L'unico bianco che non passa mai di moda Io c'ero Il White Album interpretato dal Collettivo Angelo Mai all'Anfiteatro Romano di Fiesole

L’unico bianco che non passa mai di moda Io c’ero Il White Album interpretato dal Collettivo Angelo Mai all’Anfiteatro Romano di Fiesole

RUBRICA

A cura di Laura Martini

Ah, che bellezza quando c’erano i Beatles, con le ragazze che urlavano sotto al palco vestite con fantastici abitini che ora chiamiamo vintage, ma che allora erano all’ultimo grido.

Per chi, come me, non ha proprio, ma neanche a volerlo, fatto in tempo a vederli, rimangono quelle bellissime canzoni, che anche tra cent’anni faranno sempre venire un brivido. Certo, si potrebbe anche andare a veder Paul, ma, nonostante sia un mito della musica e i suoi concerti siano un’esperienza mistica (un’amica è andata a vederne uno e ancora, dopo mesi, non gli sembra vero), le tasche ne risentirebbero non poco, e siccome c’è crisi bisogna accontentarsi, senza abbattersi troppo.

A sorpresa, almeno per me e le mie orecchie, però sono arrivati sulla collina di Fiesole, nell’anfiteatro, un gruppo eterogeneo di musicisti che si sono buttati in un esperimento, e che esperimento.

Grazie alla mia solita amica, che ancora incredula di aver sentito l’originale si è tuffata immediatamente sui biglietti, ci siamo ritrovati seduti sugli scalini di pietra dell’anfiteatro per ascoltare nientepopodimenochè il White Albumper intero, fedele all’originale, con tutte le tracce ognuna al proprio posto, compresi quei pezzetti con le voci e i rumorini di sottofondo, che non ti aspetteresti di sentire in un concerto dal vivo. Incredibile.

Sul palco, per la prima assoluta, e forse ultima volta, il Collettivo Angelo Mai, con Andrea Pesce, dei Tormancino, Roberto Dell’Era, bassista degli Afterhours, Antonio Diodato e Roberto Angelini che insieme all’ospite Niccolò Fabi e agli altri musicisti hanno dato vita alle canzoni come non mi sarei aspettata. Mancava Francesco Sàrcina, annunciato nel programma, ma lo spettacolo è filato via così bene, che ci siamo accorti solo alla fine che mancava un elemento.

L’atmosfera era così rilassata che veniva quasi voglia di avvicinarsi di più al palco, salire, azzardare qualche passo con Roberto Dell’Era che mentre cantava e suonava accompagnava ogni nota con un passettino, diventato ben presto un must tra gli spettatori, e lasciarsi coinvolgere dalla musica. Lo abbiamo fatto stando sulle scalinate, da dove ho potuto apprezzare la bravura di Niccolò Fabi, che ammetto è stata una piacevole sorpresa, e la grande voce di Diodato, che non si è risparmiato, cantando le canzoni meno conosciute e più difficili.

Iscriviti alla newsletter di Musicastrada

Da dove eravamo seduti si vedeva il dietro le quinte, dove Niccolo Fabi & co. sostavano quando non era il loro turno, fumando una sigaretta, bevendo, ballettando o fremendo per tornare sul palco, ed è lì che traspariva il vero spirito dell’esperimento: suonare insieme, divertirsi e condividere un album speciale amato da tutti i componenti del gruppo. E non importa se a un certo punto Dell’Era è inciampato sull’attacco di Cry baby cry, ripetuto per due o tre volte (ma si vedeva bene che gli altri musicisti gli ridevano in faccia facendolo sbagliare ancora e ancora), perchè lo spettacolo ne ha guadagnato di genuinitàeravamo con loro alle prove, sul furgone, durante il tragitto, dove hanno ammesso di aver ripassato alcune delle ultime canzoni.

Si sentiva che forse la prima parte “l’hanno studiata meglio”, ma non ci è importato, che tanto ci hanno pensato canzoni come  Helter Skelter, Dear Prudence, While my guitar gently weeps, a darci la prova che sanno quello che fanno e lo fanno bene. E mentre una stella cadente solcava il cielo e il marito della mia amica che al suo matrimonio portava dei gemelli dei Beatles, continuava a ripetere che nel White Album “c’è il rock più rock, il punk più punk, insomma, tutto”, non potevamo che dispiacerci del fatto che in quanto album, prima o poi doveva finire, purtroppo.

leggi anche…

Gli Ultimi Articoli

un articolo a caso

  • Magazine16 Marzo 2010
    Roy Buchanan The guitarists’s guitaristCiò che mi ha sempre affascinato dei musicisti americani, soprattutto dopo averli conosciuti di persona, è il grande rispetto che hanno per la musica, per tutta la musica. Per loro non c’è differenza fra chi suona Jazz e chi fa Folk…sono musicisti. Punto e basta. Entrambi comunicano con un linguaggio comune…che si chiami Free Jazz, Be Bop, Rock, Folk, Musica Etnica, Country o Blues poco importa. Avete mai suonato con degli americani, magari molto più bravi di voi? Ebbene ciò che vi succederà, non importa come avete suonato, è che vi faranno comunque i complimenti, perché ci avete provato, o forse anche perché voi stessi gli avete “dato” qualcosa, perché in quel momento vi hanno ascoltato con attenzione e mettendosi sul vostro stesso piano: cioè quello di chi si accosta a questa meravigliosa forma d’arte con un profondo senso di rispetto. Cosa c’entra il grande Roy Buchanan? Tempo fa “cazzeggiando” su youtube mi sono imbattuto su un video nel quale Roy suona uno standard Jazz, Misty, di Errol Garner (che non è certo uno stile in cui lui si è cimentato così spesso). Di fronte a lui Mundell Lowe, un gigante della chitarra Jazz americana…che si ferma ad osservare Roy che con un linguaggio tutto suo, (e con una telecaster!!!) gli dimostra tutto il suo talento lasciandolo spesso piacevolmente sorpreso… Esiste allora un confine fra gli stili? Bisogna davvero sapere un linguaggio e limitarsi poi ad esso? Oppure i musicisti, quelli che hanno talento, sono tutti figli della stessa madre? Ma guardate e giudicate voi stessi [...]

TUTTE LE RUBRICHE

Iscriviti alla newsletter di Musicastrada

news musicastrada