, un approccio che tradisce quegli studi. Note semplici che fungono da colonna portante su cui appoggiare trame di batteria potenti e complesse, e chitarre essenziali, con un’intensità che tende sempre a crescere senza mai far vacillare l’edificio. Il tutto sapientemente dosato (nell’ultimo singolo “Ragazza bonsai” la batteria è addirittura assente) e coadiuvato da leggere pennellate di synth. La voce di Alessio, un urlo controllato capace di graffi come di carezze, siede come un tetto su tutta la struttura. Testi mai banali che dietro a una apparente spensieratezza spesso nascondono delle riflessioni più profonde. Riguardo al genere musicale, forse è meglio chiedere a loro (nella fattispecie a Nicolò Stohrer, portavoce per questa intervista, chitarra e tastiere dei Tonno): Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Che genere di musica fanno i Tonno? Da quando Tonno è nato ci siamo sempre divertiti tra noi a sparare la definizione più calzante riguardo al genere che facevamo, passando dal noise pop a mille altri generi e sotto generi inventati sul momento. Ormai però ci siamo arresi all’evidenza: noi suoniamo musica normale con l’obiettivo finale, ormai non troppo segreto, di fare musica banale. Quali sono i vostri ascolti e quanto hanno influito sulla genesi della vostra musica? E’ difficile dirlo di preciso perché tutti e 4 proveniamo da esperienze e ascolti molto diversi. Ciononostante direi che il cantautorato italiano (da Gaetano a Battisti) e a un po’ tutta la musica che ascoltavamo/vedevamo da infanti e adolescenti su MTV (dalle T.A.T.U. agli Strokes, tutto davvero) sono le coordinate entro le quali ci muoviamo. Il 2020 è stato un anno nefasto per la musica in genere, e ha sicuramente tagliato le gambe alle band emergenti più che agli artisti già affermati. Siete fra i gruppi che sono riusciti comunque ad esibirsi e avete pubblicato il vostro primo album “Quando ero satanista”, da cui è stato tratto, oltre al brano omonimo, il singolo “Ragazza bonsai”, di cui avete anche realizzato un bellissimo video. Come è stata la vostra estate, potete raccontarcela in poche parole? I migliori momenti come band? Beh la nostra estate è stata, come penso un po’ per tutti, molto strana: combattuti tra il voler spaccare il mondo (dopo aver pubblicato il primo album penso sia normale) e il poterlo fare ma in determinati orari, ad una giusta distanza, solo con parenti e conoscenti, ecc… Di sicuro il momento per me più significativo è stato la ripresa dei Live con due concerti a fine agosto: uno a Milano all’Idroscalo con i Giallorenzo, Dente e i Tre Allegri Ragazzi Morti, primo vero concerto con tanto pubblico in un’atmosfera piacevole ma un po’ surreale tra distanziamenti e grosse limitazioni su un palco galleggiante; l’altro, il giorno seguente, in solitario a Montelupo Fiorentino su un piccolo palco e poca gente ma tutti carichissimi. Due esperienze opposte ma che di sicuro ci hanno ricaricato dopo tutti quei mesi bloccati in casa. Eravate Satanisti? Chiaramente… Un brano che ho sempre amato del vostro primo demo si chiama “Le cose meno importanti”. Un testo all’apparenza semplice, leggero, eppure io ci trovo una riflessione sull’incomunicabilità fra le persone. Una promessa fatta a una ragazza: “ci diremo soltanto le cose meno importanti”. Che diventa una pegno d’amore, non ti ammorberò con discorsi seri e argomenti profondi, perché mi piaci e voglio piacerti anche io. Parliamo del nulla e forse riusciremo anche ad amarci. È un’interpretazione corretta? Avete altro da aggiungere? L’interpretazione è correttissima soprattutto perché è una delle tante possibili: i testi di Alessio (scritti e spesso improvvisati in lunghe e intense prove) sono aperti a molteplici chiavi di lettura, può essere una storia d’amore come una storia di una bella amicizia. Di sicuro in questo specifico caso l’incomunicabilità è il tema generale della canzone. Ma potrebbe anche essere… Il suoni del synth sembrano avere un filo diretto con l’immagine grafica del gruppo. Di che strumento si tratta? È una Casiotone MT 100, una piccola chicca degli anni 80 scoperta grazie al forte Cioni. In VHS, sempre dal primo demo, il testo fa riferimento al 25 Aprile ed al 1 Maggio. Entrambi indicati come data di nascita (di Alessio? Dei Tonno?). Potete spiegarlo? Perché siete nati a sedici anni e morti a diciassette? Anche in questo caso vale il discorso fatto per “le cose meno importanti”. Io associo la “nascita” e la “morte” descritte in questa canzone banalmente alle esperienze che da adolescenti ti fanno sentire vivo o morto: chi non si è mai sentito vivo il 25 aprile (magari ad una festa) e morto al concerto del primo Maggio? Oppure, chi non si è mai sentito rinascere a 16 anni perché ha conosciuto la ragazza/ragazzo della vita e morto dopo nemmeno un anno perché la storia è già finita? Insomma è più un modo per descrivere l’intensità con cui si vive qualsiasi esperienza da adolescenti. In “Ragazza bonsai” il testo dice: “mentre piango dentro al ramen”. Quanto tempo c’è voluto a finire quel ramen? Parecchio tempo ahahahah! Siamo un po’ dei sentimentali. Posto che nel video di “Quando ero satanista” il ragazzo con le corna sei tu, l’altro chi è? Come l’avete rimediato quel carro funebre vintage? Di che anno è? L’altro ragazzo è Domenico Giovane, ex coinquilino di Federico e vero e proprio prototipo dell’ex Satanista. Il carro funebre è invece un dono di Peppe Vetrano, Caronte nel video, che si diverte così, comprando e tirando a lustro carri funebri (anche lui un po’ satanista lo è eheheheheh). Se non ricordo male dovrebbe essere una macchina degli anni 50-60 ma non vorrei spararla grossa che poi Peppe mi tira. Quanto entra la città di Firenze nella vostra musica? E nella vostra vita? Beh, parecchio: ci siamo conosciuti e siamo nati come gruppo a Firenze e anche se non tutti viviamo lì rimane comunque il nostro baricentro. Magari nei testi non ci sono troppi riferimenti che riconducono a questa città ma rimane comunque fondamentale il suo ambiente nel processo che ci porta a buttare giù i pezzi, nel bene e nel male (in particolare modo i vinelli della Sosta dei Papi). Non faccio domande sui progetti futuri, mi sembra una questione troppo legata a contingenze che non dipendono dai Tonno, né dalla Woodworm, loro etichetta.Il disco è già fatto, il futuro è nei concerti che serviranno a promuoverlo.Il resto, come per tutti, è solo attesa.Grazie ai Tonno e lunga vita alla musica. https://www.facebook.com/ragazzabonsai/ leggi anche… Tutti i concerti sono importanti?MagazineFrancesco Bottai il Bob Dylan di Marina di PisaMagazineDown Under Punk – Band a confronto: Radio Birdman e The SaintsMagazinePrima del Diluvio David CrosbyMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. 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Questa volta ho scelto un volume illustrato, un libro che a prima vista potrebbe essere per ragazzi, ma che sa parlare a tutte le età, anzi, forse più si è grandi più si apprezza la poesia dei suoi disegni eleganti e nostalgici, delle sue atmosfere ovattate e sabbiose, come solo il deserto del Nevada sa essere, nonostante le mille luci di Las Vegas. Le figure leggere, le inquadrature cinematografiche e le frasi brevi di Taï-Marc Le Than e Rébecca Dautremer ci portano in un mondo di colori, suoni ed emozioni che solo il disegno e la poesia sanno ricreare in poche pagine. Amo i libri illustrati per questo, perchè sanno parlare anche a chi non sa leggere. Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Questa è la storia di un ragazzo, di un ragazzo povero del Missisippi, che da bambino ricevette un regalo che gli avrebbe cambiato la vita: una chitarra. E’ da questo momento magico che si dipana la breve ma intensa storia di un ragazzo che suonava per le strade della sua città per poi decidere di partire con la sua cadillac rosa, rosa confetto, attraverso l’America per raggiungere la luminosa Las Vegas in cerca di fortuna, di successo e dell’amore che avrebbe ispirato la sua canzone più bella, una canzone per Priscilla. E sembra quasi di sentirla la sua musica, mentre viaggia con i capelli al vento per le strade sconfinate dell’America. Il più grande concerto di tutti i tempi lo consacrò, incoronandolo re, nel suo bell’abito bianco. Da quel giorno si lasciò andare al suo sogno dimenticandosi da dove veniva e “mentre accarezzava la sua tigre bianca sulla testa pensò: «Ho trovato davvero quel che cercavo nella città dalle mille luci?»”. Fu così che un mattino, mentre i neon e i casinò finalmente dormivano, riprese la sua cadillac per ripartire verso ovest. Si dice che sia arrivato fino a una immensa spiaggia e che, rapito dal dolce rumore delle onde, sia diventato parte di essa. Si racconta anche che sia tornato a casa, nel suo piccolo paese, dove suona le sue canzoni per le persone che ama. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Si raccontano tante cose, si racconta che sia morto, ma anche che sia ancora vivo, nascosto da qualche parte, e c’è chi scommette che si rifarà vivo entro la fine del 2012, prima che il mondo cessi di esistere. Si racconta che mangiasse scoiattoli alla brace, che ingerisse tante calorie, troppe anche per un elefante. Si raccontano tante storie su di lui, ed ognuna di queste ha aggiunto un po’ di mistero alla vita e alla morte di uno dei miti più grandi della musica, Elvis. “Un giorno Elvis sorprese la mamma che piangeva in silenzio nella sua camera. Allora, presa la chitarra, le cantò una canzone.La mamma si asciugò le lacrime e gli sorrise.Elvis si disse che la musica era una bella cosa.” Gli autori: Rebecca Dautremer è nata a Gap nel sud della Francia nel 1971. Dopo varie esperienze come illustratrice, ha cominciato a pubblicare libri di grande successo anche come autrice. Vive a Parigi con il marito Taï-Marc Le Thanh, sceneggiatore e scrittore dal carattere riservato, e tre figli. E’ tra gli artisti scelti dallo stilista Kenzo per creare la linea grafica di alcune linee del suo marchio. La scheda del libro Titolo: Elvis Autore: Taï-Marc Le Than Illustratore: Rébecca Dautremer Traduzione: Alessia Piovanello Casa editrice: Donzelli editore, 2009 Lunghezza: 40 pagine (non numerate) Prezzo: 24 € Guida musicale alla lettura Love me tenderCan’t Help Falling In LoveViva Las VegasBurning loveSuspicious mind leggi anche… Rehab Migliorare sul lungo periodo Radiohead Blur e Talk TalkMagazinePunk in rosa – Band a confronto: Slits e RaincoatsMagazineLa Top Five ContagiosaMagazineDal doom al folk Svetlana Bliznakova “Tomorrow”Magazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Una voce “potente”, a proposito di cambi di rotta e controtendenze, è certo quella dei Motorpsycho, che dopo 25 anni di carriera in merito alla musica si esprimono così: “È energia, forza motrice di tutte le nostre azioni quotidiane, una potenza senza limiti. Siamo dipendenti da questa sostanza chimica che è la musica. Per noi fare musica è come espletare funzioni fisiologiche: è come mangiare, respirare e fare all’amore. È diventata per noi la cosa più naturale da fare. Ci siamo dedicati totalmente a quella cosa che consideriamo alla stregua di una divinità, e se ti metti a sua piena disposizione, l’ispirazione e la prolificità possono davvero essere senza limiti”.È stato il paradosso e il calore che emanano, a farmi innamorare del loro sound… dalle gelide temperature della Norvegia infatti non esiste niente in grado di scaldare di più della passione dei Motorpshyco.Bent Saether voce e basso (produce la maggior parte dei loro testi), Hans Magnus “Snah” Ryan alla chitarra e il batterista Hakon Gebhardt che ha lasciato il testimone a Kenneth Kapstad nel 2008 – sono i membri della band nei primi anni ’90, tempo in cui, oltreoceano, il fermento del post-core e del grunge insieme al clamore del death-metal stanno mettendo in subbuglio il modo di intendere e fare musica.E’ in questo periodo che la band di Trondheim inizia a far parlare di sé proponendo un suono sfaccettato fino all’inverosimile, la cui anima si leva in alto in nome della sperimentazione, dando corpo alla loro spiccata personalità… così, le abili digressioni strumentali dal timbro psichedelico si mescolano alle sonorità più graffianti del metal e del grunge, in un amalgama clamoroso che è un universo sonoro policromo, di cui fanno parte gli echi vivissimi degli Who, dei Sonich Youth, dei Pink Floyd e dei Dinosaur Jr, gruppi che hanno impattato in maniera importante nella grammatura del rock dei Motorpshyco.Vero è che i primi passi del trio denotano alcune incertezze, come la bassa qualità di missaggio ed un suono impregnato dalle forme di hardcore che hanno rappresentato gli ultimi dieci anni, ma altresì l’impronta magmatica e pesante del loro suono è un iceberg che emerge imponente e luminoso dalle acque profonde. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Nel quinquennio tra il ‘93 e il ’98, il trio estrapola dal cilindro un capolavoro dopo l’altro: sullo start con Demon Box, l’esuberante “scatola” che raccoglie trent’anni di rock tra metal, psichedelia, folk e ballate indie, a cui segue Timothy’s Monster, un doppio disco che esalta le migliorate qualità tecniche, ed i successivi Blissard, Angels and daemon at play, e Trust us, seconda prova su doppio disco per la band… facendo esplodere la voglia di “Motorpsycho” un po’ in tutto il mondo.Varcato il nuovo millennio sono tre le proposte pop: Let them eat cake (2000), Phanerothyme (2001) e It’s a love cult (2002), dove sperimentano un’armonia sulla nuova struttura melodica di canzoni minimali con articolati intrecci orchestrali per archi e fiati, disegnando così nuovi confini tra la musica popolare e il rock colto. Dal 2006 i Motorpshyco sganciano i freni e si gettano in studio a capofitto, con la voglia di creare dischi che possano omaggiare le passioni musicali che hanno caratterizzato la loro giovinezza; degne di nota sono Little lucid moments del 2008 e Heavy metal fruit del 2010, il loro album più nebuloso. Risale invece al 2016, al termine del tour Here be monster, la dipartita di Kenneth Kapstad dal gruppo, ed il 2 gennaio del 2017 l’annuncio sulla loro pagina ufficiale dell’entrata del batterista svedese Tomas Jarmir come terzo membro della band. Escono nel 2017 e nel 2019 gli album The tower, un po’ deludente, e The crucible, “amarcord” dei loro tempi migliori, con tre brani lunghi che da soli riassumono la storia del rock e che strizzano l’occhio, in maniera evidente, alle sonorità dei favolosi King Krimson.Il doppio album The all is One atteso nella primavera del 2020 e poi posticipato a causa della pandemia di COVID, viene pubblicato in agosto.Sfumo questa breve panoramica invitando i pochi a cui magari son sfuggiti ad avvicinarci l’orecchio, certo che il calore del Nord colpirà anche voi… buon ascolto. leggi anche… Ivano Fossati, il cavaliere di specchiMagazineIl Folk Revival Inglese Band a confronto Incredible String Band Pentangle Fairoport Convention Steeleye SpanMagazineMusica a freddo? La risposta di 4 gruppi islandesi Sugarcubes Sigur Ros Gus Gus MumMagazinePrima del Diluvio David CrosbyMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. 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Gliene abbiamo vista fare di strada dai tempi di Room For Squares quando, ancora ventiquattrenne, prometteva la crescita artistica che avrebbe poi maturato negli anni a seguire. A sentirle, già allora, le sue composizioni sembravano per elaborazione e innovazione melodica provenire da una mente già veterana ed esperta, se non fosse che, irrompendo all’improvviso, la voce agile e limpida da ragazzino fugasse ogni dubbio dando subito a capire la prodigiosità e la consistenza del fiorente talento. John Mayer, oggi trentacinquenne e con più di dieci anni di carriera folgorante alle spalle, vedrà uscire il suo quinto album Born and Raised per la data annunciata del 22 maggio 2012. Il pupillo della Columbia Records ha deciso di vestire panni più adulti rispetto a quelli dei lavori precedenti che, comunque, potevano già considerarsi significativamente maturi ma impegnati più nell’aspetto progressivo della musica. In BORN AND RAISED (che significa appunto Nato e Cresciuto) non sentiremo un Mayer devoto al sound di Stevie Ray Vaughan e vedremo attenuata anche la vena pop-soul che lo caratterizza da sempre. In questo nuovo album sembra affiorare nettamente il lato folk che non ha mai disdegnato manifestare, sembrando ispirato più a James Taylor e Bob Dylan che a Eric Clapton e Jimi Hendrix. Neanche nel suo primo album infatti è mai stata così presente la chitarra acustica che, ad eccezione delle tracce Shadow Days e Something Like Olivia è alla base dell’intero album. Ma quel che ci da veramente ragione di parlare di “ventata Folk” è l’uso dell’armonica a bocca, una vera novità nelle incisioni studio per il giovane chitarrista del Connecticut. Precedentemente infatti lo si è visto con un armonica solamente in rare esibizioni live, per lo più in cover. Trattandosi di una novità, per quanto riguarda la qualità del contenuto, Il consiglio migliore che si possa dare è di non affrontarne l’ascolto aspettandosi un John Mayer già sentito e massicci assoli di chitarra. Altrimenti si rischierebbe di trovarlo piatto e deludente. Nella crescita artistica di chiunque i cambiamenti sono fasi obbligatorie e delicate, spesso malviste dalla critica. Bisogna invece eludere i pregiudizi e andare incontro alle esigenze espressive dell’artista cercando di rivalutarlo senza screditarlo. Ancora non si è parlato di un possibile tour europeo. Le uniche date finora ufficializzate sono tutte negli Usa e sono in programma sino al 6 maggio. I musicisti di questa nuova tournee non fanno certo rimpiangere il trio con Palladino e Jordan. Alcuni di loro, come il pianista Chuck Leavell (che appare nel leggendario unplugged di Clapton), il batterista Aaron Sterling e il bassista Sean Hurley (onnipresente nella carriera di Mayer), da soli, valgono già il prezzo del biglietto. 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