Note calde dal gelo del Nord: i Motorpshyco

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Note calde dal gelo del Nord: i Motorpshyco

Se nel nostro Paese la maggior parte dei ragazzini ascoltano canzoni attraverso le casse di un i-phone o con gli auricolari piantati nelle orecchie e un jack nano infilato nel telefonino, nel nord Europa i giovani, specialmente negli ultimi anni, ricercano sempre di più la qualità del suono finalizzata ad un piacere corposo, quasi tattile, facendo ripartire e impennare così le vendite di vinili e giradischi… un’inversione di marcia che fa ben sperare per il futuro.

Una voce “potente”, a proposito di cambi di rotta e controtendenze, è certo quella dei Motorpsycho, che dopo 25 anni di carriera in merito alla musica si esprimono così: “È energia, forza motrice di tutte le nostre azioni quotidiane, una potenza senza limiti. Siamo dipendenti da questa sostanza chimica che è la musica. Per noi fare musica è come espletare funzioni fisiologiche: è come mangiare, respirare e fare all’amore. È diventata per noi la cosa più naturale da fare. Ci siamo dedicati totalmente a quella cosa che consideriamo alla stregua di una divinità, e se ti metti a sua piena disposizione, l’ispirazione e la prolificità possono davvero essere senza limiti”.
È stato il paradosso e il calore che emanano, a farmi innamorare del loro sound… dalle gelide temperature della Norvegia infatti non esiste niente in grado di scaldare di più della passione dei Motorpshyco.
Bent Saether voce e basso (produce la maggior parte dei loro testi), Hans Magnus “Snah” Ryan alla chitarra e il batterista Hakon Gebhardt che ha lasciato il testimone a Kenneth Kapstad nel 2008 – sono i membri della band nei primi anni ’90, tempo in cui, oltreoceano, il fermento del post-core e del grunge insieme al clamore del death-metal stanno mettendo in subbuglio il modo di intendere e fare musica.
E’ in questo periodo che la band di Trondheim inizia a far parlare di sé proponendo un suono sfaccettato fino all’inverosimile, la cui anima si leva in alto in nome della sperimentazione, dando corpo alla loro spiccata personalità… così, le abili digressioni strumentali dal timbro psichedelico si mescolano alle sonorità più graffianti del metal e del grunge, in un amalgama clamoroso che è un universo sonoro policromo, di cui fanno parte gli echi vivissimi degli Who, dei Sonich Youth, dei Pink Floyd e dei Dinosaur Jr, gruppi che hanno impattato in maniera importante nella grammatura del rock dei Motorpshyco.
Vero è che i primi passi del trio denotano alcune incertezze, come la bassa qualità di missaggio ed un suono impregnato dalle forme di hardcore che hanno rappresentato gli ultimi dieci anni, ma altresì l’impronta magmatica e pesante del loro suono è un iceberg che emerge imponente e luminoso dalle acque profonde.

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Nel quinquennio tra il ‘93 e il ’98, il trio estrapola dal cilindro un capolavoro dopo l’altro: sullo start con Demon Box, l’esuberante “scatola” che raccoglie trent’anni di rock tra metal, psichedelia, folk e ballate indie, a cui segue Timothy’s Monster, un doppio disco che esalta le migliorate qualità tecniche, ed i successivi Blissard, Angels and daemon at play, e Trust us, seconda prova su doppio disco per la band… facendo esplodere la voglia di “Motorpsycho” un po’ in tutto il mondo.
Varcato il nuovo millennio sono tre le proposte pop: Let them eat cake (2000), Phanerothyme (2001) e It’s a love cult (2002), dove sperimentano un’armonia sulla nuova struttura melodica di canzoni minimali con articolati intrecci orchestrali per archi e fiati, disegnando così nuovi confini tra la musica popolare e il rock colto. Dal 2006 i Motorpshyco sganciano i freni e si gettano in studio a capofitto, con la voglia di creare dischi che possano omaggiare le passioni musicali che hanno caratterizzato la loro giovinezza; degne di nota sono Little lucid moments del 2008 e Heavy metal fruit del 2010, il loro album più nebuloso. Risale invece al 2016, al termine del tour Here be monster, la dipartita di Kenneth Kapstad dal gruppo, ed il 2 gennaio del 2017 l’annuncio sulla loro pagina ufficiale dell’entrata del batterista svedese Tomas Jarmir come terzo membro della band. Escono nel 2017 e nel 2019 gli album The tower, un po’ deludente, e The crucible, “amarcord” dei loro tempi migliori, con tre brani lunghi che da soli riassumono la storia del rock e che strizzano l’occhio, in maniera evidente, alle sonorità dei favolosi King Krimson.
Il doppio album The all is One atteso nella primavera del 2020 e poi posticipato a causa della pandemia di COVID, viene pubblicato in agosto.
Sfumo questa breve panoramica invitando i pochi a cui magari son sfuggiti ad avvicinarci l’orecchio, certo che il calore del Nord colpirà anche voi… buon ascolto.

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Di contro è anche vero che si può fare musica vocazionalmente sperimentale utilizzando il minimo della tecnologia disponibile, come succede ad esempio nell’improvvisazione radicale, la quale si basa da sempre su sonorità prevalentemente acustiche. L’associazione che molti fanno tra musica elettronica e sperimentazione ha una ragione eminentemente storica: prima degli anni ’70 la musica elettronica si produceva con macchine molto costose e ingombranti disponibili solo presso università e i centri di ricerca delle emittenti radiofoniche nazionali. Così i primi che vi misero mano furono ricercatori e compositori d’avanguardia come John Cage, Pierre Schaeffer, Karlheinz Stockhausen etc. Tutti artisti che cercarono di sfruttare questa nuova possibilità espressiva per formulare nuove estetiche sonore. M. 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