Lucio il marinaio

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Lucio il marinaio

Musa, quell’uom di multiforme ingegno/ dimmi, che molto errò poich’ebbe a terra/ gittate di Ilion le sacre torri;/ che città vide molte, e delle genti/ l’Indol conobbe; che sovresso il mare/ molti dentro del cor sofferse affanni,/ mentre a guardare la cara vita intende,/ e i suoi compagni a ricondur: ma indarno/ ricondur desiava i suoi compagni,/ che delle colpe lor tutti periro./

Nausicaa, Circe, Calipso, Polifemo, Telemaco, Penelope… e naturalmente lui, Odisseo (Ulisse, nella versione latina), che al secondo grande poema epico attribuito a Omero dà addirittura il nome. Non c’è probabilmente nessuno nel mondo, almeno fra chi abbia fatto un percorso, anche minimo, di studi, che non conosca questi personaggi e le loro avventure, che da quasi trenta secoli, ormai (la genesi dell’Odissea viene fatta risalire all’VIII se non addirittura al IX secolo a.C.), fanno parte del patrimonio culturale dell’umanità, scoprendo mezzi e strumenti sempre nuovi – dalla pittura al teatro, dalla scultura al cinema – attraverso cui essere tramandati.

E se la forma scritta del testo, voluta per la prima volta, pare, dal tiranno ateniese Pisistrato nel VI secolo a.C., è via via divenuta la più comune e diffusa, ispirando parallelamente un numero impressionante di autori, si deve tuttavia constatare come l’originaria diffusione orale del poema non abbia di fatto mai smesso di esistere, assumendo certo forme e vesti diverse dal decantare in versi di aedi e rapsodi, ma riaffiorando nei racconti dei nonni, nelle novelle per un giorno, nelle fiabe per la buonanotte e, inevitabilmente, nelle canzoni. Numerosi sono infatti gli artisti – solo per rimanere in Italia e solo per restare ai cantautori si possono citare, tra gli altri, Guccini, Capossela, Jovanotti, Ruggeri, Caparezza – che hanno reso omaggio al celebre eroe omerico (mentre Francesco De Gregori rievoca direttamente l’autore, con l’icastica “Omero al Cantagiro”), declinandone in vario modo la figura e traendo spunto di volta in volta dai numerosi temi suggeriti dal suo girovagare nel Mare Nostrum, ma quasi sempre al centro della scena è rimasto lui, Odisseo alias Ulisse, anche con i suoi dubbi e i suoi tormenti, certo, ma sempre e immancabilmente primattore, protagonista, artefice e motore primo della storia che si fa Storia.

A fare il controcanto a questo coro di cronisti dell’eroe ci ha pensato Lucio Dalla, che nel 1971, con la complicità di Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti, e prima di tornare a occuparsi di Odisseo e del tema del ritorno con la splendida “Ulisse coperto di sale” composta con Roberto Roversi, offre voce, attraverso la sua “Itaca”, non più al mattatore, ma ai comprimari, non più al capitano in fuga, ma ai suoi gregari, non più al corifeo, bensì al coro. Quel coro a cui, non a caso, è affidata l’anomala cantilena che costituisce il ritornello, in cui la narrazione in seconda persona delle strofe, che fin dall’incipit fa di Ulisse un boxeur messo all’angolo dall’incalzare delle domande di un narratore onnisciente che potrebbe essere uno dei suoi seguaci (Capitano che hai negli occhi il tuo nobile destino pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino?) diviene un lamento collettivo in prima persona (Itaca, Itaca, Itaca, la mia casa ce l’ho solo là/ Itaca, Itaca, Itaca, e a casa io voglio tornare, dal mare, dal mare, dal mare) dei compagni di avventura del machiavellico Principe, quell’anonima truppa di marinai, soldati e rematori di cui nessuno mai tramanderà le gesta, le virtù e l’eroismo, e che pure dell’eroe condividono le avventure, i pericoli, la solitudine e gli spaventi.

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Se quella di Ulisse è una leggenda universale, che appartiene alla storia delle storie degli uomini e che tutti conoscono – è significativo, da questo punto di vista, che il pezzo faccia parte di un album che si intitola “Storie di casa mia”, appunto a sottolinearne la familiarità – quella dei compagni di brigata senza nome che lo seguono nel suo pellegrinaggio è invece una storia che nessuno mai racconterà e che invece, secondo Dalla, merita di essere celebrata, non solo perché i sacrifici di chi vive all’ombra dell’eroe sono più duri di quelli a cui va incontro l’eroe stesso (capitano le tue colpe pago anch’io coi giorni miei / mentre il mio più gran peccato fa sorridere gli dei / e se muori è un re che muore la tua casa avrà un erede / quando io non torno a casa entran dentro fame e sete), ma soprattutto perché occorre superare l’idea della Storia, quella appunto con la S maiuscola, come somma di momenti di affermazione individuale, cronaca e sequenza delle gesta di duci, capipopolo, martiri e unti dal Signore, per farla divenire, secondo la lezione brechtiana, ciò che è: un fenomeno di massa a cui concorrono “quelli che hanno letto un milione di libri insieme a quelli che non sanno nemmeno parlare”, come scriverà più avanti quello che con Dalla si chiederà come fanno i marinai, e che proprio Lucio ribattezzerà “Il Principe”.

Si sente l’aria del tempo, nei versi di “Itaca”, la eco della recente contestazione e di un clima sociale in cui la tensione tra rivoluzione – culturale, politica, ideologica – e reazione va facendosi sempre più aspra, aprendo la via a un’evoluzione drammatica del conflitto. Un homo homini lupus che lo stesso Dalla sembrerà evocare sostituendo, durante le esibizioni dal vivo, il conciliante finale (ma anche la paura in fondo mi dà sempre un gusto strano / se ci fosse ancora mondo sono pronto, dove andiamo?) con un rablesiano: “Ma se non mi porti a casa, capitano io ti sbrano”.

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