Ivano Fossati, il cavaliere di specchi

Ivano-Fossati

Ivano Fossati, il cavaliere di specchi

“Congratulatevi con me, signori miei, ché non sono più Don Chisciotte della Mancha, ma Alonso Quijano a cui i retti costumi meritarono il soprannome di Buono. Ormai sono nemico di Amadigi di Gaula e di tutta l’infinita caterva della sua stirpe; ormai mi sono odiose tutte le storie profane della cavalleria errante; ormai riconosco la mia stoltezza e il pericolo a cui mi ha esposto l’averle lette; ormai, per misericordia di Dio, avendo imparato a mia spese, le detesto”

Bisogna aspettare l’ultimo capitolo del secondo libro dedicato all’hidalgo dalla triste figura – quello che Cervantes si decise a scrivere per offrire ai lettori una versione “ufficiale” sulle sorti del suo cavaliere che prendesse il posto dei numerosi testi apocrifi che avevano fatto seguito al primo, e in teoria unico, volume – per scoprire il vero nome di Don Chisciotte della Mancha. Soltanto nel momento in cui il suo eroe rinsavisce, ripudia le storie cavalleresche e ritorna a una normalità che precede di poche ore la morte, l’autore decide di restituirgli anche la sua identità, come se volesse anch’egli abiurare, per quella via, le tragicomiche peripezie a cui l’ha costretto mentre era ostaggio della follia. È questo che Ivano Fossati non gli perdona. E così nel suo album Discanto (1990), una delle gemme più preziose della sua discografia, offre l’opportunità ad Alonso Chisciano – scritto proprio così, nella versione italianizzata delle traduzioni d’antan – di rendere una confessione che si trasforma a poco a poco in un vero e proprio j’accuse nei confronti del suo creatore. Ispirato dal testo della poetessa Anna Lamberti Bocconi, infatti, il cantautore genovese, con la sua Confessione di Alonso Chisciano, non solo omaggia il personaggio più famoso della letteratura spagnola, ma gli dona la voce necessaria a intonare il suo controcanto, o appunto il suo discanto, e replicare al tema principale, ribellandosi finalmente al destino scelto per lui dall’ “ingegnoso narratore” iberico. Lo fa evocando in sequenza, anche attraverso una modulazione e un adattamento di parole ed espressioni iconiche dello stesso Cervantes, atmosfere, situazioni e personaggi del romanzo, dal fido Ronzinante sempre a corto di biada al curato e il barbiere, simboli dell’ordine costituito del villaggio violato da Don Chisciotte con la sua diserzione dalla normalità, ma lo fa soprattutto incarnando di fatto la figura di quel “cavaliere di specchi” che restituisce ad Alonso Quijano l’immagine di ciò che è diventato, o meglio di ciò che è tornato ad essere.

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È questo riconoscersi savio e in sé che innesca prima il suo lamento e arma dopo la sua invettiva. “Come hai potuto pensare di cambiarci la strada?”, “Come hai potuto spogliarmi proprio adesso?” domanda al suo creatore, colpevole di averlo ricondotto, in nome della morale e contro la sua volontà, alla vergogna e allo spavento della normalità eterna, a quella realtà conosciuta, sicura, priva di mistero e di avventura che certo si può far finta di accettare, ma che priva della vita. Quella vita che aveva ritrovato in mezzo alla latta dell’armatura e ai legni di armi improvvisate, tra le “carambole di fantasmi” e i “pezzi di temporale”, sul palcoscenico di quel teatro della follia dove ogni emozione va in scena senza maschere e costumi e regala al primattore una sconfinata libertà. Mi hai regalato la vita, sembra insomma dire il personaggio al suo autore, le hai dato un senso privandomi del senno, e adesso me la togli, restituendomi una ragione che è preludio della morte e a cui fanno inevitabilmente eco il desiderio e la tentazione di continuare “solo e senza corpo a scornarmi con il vento”.

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