L'anno Sabbathico Fuoriusciti 13 dei Black Sabbath

L’anno Sabbathico Fuoriusciti 13 dei Black Sabbath

A cura di Roberto Italiani

Il 10 è uscito 13. Ecco detto così penserete che stia dando i numeri; ma non sto più nella pelle perché ho appena comprato l’ultima fatica dopo 18 anni, e dico 18 dall’ultimo disco in studio e dopo 35 anni con la formazione (quasi) originale, dei “udite udite”: Black Sabbath (rumore di tuono…).

Ho sempre sperato che ciò potesse accadere, che i padrini del rock più tetro, inquietante e maestoso potessero rimettersi insieme e dare alla luce un’altra creatura.
Ed è accaduto. “13” è il loro diciannovesimo album in studio uscito appunto il 10 giugno, coadiuvati dal “quellochettoccodiventaoro” Rick Rubin, il barbuto guru produttore già dei R.h.c.p, Audioslave, Slayer… si, vabbè anche di Shakira, ma questo è un dettaglio.

Le “voci” dicevano che i Sabbath stessero lavorando già a qualcosa; infatti Ozzy Osbourne, Toni Iommi, Geezer Butler e Bill Ward si danno appuntamento in uno studio di registrazione, annunciando solennemente la loro reunion a fine 2011.  Nemmeno il tempo di mettersi a sedere sugli sgabelli e attaccare i jack che lo storico batterista, Bill Ward appunto, viene allontanato per “divergenze contrattuali” non meglio note (addirittura ho notato che hanno tolto anche nome e foto dal sito ufficiale! Ndr) e al suo posto viene chiamato il tatuatissimo Bradd Wilk dei Rage Against the Machine.

Lo so già che devo ascoltare questo cd come un mero prodotto del 2013 reprimendo la mia nostalgia dei lavori degli anni ‘70 senza cercare di fare paragoni inutili perché sicuramente non basterà il ritorno di Ozzy alla voce e il rituale vestirsi di nero, per pensare di riprovare le emozioni di 30 anni fa.
E infatti ascoltando il primo pezzo che apre l’album “Beginning of the end” mi trovo già combattuto tra presente e passato: ditemi se l’inizio e la struttura non ricorda “Black Sabbath”! Le sonorità sono quelle sabbathiane classiche: un insieme di lento iniziale, interludio melodico, poi riparte veloce+assolo che spacca e poi ritorna nuovamente lento, il tutto carico di pathos e accelerazioni improvvise; e qua mi rendo conto che Ozzy non è come lo si vede nella sua serie tv “gli Osbourne”, per fortuna.

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Segue il singolo God is dead? dove ci si cala pienamente nelle atmosfere orrorifiche; il pezzo che dura quasi 9 minuti parte con un arpeggio doomiano molto ipnotico e un ritornello che rimane stampato in testa. La terza traccia è l’arrembante “Loner” brano pieno di riff accattivanti e dal ritmo semplice ma coinvolgente. Poi arriviamo alla ballad di questo “13”, “Zeitgeist” dall’arpeggio moto lento arricchito da un assolo molto blueseggiante. “Damage soul” e “Live forever”  non sfigurano; mentre una parola va spesa per la granitica “Age of reason” giro si basso distorto e linea di chitarra fantastica fanno da contorno ad un Ozzy che forse ritrova la verve degli anni che furono. Il disco si chiude con “Dear father” il pezzo secondo me più bello del disco, puro heavy metal impreziosito dagli assoli di Iommi;  e così come tutto è iniziato tutto finisce, il rumore del temporale e dei tuoni che apriva la “Triade del Diavolo” ovvero “Black Sabbath” nel disco “Black Sabbath” dei Black Sabbath.

Comunque dopo un bel po’ di ascolti le mie impressioni sono…neutre; tecnicamente il disco è validissimo, non fa una piega, mentre i suoni li lego, per forza, alla mia giovinezza e difficilmente riesco a scinderli anche perché ho aspettato troppo tempo questo momento. Anche per loro del resto mi sembra che sia inutile rincorrere il passato.

Quindi che dire, non sarà un capolavoro, un disco epocale ma si avverte distintamente che Ozzy&Co sono in forma…e le buone intenzioni si sentono tutte. Onesto.

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