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La Top Five Più Bagnata Le Migliori 5 sulla Pioggia Scelte dai Nostri Redattori

RUBRICA

A cura di redazione

E’ arrivata l’estate, ce ne siamo accorti. Ma visto che la nostra redazione è anticorfomista, antimeteoropatica e antiafa, abbiamo pensato di dedicare un’intera top five alla pioggia che fino a poco tempo fa scandiva incessante il tempo di tante giornate primaverili. Non siamo nostalgici, né tanto meno menagrami, ma solo previdenti. Infatti se la vostra estate dovesse essere funestata improvvisamente da un temporale effimero e passeggero, potrete senza timore chiudervi in casa e dedicarvi alla meditazione e all’ascolto. E se, invece, il caldo torrido cominciasse ad opprimervi e vi mancasse il tempo di fare un tuffo al mare o in piscina, queste Top Five saranno certamente in grado di rinfrescarvi o comunque di freddare i vostri pensieri. Per cui…buona pioggia a tutti!

LA TOP FIVE DI ALFREDO CRISTALLO

1) Husker Du – Standing In The Rain (Warehouse: Song And Stories)
Grande pezzo dà proprio l’idea di stare sotto la pioggia
2) XTC – 1000 Umbrellas (Skylarking)
Ma forse loro si riferivano agli ombrelloni
3) Bob Dylan – Rainy Day Women 12&35 (Blonde On Blonde)
Ci sono donne piovose?
4) Dan Ar Bras – Rain  (The Earth’s Lament)
Una cover del pezzo dei Beatles
5) Led Zeppelin – The Rain Song (Houses Of The Holy)
Tristezza della pioggia

LA TOP FIVE DI MILENA GAGLIOTI

1) Prince – Purple Rain
2) Blind Melon – No Rain
3) Travis – Why does it always rain on me
4) Nick Cave – Ain’t gonna rain anymore
5) Ezio Bosso – Rain in your black eyes

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LA TOP FIVE DI ZAZOU

1) James – Sometimes
2) Rain Tree Crow – Rain Tree Crow
3) Garbage – I’m Only Happy When It Rains
4) Duffy – Rain On Your Parade
5) Supertramp – It’s Raining Again

LA TOP FIVE DI LAURA MARTINI

1) Patty Pravo – Gocce di pioggia su di me
Che nella mia testa risuona ancora come alle medie: mi mi mi fa mi re do mi… forse era per via del flauto che pioveva tanto…
2) Gene Kelly – Singin in the rain
Ormai piove, tanto vale cantare!
3) The Kinks – Rainy Day in June
Non siamo in Inghilterra, ma il tempo pareva non averlo capito.
4) East 17 – Thunder
Trashissima reminiscenza anni ’90, quando non si poteva fare a meno di ascoltare boyband.
5) The Weather Girls – It’s raining men
Se lo dicono loro che sembrano intendersi di tempo crediamoci, sempre meglio che la pioggia.

LA TOP FIVE DI ROBERTO ITALIANI

1) Timoria – Piove
2) Black Sabbath – Black Sabbath
3) Litfiba – Pioggia di Luce
4) Pino Daniele – Quanno Chiove
5) Doors – Raiders On The Storm

LA TOP FIVE DI VERONICA CROCCIA

1) Zaz- La pluie
2) Carmen Consoli – Pioggia di Aprile
3) The Rokes – E’ la pioggia che va
4) Francesco de Gregori – Giorno di pioggia
5) Fabrizio de Andrè – Dolcenera

LA TOP FIVE DELLO SPA

1) Jayhaws – Save it for a Rainy Day
La canzone perfetta da tenersi a portata di mano per i giorni di pioggia…2) Gianmaria Testa – Preferisco Così
Malinconica, dannatamente uggiosa come la pioggia
3) Creedence Clairwater Revival – Have You Ever Seen the Rain
Il vero classico, adatto a qualsiasi tipo di acquazzone
4) Willard Grant Conspiracy + Telefunk – Just a Little Rain
Avete presente quella pioggerellina fine, minuziosa e deliziosa…
5) La Crus – Senza far Rumore
Pioggia per cuori sensibili…

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un articolo a caso

  • Magazine21 Settembre 2010
    Ho fatto un sognodi Alberto “Capello” Mattolini Alberto (aka “Capello”) è un grande batterista, un grande musicista in genere ed uno storico collaboratore del Musicastrada Festival. Per la prima volta scrive per il Diario di Musicastrada. La sua è un’attenta analisi della situazione della musica in Italia (n.d.r.) “Ho fatto un sogno” Una radio trasmetteva le stesse cose di altre trenta radio, un modo per “far piacere” una play list che le regole di mercato volevano imporre. I protagonisti di questa setta se la passavano benone, li vedevi sfilare ben vestiti nei grandi appuntamenti riservati agli abiti da sera da qualche migliaio di Euro o appollaiati sulla loro barca a Porto Cervo, dove centinaia di ammiratori si spintonavano per conquistare una postazione dalla quale poterli guardare, per poi raccontare agli amici quanto fossero vicini ai loro miti. Intanto su Internet nascevano i sistemi di condivisione. Una societa’ lobbistica si appellava alle leggi per arginare la piaga, ma neanche i decreti piu’ assurdi per i quali scaricare musica era piu’ grave dei falsi in bilancio ai danni di migliaia di risparmiatori, non riuscivano a contenere il dilagare di cio’ che era definito pirateria. I discografici cominciavano a veder limati i loro introiti e si riunivano dentro la suddetta societa’ per adottare misure remunerative che tenessero in piedi i loro imperi. La societa’ prevalentemente da loro rappresentata penso’ di agire sulla voce di incasso maggiore del bilancio, quella dei piccoli concerti nei locali, eseguiti da appassionati o da tenaci professionisti senza gloria, togliendo loro la maggior parte dei rispettivi diritti. Si parlava di crisi della musica, un modo per “istruire” il popolo orientandolo a pensare che senza il mercato discografico la musica sarebbe finita. Perfino nelle scuole si operava un lavaggio del cervello ai ragazzi. Eppure i musicisti sconosciuti si moltiplicavano ovunque e venivano ospitati da quei locali che nonostante tutte le imposizioni economiche al limite della decenza, riuscivano a stare in piedi. Anche le associazioni culturali sempre meno aiutate da chi dovrebbe conoscere l’importanza della cultura, stringevano la cinghia e proponevano quella piccola grande musica mai ascoltata alla radio, pur essendo gradita ad un pubblico che la scopriva per la prima volta. Intanto i lobbisti rilanciavano un nuovo modo di creare talenti a basso costo, attraverso appositi programmi televisivi gettavano in pasto ai leoni “esperti”, gruppi di ragazzi sognatori da quali estrapolare i vincitori di una lotta all’ultimo sangue. Ma nella rete nascevano altre forme personali di promozione, la suddetta societa’ perdeva il monopolio della gestione musicale e sempre meno autori si avvalevano dell’inconsistente vantaggio senza risultati che aveva promesso. Contro la martellante informazione di una musica che sarebbe finita, c’era una contro- informazione che mostrava quanto fosse importante scoprire quell’oceano di musica sommersa fatta piu’ per arte che per profitto. Nessuno comprava piu’ un disco che non fosse autoprodotto e che non avesse un prezzo umano. Finalmente i lobbisti dovettero soccombere e cambiare mestiere. I nuovi musicanti uscirono dalla cantine con le loro produzioni, alcune anche raccolte in CD venduti al prezzo di un caffe’. Ora un pubblico poteva decidere il proprio gradimento senza imposizione. Nei locali e nelle piazze si ascoltava musica nuova, una scoperta continua sulla quale non aleggiavano i fili dei burattinai. Non c’erano miti, c’era una professione per tanto tempo negata alle masse: quella dell’artista. Poteva piacere o meno, la scelta non era piu’ pilotata ma seguiva un gradimento personale. Quelli erano davvero i nuovi “posti di lavoro”. Le radio si diversificarono fra loro e finalmente la libera concorrenza gli permetteva di diffondere programmi sempre mirati ad ottenere una varieta’ artistica sulla quale poter orientare ogni scelta. Un mondo non piu’ riservato a pochi, ma a tutti coloro che avevano da dire qualcosa in campo artistico, e questo anche a vantaggio di un pubblico piu’ aperto ad ogni genere e ad ogni esplorazione musicale. Perfino le classi politiche cominciarono a vedere vantaggi ad inserire la cultura nei loro programmi, e forse avrebbero anche cominciato a sostenerla di piu’ di quanto non avevano fatto in passato. Avevo caricato la radiosveglia alle otto. Mi alzai al suono della solita play list di una radio qualsiasi, uguale a quella di altre trenta radio. Peccato. [...]

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