L'anno Sabbathico Fuoriusciti 13 dei Black Sabbath

L’anno Sabbathico Fuoriusciti 13 dei Black Sabbath

A cura di Roberto Italiani

Il 10 è uscito 13. Ecco detto così penserete che stia dando i numeri; ma non sto più nella pelle perché ho appena comprato l’ultima fatica dopo 18 anni, e dico 18 dall’ultimo disco in studio e dopo 35 anni con la formazione (quasi) originale, dei “udite udite”: Black Sabbath (rumore di tuono…).

Ho sempre sperato che ciò potesse accadere, che i padrini del rock più tetro, inquietante e maestoso potessero rimettersi insieme e dare alla luce un’altra creatura.
Ed è accaduto. “13” è il loro diciannovesimo album in studio uscito appunto il 10 giugno, coadiuvati dal “quellochettoccodiventaoro” Rick Rubin, il barbuto guru produttore già dei R.h.c.p, Audioslave, Slayer… si, vabbè anche di Shakira, ma questo è un dettaglio.

Le “voci” dicevano che i Sabbath stessero lavorando già a qualcosa; infatti Ozzy Osbourne, Toni Iommi, Geezer Butler e Bill Ward si danno appuntamento in uno studio di registrazione, annunciando solennemente la loro reunion a fine 2011.  Nemmeno il tempo di mettersi a sedere sugli sgabelli e attaccare i jack che lo storico batterista, Bill Ward appunto, viene allontanato per “divergenze contrattuali” non meglio note (addirittura ho notato che hanno tolto anche nome e foto dal sito ufficiale! Ndr) e al suo posto viene chiamato il tatuatissimo Bradd Wilk dei Rage Against the Machine.

Lo so già che devo ascoltare questo cd come un mero prodotto del 2013 reprimendo la mia nostalgia dei lavori degli anni ‘70 senza cercare di fare paragoni inutili perché sicuramente non basterà il ritorno di Ozzy alla voce e il rituale vestirsi di nero, per pensare di riprovare le emozioni di 30 anni fa.
E infatti ascoltando il primo pezzo che apre l’album “Beginning of the end” mi trovo già combattuto tra presente e passato: ditemi se l’inizio e la struttura non ricorda “Black Sabbath”! Le sonorità sono quelle sabbathiane classiche: un insieme di lento iniziale, interludio melodico, poi riparte veloce+assolo che spacca e poi ritorna nuovamente lento, il tutto carico di pathos e accelerazioni improvvise; e qua mi rendo conto che Ozzy non è come lo si vede nella sua serie tv “gli Osbourne”, per fortuna.

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Segue il singolo God is dead? dove ci si cala pienamente nelle atmosfere orrorifiche; il pezzo che dura quasi 9 minuti parte con un arpeggio doomiano molto ipnotico e un ritornello che rimane stampato in testa. La terza traccia è l’arrembante “Loner” brano pieno di riff accattivanti e dal ritmo semplice ma coinvolgente. Poi arriviamo alla ballad di questo “13”, “Zeitgeist” dall’arpeggio moto lento arricchito da un assolo molto blueseggiante. “Damage soul” e “Live forever”  non sfigurano; mentre una parola va spesa per la granitica “Age of reason” giro si basso distorto e linea di chitarra fantastica fanno da contorno ad un Ozzy che forse ritrova la verve degli anni che furono. Il disco si chiude con “Dear father” il pezzo secondo me più bello del disco, puro heavy metal impreziosito dagli assoli di Iommi;  e così come tutto è iniziato tutto finisce, il rumore del temporale e dei tuoni che apriva la “Triade del Diavolo” ovvero “Black Sabbath” nel disco “Black Sabbath” dei Black Sabbath.

Comunque dopo un bel po’ di ascolti le mie impressioni sono…neutre; tecnicamente il disco è validissimo, non fa una piega, mentre i suoni li lego, per forza, alla mia giovinezza e difficilmente riesco a scinderli anche perché ho aspettato troppo tempo questo momento. Anche per loro del resto mi sembra che sia inutile rincorrere il passato.

Quindi che dire, non sarà un capolavoro, un disco epocale ma si avverte distintamente che Ozzy&Co sono in forma…e le buone intenzioni si sentono tutte. Onesto.

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Con un inizio in quarta come quello di domenica pomeriggio, con due capisaldi della storia dei Diaframma, “L’odore delle rose” e “Siberia”, lo spettacolo non poteva che decollare al meglio. Un live impattante il loro, dall’inizio alla fine, forse l’onda lunga di un 2013 che li ha visti alle prese con la nuova pubblicazione del disco “Siberia” in edizione deluxe, con brani registrati live del 1985, e l’uscita dell’album di inediti “Preso nel vortice”, sedicesimo disco registrato in studio dai Diaframma, a cui hanno collaborato Gianluca De Rubertis, Enrico Gabrielli (Calibro 35, Mariposa), Marcello Michelotti (Neon), Max Collini (Offlaga Disco Pax) e Alex Spalck (Pankow). Iscriviti alla newsletter di Musicastrada C’erano anche alcuni bambini al concerto. 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Il Pistoia Blues Festival apre nuovamente i battenti e seppur alla soglia dei 40 anni “suonati” (è proprio il caso di dirlo), presenta un cartellone da urlo che non mancherà di appassionare tutti gli amanti della buona musica. Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui E come antipasto della kermesse vera e propria il 4 Luglio al Teatro Manzoni per la rassegna “Road to Pistoia Blues” sarà di scena un’icona della musica mondiale: Graham Nash.  Cantautore e leggendario chitarrista del rock/blues americano, Nash vanta numerose canzoni di fama interplanetaria composte nell’ultimo mezzo secolo, prima con gli  Hollies e poi con David Crosby e Stephen Stills (il trio CSN, resta uno dei più apprezzati gruppi del panorama rock mondiale). Ad aprire la serata  e scaldare l’atmosfera penserà la band italo-iraniana The Allophones con una manciata di brani del loro lavoro “Muscle Memory”. La 39esima edizione del Festival Pistoia Blues si aprirà però con una anteprima davvero sfiziosa il prossimo Martedì 10 Luglio quando sul palco di Piazza Duomo salirà l’attesissima Alanis Morrisette, per la prima volta a Pistoia e al ritorno “live” dopo sei anni dal suo ultimo concerto. Quasi inutile ricordare alcuni dei suoi memorabili brani come “Ironic”, “All I Really Want”, “You Oughta Know”, contenuti nell’album “Jagged Little Pill”, disco che ha venduto oltre 60 milioni di copie in tutto il Mondo e che quasi sicuramente coroneranno un’esibizione che si preannuncia imperdibile. Ma il vero e proprio Festival si consumerà nel weekend del 13, 14 e 15 Luglio quando ad esibirsi sul palco di Piazza Duomo saranno artisti di calòibro internazionale e di fama mondiale come James Blunt che darà fuoco alle polveri Venerdì 13 Aprile con il suo “The Afterlove Tour” forte del consenso mondiale del suo quinto lavoro in studio che lo ha portato ad accumulare più di 625 milioni di view su YouTube e oltre 680 milioni di streams nelle piattaforme digitali. La serata sarà aperta dalla band imolese dei Five To Ten, eclettico trio voce-piano-batteria guidato da Silvia De Santis. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Il concerto che sa già di leggenda sarà però quello di Sabato 14 Luglio 2018 quando a Pistoia Blues nella cornice di Piazza del Duomo arriverà la chitarra di Dio, Steve Hackett, indimenticabile chitarrista dei Genesis  con il suo show “Genesis Revisited, Solo Gems &Guitar” dove ripercorrerà i brani da lui scritti assieme a Peter Gabriel, Tony Banks, Phil Collins e Mike Rutherfod negli album capolavoro della celebre band britannica, oltre a qualche altra gemma della sua produzione solista. Anche per lui, entrato nel-la prestigiosa “Rock & Roll Hall of Fame” nel 2010, sarà la prima volta al Pistoia Blues Festival. Condivideranno il palco con Hackett i The Watch, tribute band dei Genesis acclamata in tutto il mondo. Particolarmente ricca la serata finale del Festival, Domenica 15 Luglio in cui si esibiranno diversi protagonisti della musica internazionale: sarà la Mark Lanegan Band sul palco di Piazza Duomo a precedere i  Supersonic  Blues  Machine  con  Billy F.  Gibbons degli ZZ Top. Un’abbinata unica per un appuntamento imperdibile. L’ex voce di  Screaming  Tree  e  Queens  of the Stone Age dividerà la serata con una band sensazionale, i Supersonic Blues Machine in cui si erge un super ospite d’eccezione come Billy Gibbons, cantante e chitarrista degli ZZ Top. Arricchiranno la serata i Casablanca, rock stoner band italiana nata dalle ceneri dei Deasonika e guidati dal frontman e produttore musicale Max Zanotti. Apri-ranno la serata i Seraphic Eyesin promozione con il nuovo album “Hope”. leggi anche… Buoni “motivi” per bere Wine Sound Sistem di Donpasta e CandideMagazineNel mezzo di un bosco senza druidi – Li avete sentiti questi?: MidlakeMagazineFranco Sbiadito. 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Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Perché? I motivi sono essenzialmente due. Il primo dipende dal mainstream musicale: se vuoi avere successo ti affidi alla tua label che sa bene quale musica “va” in quel momento, quale tipo di brani devi fare, dove devi inserirli nel disco ecc. La seconda è ovviamente fisiologica: all’inizio un gruppo ha più idee da sviluppare, poi il successo (se c’è stato) annebbia le idee. Ho riflettuto su quali gruppi NON entrino in questa regola, ho chiesto ai miei colleghi (grazie Max e Mile) e ho trovato (solo?) 3 esempi. Un caso famoso sono i Radiohead di Thom Yorke (voce), gruppo fra i più chiacchierati degli anni ’90 che iniziarono come emuli del pop intimista degli Smiths, un’influenza evidente nel 1° LP Pablo Honey (1993; Creep, Stop Whispering, Blow-Out), sull’ EP My Iron Lung (1994;la title-track) e infine su The Bends (1995; Planet Telex, High And Dry, Fake Plastic Trees) un grande calderone di cliché pop. Ok Computer (1997) è l’album della svolta. Per quanto ondeggi fra tono epico (Airbag, Climbing Up The Walls), tono sofferto (Exit Music, Karma Police) e tono magniloquente (Subterranean Homesick Alien), il gruppo è capace di sfoderare gemme folk rock come Let Me Down e No Surprises o la minisuite prog-rock Paranoid Android nel segno di una ricerca dell’effettismo sonoro per niente scontato; il successo commerciale premierà questa scelta e l’album diverrà una pietra miliare del decennio successivo. I Radiohead vanno oltre l’enunciato di canzone in Kid-A (2000). Qui infatti i brani sono strutture flessibili imparentati con l’elettronica (Idioteque), la muzak creativa (Optimistic, In Limbo), la sperimentazione eccentrica (The National Anthem, Morning Bell). Tutti i suoni e le parti vocali sono remixate a suggerire un’ascesi verso il divino (Everything In Its Right Place, How To Disappear Completely). La missione è completata nel seguente LP Amnesiac (2001): far coesistere in strutture volatili e glaciali, trance melodica (Pyramid Song, Knives Out) e alienazione sperimentale (Pull/Pulk Revolving Doors, Packt Like Sardines In A Crushed Tin Box). Un caso più classico furono i Blur, i quali, benché siano con gli Oasis i maggiori esponenti del brit-pop, uno dei generi più vacui dell’intera storia del rock, costituiscono anzi uno degli esempi più sorprendenti di riabilitazione. Esordirono nel solco del Merseybeat con l’album Leisure (1991; She’s So High, There’s No Other Way), sposarono uno stile a metà fra Kinks e David Bowie in Modern Life Is Rubbish (1993; For Tomorrow) e Parklife (1994; la title-track) con echi di Elvis Costello (End Of The Century) e Wire (Girls & Boys), pervenendo con The Great Escape (1995; Stereotypes, Charmless Man, Country House) a una versione ironica di brit-pop. Persa la sfida con gli Oasis, il gruppo si ricostruisce una carriera con l’omonimo LP del 1997, che è un omaggio all’alt-rock USA (Beetlebum, You’re So Great), al trip-hop (Essex Dogs) e nei momenti migliori un saggio sull’arrangiamento dissonante (MOR, Movin’on, Chinese Bombs, Song 2 la più punk del lotto). Grazie alla sfavillante produzione di William Orbit (stratificazione sonora + inserti rumoristici), i Blur possono anche dimostrare nel successivo 13 (1999) una buona conoscenza del rock sia nei suoi fondamentali (il gospel Tender, Mellow Song) sia nei linguaggi d’avanguardia (Bugman, Swamp Song, Battle, Caramel). E al diavolo il brit-pop: suoni saturati e grazioso videoclip e persino il motivetto di Coffee And TV funziona meglio. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Lontano dai riflettori, i Blur sono diventati eccellenti musicisti. Il caso più singolare furono i Talk Talk. Se i primi 2 LP The Party’s Over (1982; Talk Talk) e It’s My Life (1984; Dum Dum Girl, Such A Shame, la title-track) presentava un tipico (ma poco carismatico) gruppo di synth-pop, The Colour Of Spring (1998; Happiness Is Easy) indicava tuttavia una prima sterzata verso un esotismo atmosferico alla David Sylvian. Il sound cambia del tutto con Spirit Of Eden (1988): il gruppo abbraccia la filosofia compositiva del free-form (The Rainbow, Wealth), tra arrangiamenti jazzati (Eden), tessiture raga (I Believe In You) e spunti di avanguardia elettronica (Desire) tutti immersi in una trance trascendente. La prassi prosegue in Laughing Stock (1991), LP immerso in atmosfere rallentate (Myrrhman), languide (New Grass, After The Flood) e spettrali (Taphead, Runeii)  vicine al Miles Davis di In A Silent Way. L’incomprensione dei fans decretò la fine della band ma è dai loro ultimi lavori che bisogna partire per comprendere la musica ambientale del XXI secolo. leggi anche… Lucio il marinaioMagazineLa nuova era dell’alternative rock: i CromosauriMagazineDi musica, natura e naturalezza – Quelli che la Strada: Il Concerto del Coro dei Minatori di Santa Fiora a Montecastelli PisanoMagazineDi Rabbia Melodica. I PerlaneraMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Cittadella universitaria ed enclave liberal nel mezzo della Georgia, alla fine degli anni ’70, Athens era la culla di una vivace avanguardia artistica, i cui parametri erano l’istrionismo kitsch e l’approccio visivo e il crogiolo erano gli scatenati party privati che animavano la sonnolenta vita notturna (Athens era priva di discoteche e radio private). Fu al party di S. Valentino del 1977 che si esibirono per la prima volta i B-52’s. Il gruppo formato da Strickland (batteria), Ricky Wilson (chitarra) e 3 cantanti Cindy Wilson (sorella di Ricky), Fred Schneider e Kate Pierson (anche tastiere) erano all’inizio una novelty intellettuale (il loro manager era Herbert) che intendeva reagire con i loro ritmi funk e disco mutanti al nichilismo no wave. I paradigmi della loro musica erano la parodia della civiltà anni ’60 nei suoi aspetti più scipiti (da cui le capigliature vaporose delle ragazze, B-52 appunto, e i testi surreali infarciti di trivialità adolescenziali) e gli arrangiamenti con gli strumenti perfettamente assemblati e le armonie vocali mantriche, hawaiane e gregoriane delle due ragazze interpolati dagli interventi umoristici di Schneider. Il primo omonimo LP (1979) impose le loro canzoni robotizzate, condotte con serrati ritmi funky (ma senza basso), ora concitate e assurde (52 Girls, Dance This Mess Around), ora scalpitanti (Lava, 6060842), ora futuristiche (Planet Claire) e i loro bizzarri party hit (Rock Lobster). Con un’immagine pimpante e videogenica a metà fra la Pop art e i film di John Waters, il gruppo emigrò a New York e pubblicò Wild Planet (1980), spopolando con gli hit irresistibili di Private Idaho e Devil In My Car. Il parziale insuccesso di Mesopotamia (1982) e la morte di Wilson segnò il loro declino che venne interrotto nel 1989 quando l’album Cosmic Thing  (Love Shack, Roam , Deadbeat Club) li riportò in cima alle classifiche. Con la loro ricercata estetica trash, i B-52’s hanno rivelato la dozzinale inconsistenza della cultura di massa usandola come prisma per osservare l’inconscio americano. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada L’altro grande gruppo di Athens sono naturalmente i REM, creati sul nucleo di studenti e coinquilini, Stipe (voce) e Buck (chitarra), con Mike Mills (basso) e Bill Berry (batteria) a formare una delle band più longeve di sempre. E anche delle più influenti: hanno inventato la ballad moderna e il folk esistenziale attraverso un recupero delle radici etiche e musicali americane, mantenendo nel corso degli anni uno altissimo standard compositivo. Fin dagli esordi nel 1982 con l’EP Chronic Town (con la classica Radio Free Europe) imposero un country alienato e trascendente che mescolava il raga, il jingle jangle dei Byrds e le armonie vocali dei Beach Boys. Con queste premesse, l’album d’esordio Murmur (1983), capace di fondere classicità (Perfect Circle) e spirito dei tempi (West Of The Fields), chitarre squillanti (Talk About The Passion) e armonie vocali ora orientali (Moral Kiosk), ora annoiate e sabbiose (Pilgrimage), cadenze power pop (Catapult, Sitting Still), pischedelia (Shaking Through) e dissonanze ritmiche (9-9), costituì un marchio di fabbrica che il gruppo approfondirà nel corso degli anni. La via venne seguita in Reckoning (1984) meglio arrangiato e più country (So. Central Rain, Rockville) e nel parziale insuccesso di Fables Of The Reconstruction (1985). I REM reagirono con Lifes Rich Pageant (1986), lavoro influenzato dalla retorica populista e idealista tipica dell’epoca. Soprattutto l’album rinsalda il legame fra grass-root e (tenue) denuncia sociale con classici come Begin The Begin, These Days e Cujahooga fino a lambire con Hyena le produzioni AOR. Scoperta la formula per costruire i classici da FM, i REM reinventarono tutta la loro futura carriera con un altro album classico Document (1988), forte dell’anthem Finest Worksong e dei ritornelli di The One I Love e It’s The End Of The World As We Know It e il suo seguito Green (1989, con Orange Crush e Turn You Inside Out). La grandezza dei REM sta nello sperimentare sulla forma-canzone  costruendo brani dalla struttura apparentemente banale che a poco vengono deformati melodicamente dalla chitarra e dalla voce e poi spesso agganciati a un refrain psichedelico e straniante. leggi anche… Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Fossati – Anime Salve2. Giorgio Gaber – I soli3. Franco Battiato – Le aquile non volano a stormi4. Paolo Conte – Sono qui con te sempre più solo5. Lucio Dalla – Disperato erotico stomp MASSIMO “SPA” FROSINI1. Inspector Grant – My Secret GardenSe cercate il posto ideale dove passare ogni festa l’avete trovato. Un giardino segreto dove c’è tutto quello che si può desiderare, compresa questa favolosa, carezzevole canzone. 2. Mauro Ermanno Giovanardi – Nel centro di MilanoChe con ogni probabilità sarà vuoto. Assolutamente struggente. Un capolavoro di inquietudine. “Tutto quel che so è che non voglio stare qui” 3. The Devastions – We will never drink againNon accadrà quest’anno forse, ma non sarei così negativo. Torneremo a bere insieme Another Night 4. Gianmaria Testa – Polvere di gessoUna porta aperta. Una casa vuota. Polvere di gesso sul pavimento. E nessuno che la calpesta. La solitudine più sola. 5. Suede – This Hollywood LifeSalvarci da questa vita hollywoodiana è tutto quel che desideriamo, no? leggi anche… Wir sind die Turken von Morgen She Past AwayMagazineVashti Bunyan, e la seconda chanceMagazineEmozioni da palco – Io c’ero: il concerto di Dana Fuchs al Music Park di BientinaMagazineLa Musica è Follia? – Quelli che la Strada: Il concerto di Lewis Floyd Henry a CalcinaiaMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Solo così potrete concepire il bel clima che ci ha riservato una gelida Livorno quando, mossi da curiosità, abbiamo raggiunto il The Cage Theatre, autentica fortezza della musica che domina, da Villa Corridi, la luccicante piana labronica. All’interno del locale l’atmosfera è decisamente più rilassata e confortevole. Alle 23.00 sul palco ci sono solo gli strumenti e un po’ di gente che sorseggia ogni tipo di beveraggio in attesa del concerto. Prove di fumo. Una macchina comincia a spararlo, forse s’inizia. Falso allarme. Tuttavia è bastato questo piccolo espediente per spingerci nuovamente fuori a sfidare la corrente artica (che per comodità d’ora in avanti chiameremo Frost) nel tentativo di gustarci perlomeno qualche sano tiro di sigaretta. La cicca non si è ancora del tutto consunta che cominciano ad arrivare le prime note. Sgattaioliamo nuovamente all’interno della “gabbia”. Ad accoglierci ci sono i Silver Eight al gran completo. Sinth, Drum Machine e altri marchingegni fanno da corredo al basso e ad una curiosa sezione ritmica di tamburello. Al centro della scena la chitarra e la voce di Federico Silvi. I ragazzi si fanno apprezzare. Le sonorità complessive che riassumerei sinteticamente con un onnicomprensivo alternative-electro-rock hanno un che di decadente che non dispiace affatto. La voce calda e profonda di Federico è penetrante. Testi rigorosamente in inglese, si alternano ad un paio di pezzi strumentali, per una piacevole esibizione che dura poco meno di un’ora. Un’altra pausa sigaretta a questo punto è d’obbligo. Chi pensa che fumare sia dannoso ha ovviamente tutte le ragioni del mondo, ma ribadisco la mia ferma convinzione che in alcune circostanze può portare perfino dei benefici. Oltre ad essere un meraviglioso espediente per togliersi d’impiccio in situazioni imbarazzanti, consente, ad esempio, di soffermarsi a notare piccoli particolari sfuggiti in precedenza. Nel caso specifico uscire dalla “gabbia” mi ha dato l’opportunità di rimanere affascinato dalla locandina dei Silver Eight. Può darsi che ami le cose un tantinello kitsch, ma vedere un gorilla di plastica che aggredisce minaccioso un placido e paffuto gattino dorato, icona di tutte le cineserie del pianeta Terra, beh…vi confesso che mi ha messo davvero di buon umore. Quindi assai allegro torno sotto il palco, letteralmente sotto il palco (ovvero a qualche decina di centimetri dal microfono sottoutilizzato dal gruppo che si esibirà a breve) per godermi lo spettacolo che di lì a poco offriranno i Platonick Dive. Si tratta di un’anteprima assoluta. E’ infatti uno di quei giorni clou in cui una band emergente presenta per la prima volta al pubblico il suo album d’esordio, vale a dire Therapeutic Portrait. Disco che uscirà sul mercato il prossimo 16 gennaio per l’etichetta Black Candy Records. Vi dico immediatamente che i Platonick Dive hanno tutti i crismi di un gruppo post rock che fa un uso davvero massiccio di elettronica, laptop e sintetizzatori. Il solito fidato “Apple Mac” garantisce una solida base sonora su cui divagano le chitarre sognanti di Gabriele Centelli e Marco Figliè. Sono loro ad entrare in scena all’inizio. Rimango perlomeno basito di fronte alla loro (presunta) giovane età che, a dir la verità, non ho avuto modo di appurare definitivamente. Di sicuro stupisce se messa in relazione alla linea melodica della band. Non si può certo dire che i Platonick Dive non abbiano le idee chiare in fatto di identità musicale, tant’è vero che alla fine del concerto ho l’impressione di aver ascoltato una lunga, infinita canzone strumentale che mi fa frullare nelle orecchie il dubbio di aver assistito alla messa in scena di un concept album “post rockiano”. Molto probabilmente aiutano anche le belle immagini serrate che scorrono, da manuale di band elettronica, sul grande schermo posto sul fondo del palco. Fatto sta che fin dall’inizio della performance Gabriele appare assolutamente “preso e perso”, assorto completamente dalla sua musica, agita la chitarra come un tarantolato e si dimena sul palco fluttuando sulle onde sonore emesse in devastante quantità dai Platonick Dive. Marco non è meno distaccato, ma più calcolatore, sembra assaporarsi il concerto ed aggiungere l’effetto giusto per scatenare il giusto effetto. Capitolo a parte merita Jonathan Nelli. Entra tranquillo quando l’introduzione del primo brano è ormai ben avviata, ha un cappuccio nero e il passo sicuro del Tristo Mietitore. Si sistema dietro la batteria e si sfila la felpa, resta un attimo in attesa e poi comincia a picchiare. Difficile descrivere la sua maestria e, al contempo, il suo stile, però credo che la parola giusta sia “messianico”. Sembra in effetti che un’entità chiaramente ultraterrena lo animi per accarezzare e violentare i piatti ed il rullante. Quando la musica (quella suonata intendo) si zittisce, lui si spegne, si accascia sulla batteria fino a quando la luce divina della melodia non lo risveglia dal suo torpore. Il risultato è che si percepisce nitidamente come la batteria sia la colonna portante della trama musicale dei Platonick Dive. E’ lei che detta i tempi e conduce in un tunnel di note che spesso alla fine di un brano diventano tempesta ed infuriano in tutto il loro folle clangore. Forse il “ritratto terapeutico” cui si riferisce il titolo album è forse proprio quello di una seduta di gruppo. Provate ad immaginarvi un bel po’ di spettatori sottoposti per un’oretta ad una terapia sonora che viene da altri mondi. L’intero viaggio melodico è interrotto una sola volta dalla voce di Gabriele che domanda al pubblico “Tutto bene?”, poi la musica riprende. Il concerto finisce, Jonathan se ne va come è entrato, solo che stavolta ha un asciugamano in testa al posto del cappuccio, Marco saluta e ringrazia, Gabriele ricorda che quella a cui abbiamo assistito è l’anteprima del disco che uscirà a metà gennaio. Andiamo via un po’ estraniati. Difficile tornare alla realtà e, soprattutto nelle gelide spire di Frost dopo un’esibizione del genere. Comunque ci siamo riusciti. Il consiglio è quello di andarvi ad ascoltare un concerto live dei Platonick Dive. E’ semplicemente un’esperienza da fare, meglio se d’inverno. Platonick Dive – Therapeutic Portrait (Album Trailer) [...] TUTTE LE RUBRICHE TOP FIVE | LETTERATURA IN MUSICA | STORIE DI MUSICI E MUSICA | VIA COL VENTO | OK IL PEZZO E’ GIUSTO | LI AVETE SENTITI QUESTI | BAND A CONFRONTO | LE PEGGIORI MAI SENTITE | PENSIERI IN MUSICA | CONSIGLI PER L’ASCOLTO | SARANNO FAMOSI? | LA PAROLA AI MUSICISTI | IO C’ERO | IO CI SARO’ | IL DIARIO DI MUSICASTRADA | DISCOVERY | FUORIUSCITI | LIFE ON MARRS | MIGLIORARE SUL LUNGO PERIODO | LO SAPEVATE? | DIETRO LE QUINTE CON ascolta Un assaggio dalla selezione settimanale di Gianluca De Vito Franceschi Messages From The Resonator by Globular & Geoglyph Iscriviti alla newsletter di Musicastrada news musicastrada “Yemule Muladdiwen” fuori il secondo singolo dei Fanfara Station Musicastrada Gospel Festival 2021: il 20 e 21 dicembre il Gospel arriva nei borghi toscani Musicastrada al Womex dal 23 al 31 Ottobre 2021 a Porto Portogallo E’uscito “NAGRAN” nuovo singolo dei Fanfara Station Musicastrada Festival 2021 dal 14 Luglio all’8 Agosto in Toscana In arrivo WEZ la webzine di musicastrada musica pensieri parole in libertà! 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