Ivano Fossati, il cavaliere di specchi

Ivano-Fossati

Ivano Fossati, il cavaliere di specchi

“Congratulatevi con me, signori miei, ché non sono più Don Chisciotte della Mancha, ma Alonso Quijano a cui i retti costumi meritarono il soprannome di Buono. Ormai sono nemico di Amadigi di Gaula e di tutta l’infinita caterva della sua stirpe; ormai mi sono odiose tutte le storie profane della cavalleria errante; ormai riconosco la mia stoltezza e il pericolo a cui mi ha esposto l’averle lette; ormai, per misericordia di Dio, avendo imparato a mia spese, le detesto”

Bisogna aspettare l’ultimo capitolo del secondo libro dedicato all’hidalgo dalla triste figura – quello che Cervantes si decise a scrivere per offrire ai lettori una versione “ufficiale” sulle sorti del suo cavaliere che prendesse il posto dei numerosi testi apocrifi che avevano fatto seguito al primo, e in teoria unico, volume – per scoprire il vero nome di Don Chisciotte della Mancha. Soltanto nel momento in cui il suo eroe rinsavisce, ripudia le storie cavalleresche e ritorna a una normalità che precede di poche ore la morte, l’autore decide di restituirgli anche la sua identità, come se volesse anch’egli abiurare, per quella via, le tragicomiche peripezie a cui l’ha costretto mentre era ostaggio della follia. È questo che Ivano Fossati non gli perdona. E così nel suo album Discanto (1990), una delle gemme più preziose della sua discografia, offre l’opportunità ad Alonso Chisciano – scritto proprio così, nella versione italianizzata delle traduzioni d’antan – di rendere una confessione che si trasforma a poco a poco in un vero e proprio j’accuse nei confronti del suo creatore. Ispirato dal testo della poetessa Anna Lamberti Bocconi, infatti, il cantautore genovese, con la sua Confessione di Alonso Chisciano, non solo omaggia il personaggio più famoso della letteratura spagnola, ma gli dona la voce necessaria a intonare il suo controcanto, o appunto il suo discanto, e replicare al tema principale, ribellandosi finalmente al destino scelto per lui dall’ “ingegnoso narratore” iberico. Lo fa evocando in sequenza, anche attraverso una modulazione e un adattamento di parole ed espressioni iconiche dello stesso Cervantes, atmosfere, situazioni e personaggi del romanzo, dal fido Ronzinante sempre a corto di biada al curato e il barbiere, simboli dell’ordine costituito del villaggio violato da Don Chisciotte con la sua diserzione dalla normalità, ma lo fa soprattutto incarnando di fatto la figura di quel “cavaliere di specchi” che restituisce ad Alonso Quijano l’immagine di ciò che è diventato, o meglio di ciò che è tornato ad essere.

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È questo riconoscersi savio e in sé che innesca prima il suo lamento e arma dopo la sua invettiva. “Come hai potuto pensare di cambiarci la strada?”, “Come hai potuto spogliarmi proprio adesso?” domanda al suo creatore, colpevole di averlo ricondotto, in nome della morale e contro la sua volontà, alla vergogna e allo spavento della normalità eterna, a quella realtà conosciuta, sicura, priva di mistero e di avventura che certo si può far finta di accettare, ma che priva della vita. Quella vita che aveva ritrovato in mezzo alla latta dell’armatura e ai legni di armi improvvisate, tra le “carambole di fantasmi” e i “pezzi di temporale”, sul palcoscenico di quel teatro della follia dove ogni emozione va in scena senza maschere e costumi e regala al primattore una sconfinata libertà. Mi hai regalato la vita, sembra insomma dire il personaggio al suo autore, le hai dato un senso privandomi del senno, e adesso me la togli, restituendomi una ragione che è preludio della morte e a cui fanno inevitabilmente eco il desiderio e la tentazione di continuare “solo e senza corpo a scornarmi con il vento”.

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  • Magazine14 Settembre 2012
    In Vino Veritas Top Five – Le Migliori 5 scelte dai nostri redattoriIn Vino Veritas Top Five – Le Migliori 5 scelte dai nostri redattori 14 Set 2012 RUBRICA alfredo cristallo laura martini milena gaglioti pietro marfi roberto italiani spa stefania bacherini top five veronica croccia zazou  A cura di redazione Tempo di vendemmia, tempo di vino e allora perché non pensare ad una musica da accompagnare ad un sontuoso calice ricolmo del nettare più caro agli Dei? Per cui ecco le proposte dei nostri redattori per una serata in cui “fare un fiasco” non sarà un peccato, anzi… Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Stefania Bacherini 1) Tom Waits – Drunk on the Moon (The Heart of Saturday Night, 1974)2) Vinicio Capossela – Pongo sbronzo (All’una e trentacinque circa, 1990)3) Stevie Ray Vaughan – Pride and Joy (Texas Flood, 1983)“well I love my baby like the finest winestick with her until the end of time”4) Nina Simone – Lilac wine (Wild is the wind, 1966)5) Eric Clapton – Bottle of red wine (Eric Clapton, 1970)“I can’t get up out of bedwith this crazy feeling in my head” Insomma per la boccia di vino, il consiglio è di aspettare il week end. Cheers! Alfredo Cristallo 1) UB40 – Red Red Wine (Labour Of Love, 1983)Un classico di Neil Diamond ma secondo me questa è la cover migliore.2) Woody Guthrie – Red Wine (Ballads Of Sacco And Vanzetti, 1947)Il vino rosso italiano è quello migliore.3) Sergio Caputo – Maccheroni Amari (Storie di Whisky Andati, 1988)Ovvero il punto finale degli alcoolizzati.4) Rory Gallagher – Too Much Alcohol (Irish Tour 74, 1974)Idem come sopra.5) Bruce Cockburn – Water Into Wine (In The Falling Dark, 1976)Magari, eh! Veronica Croccia 1) Edith Piaf – Mon manege a moi (Tu me fais torner la tete) (Ses plus grand classique, 2003)E cosa meglio dell’amore o del vino non fa “girare la testa”…?2) George Brassen – Le Vin (Oncle Archibald, 1957)Il “vino” che accompagna ogni momento della vita.3) Katie Melua – Shy boy (Piece by piece, 2005)La giusta atmosfera…per sorseggiare un “calice” delicato.4) Neffa – Passione (Neffa e i messaggeri della dopa, 1996)Rosso, corposo, invitante…straboccante di passione.5) Bandabardò – Ubriaco canta amore (Fuori orario, 2006)Il miglior amico di quel viandante che va incontro al suo destino. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Milena Gaglioti 1) Alessandro Mannarino – Me So ‘Mbriacato (Il Bar della Rabbia, 2009)Ebrezza amorosa.2) Goran Bregovic – Soferska (Alkohol Sljivovica & Champagne, 2009)Dopo qualche bicchiere.3) Calibro 35 feat Roberto dell’Era – L’appuntamento (Calibro 35, 2008)Nell’attesa…4) I Gatti Mezzi – La zuppa e ‘r cacciucco (Anco alle puce ni viene la tosse, 2006)Qui un bicchiere di vino ci sta proprio bene!5) Raphael Guelazzi – Calda Estate (dove sei) (Reality and Fantasy, 2011)Abbinato ad un rosso.Roberto Italiani 1) Gadjo! Feat. Alexandra Prince – So Many Times (Hed Kandi: Ibiza 10 Years, 2012)Iniziamo la serata con un aperitivo: un prosecco o un frizzantino.2) Goldfrapp – Lovely Head (Felt Mountain, 2000)A metà serata passiamo ad un vino corposo da meditazione e a seguire un passito.3) Nikki – L’ultimo bicchiere (Rock Normale, 1994)Verso le 4 o le 5 di mattina possiamo anche essere d’accordo con Nikki secondo me.4) Guns N’ Roses – Coma (Use Your Illusion I, 1991)Ehm, chi mi riporta a casa?5) Vasco rossi – Fegato, Fegato Spappolato (Non siamo mica gli americani, 1979)Dopo una serata come questa alla lunga va a finire così se non ci diamo una regolata!Laura Martini1) The Cat Empire – The wine song (The Cat Empire, 2003)Qualsiasi cosa accada I’m drunk, I’m singing, I’m happy and loud… c’è forse qualcosa da   aggiungere?2) Max Gazzè – Il timido ubriaco (Il timido ubriaco, 2000)Quando il vino dà coraggio e suggerisce le parole.3) La balluche de la saugrenue – C’est un pet bal de musette (Root’s Musette, 2011)Da ascoltare alla guinguette sorseggiando un buon vino prima di lasciarsi andare alle danze.4) Baustelle – Antrophopagus. (Amen, 2008)Abbiamo il sushi, abbiamo il vino…5) Marta sui Tubi – Di Vino (Carne con gli occhi, 2011)Ma forse 2000 bottiglie sono anche troppe. Zazou 1) Brian Eno – Watch A Single Swallow In The Thermal Sky, And Try To Fit Its Motion, Or Figure Why It Flies (Panic Of Looking, 2011)2) Usurper of Modern Medicine – I Am the Panopticon (Turbo Handshake, 2012)3) Glen Porter – Ask Her Nicely and She’ll Show You The Scars (The Devil Is A Dancer, The Piper Is A Madman, 2012)4) Material – Mantra [Doors of Perception Mix] (Hallucination Engine, 1994)5) Einstürzende Neubauten – 2004 Carriddi Bianco / Colosi, Sicilia (Musterhaus 8: Weingeister, 2007)Pietro Marfi1) Far East Movement – Like A G6 (metti il Moët & Chandon e il Crystal in fresco)2) Einsturzende Neubauten – Sabrina (il tuo colore è il Cabernet Sauvignon)3) Beastie Boys – Body Movin’ (questo Châteauneuf-du-Pape fa muovere)4) Massari ft. Belly – Be Easy (lasciamoci i problemi alle spalle e gustiamoci questo Dom Perignon)5) The Police – Message In A Bottle (il messaggio è: abbiamo finito il vino)Lo Spa1) Piero Ciampi – Il Vino (Piero Ciampi)Sprofondato in poltrona con un bicchiere in mano e la testa che viaggia lontano2) The Devastations – We Will Never Drink Again (Devastations)La catarsi di ogni grande bevitore3) Whiskeytown – Too Drunk To Dream (Faithless Street)Bere per dimenticare o bere per sognare?4) Cardigans – Gordon’s Garden Party (Carnival)Un vino di classe che magari qualcuno vi ha suggerito ad un party offerto da Gordon Ramsay5) UB40 – Red Red Wine (Labour of Love)Per chi preferisce il rosso e anche per chi non lo sopporta. leggi anche… IL BEFOLKO Riesta N’Atu PpocoMagazineMusica per Extraterrestri – Li avete sentite questi?: DvarMagazineNel mezzo di un bosco senza druidi – Li avete sentiti questi?: MidlakeMagazineQuestione di riff – Pensieri in MusicaMagazine Go back to WEZ!!! 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Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Con qualche ritornello ben impresso nella mente, un serbatoio semivuoto e un bagagliaio carico di curiosità, tre moschettieri della redazione di Musicastrada hanno sfidato le intemperie e raggiunto impavidi un quartiere non ben precisato della bella Sestri. Parcheggione semideserto e piena zona industriale. Il concerto inizialmente previsto al teatro Arena Conchiglia era stato spostato per motivi meteorologici al Circolo Randal. Ad accoglierci tra spire di vento e ad una temperatura a dir poco frizzante gli organizzatori del Mojotic Festival 2013 che comprende anche l’imperdibile evento della Silent Disco. Ci è bastato dare uno sguardo al cartellone della rassegna per capire che i ragazzi Mojotic di musica ne “masticano”. Una sensazione piacevole e rassicurante che ci ha accompagnati verso l’ingresso. Il Circolo Randal è un locale molto piccolo fornito di un iperattivo banco bar che ha l’enorme pregio di offrire, considerate le sue ristrette dimensioni, un contatto quasi diretto con gli artisti. Non stupisce allora che improvvisamente dalla porta principale del locale appaia proprio Adam Green con tutta la sua band al seguito. Cappello stile mandriano della maremma, pantaloni rosso fiammante e camicia a quadri in pieno stile folk, barba e capelli da “Gesù moderno” e un’espressione divertita e trasognata sul volto. Le premesse per un grande concerto ci sono tutte. Basta avere fede. Prima però sul palco del Randal si manifestano gli Hot Gossip, formazione italiana che annovera tra le sue fila anche Francesco Mandelli, più noto come il “Nongio”, ovvero come l’interprete di Ruggiero dei Soliti Idioti. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Gli Hot Gossip, milanesi purosangue, cominciano a sciorinare un noise-rock non trascendentale. Stupisce soprattutto la strana amalgama del gruppo con i vari elementi che sembrano scelti secondo un campione casuale di giovani aspiranti musicisti, tanto differiscono per stile e modo di stare sul palco. Un effetto che pare ripercuotersi anche sulla linea melodica della band, con individualismi che emergono (ad esclusione di Francesco Mandelli di cui si nota appena la presenza sia fisica che musicale) sull’insieme. Insomma si percepisce nitidamente il genere della band, ma non ci sono canzoni che spiccano per intensità o genialità. Elemento che invece non fa difetto ad Adam Green. Lo si capisce immediatamente, basta vederlo salire sul palco. Il cantautore newyorkese è un affabile istrione. La sua voce è penetrante ed il suo portamento è un misto tra quello di Drugo, il protagonista del “Grande Lebowsky”, ed un ballerino autodidatta radiato a vita dal Bolshoi. Cerca subito di conquistarsi il pubblico del locale (non da “tutto esaurito” ma estremamente caloroso e coinvolto), pronunciando in uno splendido italiano parole come “Appennino”, “Papà Mario” (nessuno ha mai scoperto a chi si riferisse, si vocifera però di un omonimo ristorante di Sestri), “Spaghetti” e più in generale tutte quelle che nel corso della serate vengono suggerite dalla platea. I suoi pezzi sono un concentrato (durano tutti infatti poco più di due/tre minuti) formidabile di spensieratezza e vivacità anche quando assumono toni più cupi. Il suo stile è un morbido folk-pop che ammalia e trascina. Adam Green accompagna ogni nota con movimenti molto sciolti, più suadenti di quelli di Bugo, ma altrettanto “invasati”. L’idea è quella di un cantante a cui abbiamo sfilato la spina dorsale e che, proprio grazie a questa manifesta menomanza, riesce a muoversi sul palco in maniera assolutamente disarticolata ma altrettanto efficace. Ogni melodia ha un suo passo, ogni refrain il suo particolare coinvolgimento. Green pesca in tutto il suo repertorio, dagli esordi con l’ipnotica “Dance With Me” (Garfield) alla circolare “Cigarettes Burns Forever” (Minor Love). Già perché il buon Adam, 32 anni appena compiuti, ha già all’attivo qualcosa come 7 album da solista a cui occorre sommare i 2 antecedenti con i Moldy Peaches e soprattutto l’ultimo disco, quello realizzato in coppia con Binki Shapiro (Adam Green & Binki Shapiro) che l’ha consacrato al “grande pubblico”. Insomma ogni pezzo è uno spettacolo e se durante “Tropical Island” (la canzona più serena e vacanziera che possiate immaginare) il cantautore newyorkese si trasforma in un perfetto indigeno hawaiano, l’irrefrenabile Green si concede il lusso di liquidare la band, imbracciare la chitarra, zittire il pubblico per eseguire in acustico e SENZA microfono “The Prince’s Bed”. Mandelli (il Nongio) si affaccia estasiato dal camerino, gli ascoltatori sono in visibilio. Durante ogni esibizione Adam Green, stringe mani, sorride a battute che evidentemente non capisce, beve come un forsennato e poi da vero incosciente folle folletto si lancia letteralmente sul pubblico. Ora, una cosa è lanciarsi sul pubblico quando si è circondati da 60.000 persone assiepate peggio di sardine vicino alle transenne del palco, altra cosa è fiondarsi su 60 persone che, per quanto rapite, non fanno a gara per montarsi addosso. Di fronte a cotanta generosità il minimo che chiunque possa fare è sorreggerlo e portarlo in trionfo. Io l’ho fatto e vi posso assicurare che era sudatissimo. Farsi un bagno di solito è rilassante, il “bagno di fan” deve avere effetti controversi, infatti quando viene riportato sul palco, Adam sembra ancor più esaltato. Strega tutti con la hit “Friends of Mine”, spara un energizzante e schizoide “Gemstones” e ancora alterna dialoghi surreali a musica e bevute. Alla fine è impossibile non essere travolti, alla maniera di “Un Mercoledì da Leoni”, dall’onda del “concerto perfetto” che non poteva non chiudersi con la struggente “Jessica” e un’altra canzone chitarra e voce nuda. Si tratta di “Bluebirds” ed è il secondo bis. Testimoni possono confermarvi che le mie gambette non hanno mai smesso di agitarsi e tenere il tempo di ogni canzone e la cosa ancor più sorprendente, aldilà dell’espressione di beatitudine che avevo dipinta sul volto nel lungo viaggio di ritorno, è il fatto che non vedevo l’ora di essere a casa per ascoltare di nuovo quel folle folletto di Adam Green. Il mio concerto dell’anno. Sublime nella sua semplicità. leggi anche… Mal d’Area Il Progressive Jazz Italiano Band a confronto Gli Area e gli altriMagazineDonna psicolabile ai tropici di Berlino Discovery Psycho Tropical Berlin dei La FemmeMagazineFrancesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole.MagazineHeimatklange. L’avanguardia Industriale – Band a Confronto: Kraftwerk, Neu!, La DusseldorfMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! LIZI AND THE KIDS Go Hard Or Go Home Paolo Conte e Jeeves, incontro tra due dandy La muta dei Reese…questo il nuovo singolo: Mirror of Weakness Secondo singolo per i Death of a Legend: Beyond Thunderdome MALJE “Jewels” UNA MERAVIGLIOSA VOCE IN EQUILIBRIO FRA VARI STILI Tonno, normalità in controtendenza: intervista semiseria alla band emergente di Firenze Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui un articolo a caso Magazine29 Marzo 2021Il “cammino” inesorabile dei The Black KeysIl “cammino” inesorabile dei The Black Keys 29 Mar 2021 RUBRICA storie di musici e musica  A cura di Giovanni Vannozzi E’ il 2020 a segnare il decennale di Brothers, il sesto album che li consacra in maniera definitiva al vasto pubblico mondiale, e che vanta Grammy Awards e dischi di platino giunti da ogni dove… i due signori in questione sono i Black Keys – duo formato nel 2001 da Dan Auerbach (voce, chitarra e tastiere) e Patrick Carney (batteria) – oggi considerata una delle band americane più importanti del nuovo millennio.  Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui La ricorrenza viene celebrata da Nonesuch Record con una Deluxe Remastered Edition a cui vengono aggiunte tre tracce bonus: Keep My Name Outta Your Mouth, Black Mud Part 2 e Chop and Change (già presente nella soundtrack di The Twilight Saga: Eclipse).Senza voler celebrare ulteriormente questo LP dall’anima soul che scava nelle radici più profonde della musica americana e che ai due “nerd” ha definitivamente cambiato la carriera, vorrei soffermarmi sull’album che segue questo innegabile successo: El Camino. Questo lavoro segna una sterzata netta verso il rock’n’roll, con l’aggiunta di cadenze pop and groove di sicuro interesse, ed appare evidente la voglia di leggerezza in queste undici tracce in cui predomina il suono di “chitarroni” e il forte approccio garage senza troppi fronzoli. Con la produzione di Danger Mouse e l’aggiunta di tastiere, le tracce in scaletta sono un amarcord del rock anni ’70, un tocco vintage in una rilettura contemporanea che ti scarica addosso pura energia. Impossibile, ad esempio, rimaner fermo e impassibile all’ascolto dell’irrefrenabile miscela ritmica di Lonely Boy, un jump-blues dalle ruvide pennellate garage messo al primo posto in questa scaletta, a mio avviso clamorosa; seguono i ritmi incessanti di Dead and Gone, in cui sono presenti cori degni delle più celebri colonne sonore dei film degli anni ’60. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Cori soul ma ritmi dance per Gold on the ceiling, terzo brano dell’album, fino a giungere alle citazioni clamorose di Little Black Submarine, una vera e propria dichiarazione d’amore ai Led Zeppelin di Stairway to Heaven. In Run Right Back e in All of the Season le chitarre protagoniste richiamano un po’ i tormentoni alla White Stripes ma se ne distanziano poi a suon di “rusticismi” e tanto soul in corpo. Sister, che si fonda su un giro funky per strizzar l’occhio alla disco, va a braccetto con le stilettate funk di Mind Eraser e Stop Stop; in Nova Baby le tastiere (Brian Burton alias Danger Mouse) prendono il sopravvento sulla chitarra e rischiano di spettinare i più “tradizionalisti” virando all’improvviso verso il minaccioso e oscuro oceano del rock elettronico…Bhè, in barba ai cultori della nostalgia, questo talentuoso duo dimostra come si possa fare bene ancora oggi, il rock’n’roll, senza perdere di vista che il mondo avanza insieme a noi… Buon ascolto. leggi anche… Il concerto “diVino” – Io c’ero: il concerto di Emma Morton a Borgo a MozzanoMagazineLa Gloria Passeggera Via col Vento: Andreas Johnson “Glorious”MagazineTHE VOCALISTS’ VOCALISTMagazineAvere Ventenni – Life On MARRSMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. 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Dopo anni di cover, pubblicano il loro primo EP ispirato all’hardcore californiano intitolato Life’s Too Short For Guitar Solos (2018) che riassume l’etica della vita al fulmicotone tipica del genere. Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Dall’EP vengono estratti due singoli Crazy Eyes e Nothing To No One. Nell’ottobre 2020 il singolo Bloody Valentine doppiato da Go Hard Or Go Home uscito il 15 febbraio 2021 anticipano l’uscita del loro primo LP. Prendendo l’abbrivo dall’hardcore anthemico degli Avengers, il trio riassume in pochissime battute tutta la storia del punk americano dal primitivismo scalmanato e rivoluzionario dei Ramones al punk pop goliardico e frenetico degli anni Novanta (ritmi veloci, ritornelli elementari, bozzettismo parodico) dei Green Day e dei Blink 182 e di mille altri gruppi del periodo (ad esempio i Riverdales e gli Screeching Weasels). Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Lo spassosissimo videoclip d’accompagnamento (con tanto di veri skaters ospiti) e la frase del ritornello “completely changes my life means freedom” riassumono al meglio la loro filosofia di vita. Lizi ovviamente ruba la scena, retorica e marziale come la sua eroina Penelope Houston, la spavalda e sfrontata frontman degli Avengers. https://www.facebook.com/LiziAndTheKids leggi anche… Musica a Bordo Novecento di Alessandro BariccoMagazineDue Moniker del Lo-fi – Band a confronto: Smog e SparklehorseMagazineSecondo singolo per i Death of a Legend: Beyond ThunderdomeMagazineLa muta dei Reese…questo il nuovo singolo: Mirror of WeaknessMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Ho sempre sperato che ciò potesse accadere, che i padrini del rock più tetro, inquietante e maestoso potessero rimettersi insieme e dare alla luce un’altra creatura.Ed è accaduto. “13” è il loro diciannovesimo album in studio uscito appunto il 10 giugno, coadiuvati dal “quellochettoccodiventaoro” Rick Rubin, il barbuto guru produttore già dei R.h.c.p, Audioslave, Slayer… si, vabbè anche di Shakira, ma questo è un dettaglio. Le “voci” dicevano che i Sabbath stessero lavorando già a qualcosa; infatti Ozzy Osbourne, Toni Iommi, Geezer Butler e Bill Ward si danno appuntamento in uno studio di registrazione, annunciando solennemente la loro reunion a fine 2011.  Nemmeno il tempo di mettersi a sedere sugli sgabelli e attaccare i jack che lo storico batterista, Bill Ward appunto, viene allontanato per “divergenze contrattuali” non meglio note (addirittura ho notato che hanno tolto anche nome e foto dal sito ufficiale! Ndr) e al suo posto viene chiamato il tatuatissimo Bradd Wilk dei Rage Against the Machine. Lo so già che devo ascoltare questo cd come un mero prodotto del 2013 reprimendo la mia nostalgia dei lavori degli anni ‘70 senza cercare di fare paragoni inutili perché sicuramente non basterà il ritorno di Ozzy alla voce e il rituale vestirsi di nero, per pensare di riprovare le emozioni di 30 anni fa.E infatti ascoltando il primo pezzo che apre l’album “Beginning of the end” mi trovo già combattuto tra presente e passato: ditemi se l’inizio e la struttura non ricorda “Black Sabbath”! Le sonorità sono quelle sabbathiane classiche: un insieme di lento iniziale, interludio melodico, poi riparte veloce+assolo che spacca e poi ritorna nuovamente lento, il tutto carico di pathos e accelerazioni improvvise; e qua mi rendo conto che Ozzy non è come lo si vede nella sua serie tv “gli Osbourne”, per fortuna. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Segue il singolo “God is dead?” dove ci si cala pienamente nelle atmosfere orrorifiche; il pezzo che dura quasi 9 minuti parte con un arpeggio doomiano molto ipnotico e un ritornello che rimane stampato in testa. La terza traccia è l’arrembante “Loner” brano pieno di riff accattivanti e dal ritmo semplice ma coinvolgente. Poi arriviamo alla ballad di questo “13”, “Zeitgeist” dall’arpeggio moto lento arricchito da un assolo molto blueseggiante. “Damage soul” e “Live forever”  non sfigurano; mentre una parola va spesa per la granitica “Age of reason” giro si basso distorto e linea di chitarra fantastica fanno da contorno ad un Ozzy che forse ritrova la verve degli anni che furono. Il disco si chiude con “Dear father” il pezzo secondo me più bello del disco, puro heavy metal impreziosito dagli assoli di Iommi;  e così come tutto è iniziato tutto finisce, il rumore del temporale e dei tuoni che apriva la “Triade del Diavolo” ovvero “Black Sabbath” nel disco “Black Sabbath” dei Black Sabbath. Comunque dopo un bel po’ di ascolti le mie impressioni sono…neutre; tecnicamente il disco è validissimo, non fa una piega, mentre i suoni li lego, per forza, alla mia giovinezza e difficilmente riesco a scinderli anche perché ho aspettato troppo tempo questo momento. Anche per loro del resto mi sembra che sia inutile rincorrere il passato. Quindi che dire, non sarà un capolavoro, un disco epocale ma si avverte distintamente che Ozzy&Co sono in forma…e le buone intenzioni si sentono tutte. Onesto. leggi anche… Di Rabbia Melodica. I PerlaneraMagazinePentangle quando il jazz corteggia il folkMagazineL’anno Sabbathico Fuoriusciti 13 dei Black SabbathMagazineSUGAR MAN Sixto Rodriguez. La storia di una rockstar che non sapeva di esserloMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Come la maggior parte degli australiani che abbiamo incontrato in questi anni, l’impressione che danno subito è quella di essere persone molto solari, come la terra dalla quale provengono. Montecalvoli Alto è un borghetto semi dimenticato, con un doppio paesaggio mozzafiato. Uno sulle industrie di tutta la vallata che va da Castelfranco a Pontedera e l’altro sul promontorio di Poggio Adorno. Due paesaggi completamente opposti e diversi. Tipico Toscano. Lavorare a Montecalvoli è sempre una festa, vuoi perché è un paesino che ha dato i natali ad un grande musicista come Franco Santarnecchi e vuoi perché la prima volta che abbiamo fatto un concerto li, abbiamo avuto la buona idea di nominarlo dal palco…il che, in realtà piccole come questa, vuol dire conquistarsi la fiducia dei paesani, per sempre.
A Montecalvoli di solito si cena in piazza. Il piccolo negozio di alimentari fa una lunga tavolata e poi chi c’è c’è. La cena quest’anno era a base di un tipico prodotto estivo: fegatelli e fagioli!!! Che però le Hussy Hicks (come il resto delle 20 persone che erano presenti) hanno gradito parecchio… Alle volte, anzi quasi sempre, la voglia di comunicare con il prossimo (alla faccia di tutti i social network!!!) è più forte di qualsiasi barriera linguistica e culturale. Quella sera è successo a mia madre (che era a cena con noi) e le Hussy Hicks. Mia madre non conosce, neanche per sbaglio, mezza parola che sia mezza di inglese…così come le Hussy Hicks con l’italiano. Ma mia madre, che appartiene ad una generazione dalla quale noi tutti dovremmo imparare in quanto a forza di volontà, inizialmente incuriosita da un ciondolino che portava al collo una delle due australiane, si è avvicinata a loro, e, un po’ a gesti e un po’ arrangiandosi con mimi vari, è riuscito ad intavolare una discussione di una buona mezz’oretta su vari temi di estetica femminile. Io mi sono allontanato dopo 5 minuti, indaffarato come sempre in milioni di cose da fare…Ma dopo un po’, voltandomi verso di loro, mi sono accorto che ridevano a crepapelle tutte e tre. Di cosa non sono mai riuscito capirlo. Il giorno dopo, martedì 26 Luglio, sono in arrivo tre giganti del jazz italiano. Sui jazzisti e sul jazz italiano vorrei soffermarmi per un articolo apposito più in la, scriverò cose che susciteranno sicuramente critiche e discussioni. Nelle critiche che prima o poi scriverò non rientrano Francesco Bearzatti, Lello Pareti e Walter Paoli, che sono professionisti di altissimo livelli. Bearzatti è stato protagonista anche di un incontro con i musicisti locali, nel quale ha spiegato tutta la sua carriera artistica, dagli esordi come “lisciaiolo”, al passaggio al jazz. Una piccola, ma variegata, platea di ascoltatori molto interessati, ha intrattenuto l’energetico Bearzatti che per più di due ore (doveva durare solo un’ora) ha parlato senza sosta alcuna. Alla domanda finale, di uno degli allievi, “Che tipo di bocchini consigli di usare” Bearzatti dopo varie spiegazioni ha concluso semplicemente dicendo “Beh non saprei…però in fin dei conti un buon bocchino è sempre un buon bocchino!” Gli allievi, dopo il classico attimo di silenzio, sono esplosi in una fragorosa risata…anche all’asserzione di uno di loro che ha espresso un suo “Beh! In effetti non hai tutti i torti!…” Ci sono dei personaggi che diventano leggende del rock, e che rimangono tali anche dopo un periodo di riposo. Non mi riferisco ai grandi gruppi del rock, ma agli “indie”, gruppi come i Green on Red che hanno segnato un certo periodo degli anni ottanta e primi novanta. Quest’anno abbiamo ospitato un personaggio del calibro di Dan Stuart, cantante e leader appunto del gruppo di cui sopra. 
Ora capisco che non c’è niente di così eccezionale nell’ospitare un personaggio che comunque ha segnato una fase del rock indie, ma è altrettanto vero che diventa un evento quanto meno particolare per il fatto che ha suonato a Santo Pietro Belvedere!!! Io credo fermamente che lo spirito del Musicastrada Festival sia abbastanza “rivoluzionario” (passatemi un po’ di sana presunzione), soprattutto per il fatto che in questi anni abbiamo portato gruppi e musicisti di culto in luoghi dove al massimo arrivano “Luana e i Lucchesi”, “Piero e il suo Sax”, “Osvaldo ed i Feelings” etc. etc. etc. A ciò noi abbiamo risposto con…Commander Cody a Calcinaia, Bob Brozman a Castellina Marittima (e a Terricciola), La Ford Blues Band a San Casciano, Steve Grossman a Montopoli…e perché no? I Gatti Mezzi a Montecastelli Pisano (sapete dov’è?). A parte questa divagazione, di Dan ho il ricordo di una persona estremamente interessata, curiosa, amante dell’arte e della bellezza in generale, con una grandissima voglia di parlare e comunicare. Dan è rimasto affascinato, e di ciò ci ha ringraziato più volte, del paesaggio che ha potuto ammirare al tramonto. Quel giorno, era il 27 Luglio, ha piovuto tutto il pomeriggio, obbligandoci a fare il concerto al chiuso presso il Centro Sociale di Santo Pietro Belvedere. Verso le sette ha smesso di piovere ed è uscito un po’ di sole, quel tanto che basta a fare di una giornata piovosa un tramonto indimenticabile. Alle 20 e qualcosa siamo andati a cena Terricciola. Il pezzo di strada che separa Santo Pietro da Terricciola effettivamente è un quadro, un paesaggio che cambia in continuazione ovunque tu guardi, e quel giorno, complice qualche nuvoletta dipinta di rosa da un sole morente, l’impressione che faceva era di una grande armonia, come se un pittore avesse deciso come costruire quel paesaggio, come mettere quell’albero lì, quella chiesetta di là, quella ruota di fieno così che fa quell’ombra etc etc. Dan se n’è accorto rimanendone profondamente affascinato. “This road and these ten minutes, have been one of the most incredible experiences of my life!”
Mi ha detto al ristorante. Al concerto, oltre ai bravissimi Sacri Cuori, ha dato tutto se stesso ed anche di più, facendo un lunghissimo bis completamente acustico, senza l’ausilio di nessuna amplificazione. Anche per noi sono stati minuti intensi da non dimenticare… Quest’anno per la prima volta abbiamo ospitato gruppi provenienti dalle selezioni di un concorso (Sulle Note di Ale). Al giorno d’oggi proporre gruppi che fanno musica propria è sempre coraggioso. Il pubblico, la maggior parte delle volte, e soprattutto negli ultimi anni, ha sempre meno voglia di ascoltare nuove proposte. Nel nostro piccolo vorremmo invece invertire questa tendenza, che non lascia spazio a niente e nessuno che non siano già affermati. Le scommesse si sa, possono andar bene, come possono andar male. Nel nostro caso sono andate bene in parte ma siamo convinti di aver vinto quella del coraggio. I gruppi che abbiamo proposto sono stati i giovanissimi fiorentini “Blue Popsicle”, il trio livornese capitanato da “Alessio Franchini” e il pisano “L’Idiota”. I Blue Popsicle hanno dimostrato grande grinta e un sicuro futuro da rocckettari. Alessio Franchini ha un grande talento dimostrandolo per l’ennesima volta Per “L’Idiota” vorrei spendere due parole in più. 
Eravamo convinti, e lo siamo tutt’ora, che in lui ci sono doti non comuni, come siamo convinti che il pubblico è oramai abituato male, perché alle volte come noi organizzatori ci mettiamo in gioco, altrettanto non fa l’ascoltatore che dovrebbe riflettere e cercare di sforzarsi un po’ di più nel capire le proposte diverse e più coraggiose. Il set de “L’Idiota” è stato uno dei casi più strani della nostra storia. Il pubblico se n’è andato un po’ alla volta, lasciandolo praticamente solo… Ma è anche vero che quella sera non è riuscito a creare quell’atmosfera “ironica” come si era prefissato… Comunque sia, alla fine, ci ha ringraziato perché anche le esperienza che non vanno per il verso giusto, anzi soprattutto quelle, sono quelle che più di tutte fanno crescere. A “L’Idiota” vanno tutti i nostri migliori auguri… La seconda serata di Pontedera, quella del 30 Luglio, ha tutta un’altra atmosfera. Arriva Michael McDermott, con tanto di troupe televisiva (3 operatori video e una regista americana allergica ad una serie infinita di alimenti), baby-sitter e figlia di un’anno al seguito. Stanno girando un documentario sulla “mitica” strada “coast to coast” italiana…la Statale 67… “Statale 67?” dico io ad Andrea Parodi, manager italiano di Michael ed ideatore di questo progetto “Si! La 67! Non la conosci?” “No…” “Ma come? Quella che va da Marina di Pisa a Marina di Ravenna…” “Ah! La Tosco Romagnola…E cosa vorreste fare?”ù “Beh! Fare un documentario su questa strada, le sue storie, le osterie…facendo alcuni concerti lungo la strada…” Il concerto l’anno fatto…a Pontedera appunto. Bellissimo, chi c’è stato lo sa. Per il resto, dopo vari suggerimenti sui ristoranti sappiamo che il giorno dopo sono finiti a pranzo a Marina di Pisa alla Lega Navale.. Il 31 Luglio arriva uno dei concerti più attesi di tutto il festival. La Brunori Sas suona a San Miniato, in Piazza del Seminario. Gratis. San Miniato è sempre stato il punto di riferimento per tanti musicisti della zona. I locali (pochi purtroppo) di questa bellissima città, sono sempre stati usati come punto di ritrovo dai tanti musicisti e non solo. 
Dario è stato uno di questi, tanto che il suo produttore è di Santa Croce (Matteo Zanobini) e il suo primo disco è stato registrato a Ponte a Egola da Luca Telleschi, che quella sera si è prestato a fare il fonico. Ed il concerto è stato come un ritorno al luogo dove tutto è cominciato… Per un promoter, una delle soddisfazioni più grandi, oltre a quella di portare artisti in cui si crede…è anche vedere che il pubblico apprezza ma che soprattutto viene numeroso. Quella sera non sappiamo bene quanta gente c’è stata ma possiamo affermare che si tratta ad oggi del record assoluto di presenze per il Musicastrada Festival…Grazie al pubblico e ad un personaggio come Dario Brunori che ci sa stupire per il suo talento… Davide Mancini (scarica da qui il pdf)         [...] TUTTE LE RUBRICHE TOP FIVE | LETTERATURA IN MUSICA | STORIE DI MUSICI E MUSICA | VIA COL VENTO | OK IL PEZZO E’ GIUSTO | LI AVETE SENTITI QUESTI | BAND A CONFRONTO | LE PEGGIORI MAI SENTITE | PENSIERI IN MUSICA | CONSIGLI PER L’ASCOLTO | SARANNO FAMOSI? | LA PAROLA AI MUSICISTI | IO C’ERO | IO CI SARO’ | IL DIARIO DI MUSICASTRADA | DISCOVERY | FUORIUSCITI | LIFE ON MARRS | MIGLIORARE SUL LUNGO PERIODO | LO SAPEVATE? | DIETRO LE QUINTE CON ascolta Un assaggio dalla selezione settimanale di Gianluca De Vito Franceschi Messages From The Resonator by Globular & Geoglyph Iscriviti alla newsletter di Musicastrada news musicastrada “Yemule Muladdiwen” fuori il secondo singolo dei Fanfara Station Musicastrada Gospel Festival 2021: il 20 e 21 dicembre il Gospel arriva nei borghi toscani Musicastrada al Womex dal 23 al 31 Ottobre 2021 a Porto Portogallo E’uscito “NAGRAN” nuovo singolo dei Fanfara Station Musicastrada Festival 2021 dal 14 Luglio all’8 Agosto in Toscana In arrivo WEZ la webzine di musicastrada musica pensieri parole in libertà! 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