Lui è ancora lì, eh...già! Le peggiori canzoni che avete mai visto il video di "Eh...già"

Lui è ancora lì, eh…già! Le peggiori canzoni che avete mai visto il video di “Eh…già”

“Con gli strumenti che abbiamo oggi, tutti sono in grado di girare un bel videoclip musicale…” è una frase, un po’ stereotipata, che ho sentito pronunciare di recente da un mio amico che si diletta a fare il regista.

vasco_musicastradaE proprio mentre la stava pronunciando, con la prepotenza di un’apparizione divina ho visto il volto di Vasco Rossi circondato da un vomitevole sfondo verde. Aveva due occhi allampanati e si guardava disperatamente intorno, forse proprio in cerca di qualcuno che volesse girare il videoclip della sua canzone “Eh…già”.

La fugace folgorazione ultraterrena è svanita in un lampo, ma un po’ per sconfessare il mio amico, un po’ per la pietà e la simpatia umana che mi ha fugacemente trasmesso lo spaesato ologramma di Vasco Rossi, mi sono precipitato a cercare sul Pc il video di cui ho avuto miracolosa visione.

Eh…già, mi ricordavo bene era proprio “Eh…già”.

La trama del video è abbastanza complessa. C’è una famosa rockstar che con ogni probabilità viene rapita, vestita con abiti improbabili e successivamente convinta, forse attraverso strane misture dagli effetti allucinanti, a presentarsi di fronte ad un green screen. Quindi, a sua completa insaputa, due o più telecamere la riprendono, magari prevedendo di inserire il mitico cantante in ambientazioni spettacolari, attraverso l’ausilio di chissà quale diavoleria informatica. Ma ecco che accade l’irreparabile, il titolo della casa di produzione, subito dopo l’ultimo ciak, crolla repentinamente in borsa a causa di una speculazione economica guidata da un magnate russo fan di Laura Pausini. I soldi non ci sono, il tempo stringe e il videoclip deve uscire.

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Eh…già, penso che pressappoco sia questa la sceneggiatura che l’attento video-ascoltatore deve ricostruire dopo essersi sorbito 4 minuti di Vasco Rossi che imita Vasco Rossi.
Per tutta la durata della canzone Vasco, visibilmente nervoso, si agita, fa smorfie, annuisce più e più volte, ride, smanacca, allarga le braccia, saltella e tiene a ribadire che lui è ancora lì e che non c’è niente che non va…a parte il fatto che il regista del videoclip di “Eh…già” non si è ancora visto.

A questo punto risulta perfino spiacevole confidare a Vasco che quel regista alfred1non è mai arrivato, credo però sia arrivato il momento che qualcuno glielo dica.

Perché non Alfred? Ricordate il mitico proprietario del locale Arnold’s in Happy Days? Ecco con la sua aria sconsolata e con le stesse quattro parole tanto care a Vasco, forse potrebbe rincuorare la rockstar e quegli oltre 15 milioni di utenti che hanno visto il videoclip con uno dei suoi “Eh…già, già, già!”.

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  • Magazine23 Giugno 2020
    Faber il gabbiereFaber il gabbiere 23 Giu 2020 RUBRICA letteratura in musica  A cura di Fabrizio Bartelloni “Soltanto un uomo con una grande anima avrebbe potuto scrivere una cosa così, una preghiera davvero smisurata… L’eleganza, la forza, la grazia di quei versi, vestiti di una musica come di sogno, non potevano che provenire dalla mente e dal cuore di un artista immenso. Dubitai che forse dovevo essere io, tra i due, quello lusingato di aver incontrato l’altro”. Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Sono le parole con cui il grande scrittore colombiano Álvaro Mutis (1923-2013) accolse e salutò l’ascolto di “Smisurata preghiera”, la canzone di Fabrizio De André ispirata alle sue opere, e in particolare a quella saga di Maqroll il gabbiere, composta da romanzi, racconti e persino da una silloge di liriche (la “Summa di Maqroll il gabbiere”), che aveva restituito al cantautore genovese, per sua stessa ammissione, un’ispirazione perduta. Non c’è da meravigliarsi, del resto, almeno per chi conosca un po’ la storia personale e il percorso artistico di Faber, nomignolo appioppatogli dall’amico Paolo Villaggio un po’ per assonanza con il nome di battesimo e un po’ per la sua passione per la matite Faber-Castell, che quello di Maqroll sia stato un personaggio capace di affascinarlo. Marinaio irrequieto ed errabondo a cui sono negate le gioie della quiete e della stabilità, avventuriero sedotto solo da ciò che pare in grado di defibrillarne il cuore intermittente e l’animo incline all’intorpidimento, teorico della “disperanza”, ossia di quella mancanza di speranza che, al contrario della disperazione, non priva del desiderio di vita, il Gabbiere pare avere infatti enormi affinità con il figlio della Genova bene sedotto dalla promiscuità dei caruggi, dalle vite sul filo, e spesso oltre, della legalità dei loro frequentatori e dalla parola che si fa canzone. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Ma c’è qualcosa di ancor più profondo a legare a doppio filo De André al protagonista de “La neve dell’ammiraglio”, primo romanzo dell’epopea di Mutis, e sta proprio in quella mansione di “gabbiere” che lo scrittore sudamericano attribuisce al suo antieroe. Chi è e cosa fa un gabbiere? Secondo la definizione dei nostri vocabolari è il marinaio addetto alla manovra delle vele di gabbia, quelle piazzate sull’albero maestro nei velieri a vele quadre, ma bisogna preferire la lingua originale, ossia lo spagnolo, per comprenderne tutte le sfumature di significato. Secondo l’idioma di Mutis, infatti, el gaviero è anche, e forse soprattutto, la vedetta, ossia chi vede più lontano e prima degli altri ed è perciò in grado di preannunciare ciò a cui si sta andando, o che ci sta venendo, incontro. Una posizione privilegiata e scomoda, perché foriera di un patrimonio di conoscenza che spesso è più frutto di dolore, o appunto di disperanza, che non di gioia, ché conoscere in anteprima il nostro destino ci priva di quell’imprevedibilità e capacità di sorprenderci in cui, per tutti i gabbieri del mondo, si nasconde il “midollo stesso della vita”. E di sicuro Fabrizio De André è stato, nel suo percorso artistico, un gabbiere. Dagli esordi, quando fu il primo, ispirato da Brassens, a portare nella canzone italiana, ancora popolata da chi cinguettava di non avere l’età, pezzi in cui i protagonisti erano ladri, puttane e assassini, al suo riscoprire attraverso i vangeli apocrifi la figura di Gesù Cristo in piena contestazione; dall’apparente follia di un album come Creuza de mä, fatto di musica che sarebbe stata poi definita etnica e testi cantati in genovese antico, alla vera e propria divinazione di un brano come La domenica delle salme; per arrivare poi a quell’ Anime salve, da interpretare nel senso etimologico di ‘spiriti solitari’, descritto dal suo stesso autore come un elogio della solitudine, non più supplizio ma valore da custodire gelosamente (a quanti avrebbe giovato questa consapevolezza in epoca di lockdown?).Un album, l’ultimo della sua carriera, che si chiude, significativamente, proprio con quella “Smisurata preghiera” che nella sua versione in lingua ispanica (Desmedida plegaria), curata con l’aiuto di Luis Bacalov, sarebbe anche entrata a far parte della colonna sonora del film Ilona llega con la lluvia di Sergio Cabrera, e che si sostanzia, secondo il suo autore, in un’invocazione a una imprecisata “entità parentale” affinché si accorga di “tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze”. Quelle maggioranze che “hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e dire: ‘Siamo seicento milioni, siamo un miliardo e duecento milioni’ e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze”. Bisognerebbe essere capaci, insomma, pare suggerire il De André-Maqroll, di avere uno sguardo più ampio, una vista che consenta di percepire la caducità del tutto e l’insensatezza d’ogni effimera brama di potere, ricordando che solo chi viaggia in direzione ostinata e contraria, sempre cercando, sempre bramando, sempre sognando qualcosa che si sa irraggiungibile, sarà capace di regalare alla morte “una goccia di splendore. Di umanità. 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Arrivavo li’ dopo pranzo, presto…poi I’indaco sempre piu’ intenso del cielo mi accompagnava a casa. Il suono dei miei passi scandiva il tempo. Le canzoni mi risuonavano in testa. Tutte. Chissa’ come faceva ad avere sempre tutti quei dischi nuovi…usciti da pochissimo. Me lo sono chiesto tante volte. Girava per la stanza con le copertine in mano. Curioso, fiero di farcele vedere. Un momento prezioso, speciale. Ero emozionato, quasi sempre emozionato. Me lo ricordo bene. La moquette, le sigarette. Tante. La finestra un po’ aperta, le persiane semichiuse. Aveva in mano la copertina di Jeopardy, il primo Lp dei Sound. Bianco e nero. Tanto grigio. Inglesi. Quel giorno c’era da sentire loro. Volume alto. Iniziava con “I can’t escape myself”. Era il primo pezzo della facciata A. Fade in di chitarra, percussiva, corde stoppate e poi libere e taglienti nel riff. Singhiozzi nervosi in attesa di un verdetto. Basso e batteria arrivano da lontano, la chitarra li chiama disperata. Era un cuore che aveva paura. I battiti aumentano, la tensione sale. Adrian Borland muore gettandosi sotto un treno in una stazione di Londra. 41 anni. Proprio oggi che scrivo (26 Aprile) e’ l’undicesimo anniversario della sua morte. “so many feelings/ pent up in here / left all alone I’m with / the one I most fear “. Sono il sentimento della prima strofa. Percepivo di aver sentito qualcosa di speciale,  quel giorno. La voce di Borland era un grido di dolore, di pena. Continuo. La sofferenza gli cresceva dentro. Una vera ossessione. La “nota” del rullante della batteria di Michael Dudley – una risonanza mediosa, quasi fastidiosa – era la sentenza, l’angoscia che cresce. La paura, la consapevolezza di non farcela. I CAN’T ESCAPE MYSELF. Intrappolato dentro di te. La chitarra comincia a strillare, sempre di piu’ sempre di piu’. Grande pezzo. Unico. Unici i The Sound. Con i ricordi sono sul treno per Firenze. Mia sorella, il suo ragazzo e Giuse. C’erano i The Sound al Manila. 1981, mi pare. Avevo 14 anni. Loro erano grandi. Mi portano con loro, coccolato. Il biglietto in tasca, attento a non perderlo. Il mio primo concerto. Il viaggio di sera, l’attesa…si camminava veloci. “Facciamo presto, tagliamo di qua” sentii dire. Tempo mezz’ora ed eravamo al club. C’era tanto nero, bello…gli anni ’80. Gelatina, qualche cresta. Anfibi. Ambiente familiare. Aggiunsi un tocco di colore con il viola elettrico della mia camicia comprata usata, made in Germany, da Gigolo’, a Pisa. Ci tenevo! “Heartland” ci schiaccio’ al pavimento. Erano forti, sicuri, nervosi. Bravi. La potenza di una band. La potenza di chi crede in quello che suona. THE SOUND. Era la seconda della facciata A, “Heartland”. “I can’t escape myself “ la fecero a meta’. Fu una perla. La chitarra di Borland esplose il solo nelle nostre orecchie. L’angoscia per lui era finita, pensai. Godevo. Tornammo a casa di notte, sempre in treno. Borland nell’orecchio, Giuse nei ringraziamenti. E li sento ancora… Mi permetto di consigliarvi l’ascolto di almeno due Lp: – Jeopardy, korova rec. 1980 – From the lion’s mouth, korova rec. 1982 [...] TUTTE LE RUBRICHE TOP FIVE | LETTERATURA IN MUSICA | STORIE DI MUSICI E MUSICA | VIA COL VENTO | OK IL PEZZO E’ GIUSTO | LI AVETE SENTITI QUESTI | BAND A CONFRONTO | LE PEGGIORI MAI SENTITE | PENSIERI IN MUSICA | CONSIGLI PER L’ASCOLTO | SARANNO FAMOSI? | LA PAROLA AI MUSICISTI | IO C’ERO | IO CI SARO’ | IL DIARIO DI MUSICASTRADA | DISCOVERY | FUORIUSCITI | LIFE ON MARRS | MIGLIORARE SUL LUNGO PERIODO | LO SAPEVATE? | DIETRO LE QUINTE CON ascolta Un assaggio dalla selezione settimanale di Gianluca De Vito Franceschi Messages From The Resonator by Globular & Geoglyph Iscriviti alla newsletter di Musicastrada news musicastrada “Yemule Muladdiwen” fuori il secondo singolo dei Fanfara Station Musicastrada Gospel Festival 2021: il 20 e 21 dicembre il Gospel arriva nei borghi toscani Musicastrada al Womex dal 23 al 31 Ottobre 2021 a Porto Portogallo E’uscito “NAGRAN” nuovo singolo dei Fanfara Station Musicastrada Festival 2021 dal 14 Luglio all’8 Agosto in Toscana In arrivo WEZ la webzine di musicastrada musica pensieri parole in libertà! 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