Non è la chitarra…

di Tiziano Mazzoni

…era il 1975 ed era gennaio…era tornato in scena soltanto l’anno precedente dopo un lungo periodo di assenza dai palchi e da una  produzione discografica originale.
C’erano stati “Planet Waves” e il doppio live “Before the Flood” con The Band…splendido…lava incandescente, versi sputati con rabbia  in un microfono che amplificava la più bella, la più profonda e la più cupa poesia del rock.
Lui che era uno di quelli che il rock lo aveva costruito…ed eccolo di nuovo, Bob Dylan, che tornava con un disco più acustico ma non compiacente, caldo ma non consolatorio…un suono espressivo che arrivava al cuore…il cuore che muove il sangue…e Dylan veniva a dirci che c’era del sangue sulle sue tracce.
“Blood on the tracks” appunto…che l’anima di qualcuno sanguinava, e dentro c’era la sua storia personale, la separazione dalla moglie Sara e poi la musica. La musica della sua terra, di ”tutta” la sua terra, dal bluegrass al rock, dal blues alla irish ballad, con infinite sfaccettature stilistiche e riferimenti musicali da lasciare a bocca aperta, il tutto maturato e rielaborato dalla sensibilità del musicista di Duluth..
E poi e sopra tutto le parole, perché quel musicista era anche un poeta.
Ed io, quindicenne, quasi-chitarrista-autodidatta, che passavo i pomeriggi della primavera del ‘75 ad ascoltare quel disco, a leggere quei testi ed a immaginare i luoghi e i sapori delle radici dei quali quella musica e quelle storie erano nati.
Cose delle quali allora non sapevo nulla..
“Blood on the tracks” alternava brani eseguiti da un’intera band, fatta di basso, batteria, hammond, chitarra e mandolino ad altri brani dallo scarno arrangiamento di chitarra e basso. Ma erano questi che mi affascinavano di più.
Capii molto tempo dopo il perché.
Le prime sessioni di registrazione del disco erano state effettuate a New York nel settembre del 1974 dal solo Dylan e dal bassista Tony Brown. Tutti i brani, eccetto “Meet me in the morning” (eseguito nelle stesse sessions con la band di Charles Brown II, nella quale spicca  l’originale e  fantastica pedal steel “distorta” di Buddy Cage) erano eseguiti così.
E il fascino stava proprio in quella tensione musicale che si creava tra la costruzione ritmica e armonica  del basso elettrico e l’accordatura aperta della chitarra acustica. Una chitarra che a me, inesperto strumentista, sembravano addirittura due.
E allora provavo e riprovavo per trovare un effetto che era impossibile ricreare da solo, proprio perché nasceva dalla dinamica di due strumenti e da un’atmosfera che un’accordatura ortodossa non può creare
Passarono anni prima che io conoscessi l’Irlanda e mi cimentassi nell’accordatura DADGAD (Re, La, Re, Sol, La, Re, invece della classica Mi, La, Re, Sol, Si, Mi), prima che capissi che gli U.S.A. non sono fatti di solo blues ma di tutte quelle tradizione che gli abitanti che li popolano hanno portato con sé dalle loro terre di origine, Irlanda compresa.
La storia ci racconta che “Blood on the tracks” fu inizialmente pubblicato così e poi ritirato e pubblicato nuovamente nel gennaio del ’75 dopo che Dylan aveva sostituito alcuni brani con nuove versioni eseguite da una intera band. Si trattava delle sessions di Minneapolis, registrate con turnisti del posto, nel dicembre 1974. Le versioni originali di “Tangled up in blue”, “You’re a big girl, now”, “Idiot WInd”, “If you see her, say hello” vennero così sostituite e, insieme a “Lily, Rosemary and the Jack of Hearts” si andarono ad aggiungere a “Meet me in the morning” con un più robusto ma anche “già ascoltato” suono di band.
Rimase però la magia di “Simple twist of fate”, “You’re gonna make me lonesome when you go”, “Buckets of Rain” e del capolavoro “Shelter from the storm” a testimoniare della magia e dell’ispirazione di un momento..
…e di una bellissima outtake, “Up to Me”, che oggi è possibile ascoltare sul triplo “Biograph”, dove fa venire ancora la pelle d’oca sentire Bob Dylan cantare nell’ultima strofa:
“…e se non ci rincontreremo mai
baby ricordati di me
di come la mia solitaria chitarra suonava dolcemente per te
questa melodia d’altri tempi
e l’armonica al collo
la suonavo per te senza pretese
nessun altro avrebbe potuto suonare quel motivo
sapevo che toccava a me”
Per tutto questo Bob Dylan non scelse una fantastica “Martin D-45” o un modello “griffato” che celebrasse il suo nome (che non credo nemmeno esista oggi) realizzato da Martin, Gibson o chissà da quale altra prestigiosa marca.
Fu una “ordinaria” OO-21″, dall’umile “shape” tex-mex della prima linea Martin e dal suono aspro ed espressivo, che accompagnò Dylan in “Blood on the tracks” prima e in “Desire” dopo.
Fu uno strumento “aspro ed espressivo” ad essere scelto, come aspro ed espressivo fu quel disco, che lasciò una profonda traccia dentro di me e ancora mi influenza…
…perché non è la bocca ma sono le parole che contano…
…perché non è la chitarra…