Paolo Conte e Jeeves, incontro tra due dandy

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Paolo Conte e Jeeves, incontro tra due dandy

Hai mai letto ‘Lungo viaggio’?”, domandai, recuperando il sapone.
Vi ho dato una scorsa, Sir”.
Che te ne è parso? Coraggio, Jeeves, non fare il riservato. La parola comincia per M”.
Ebbene, Sir, non arriverei al punto di qualificarlo col termine al quale immagino che lei si riferisca, ma mi è parso un lavoro un po’ immaturo, carente nella forma espressiva. I miei gusti personali mi spingono piuttosto verso Dostoevskij e i grandi russi. Nondimeno, l’intreccio non era del tutto privo di interesse ed è molto probabile che eserciti un richiamo sul pubblico.”

Trentacinque racconti e undici romanzi pubblicati nell’arco di sessant’anni, tra il 1917 e il 1974.

Di questo si compone l’imponente
corpus di storie nate dal genio creativo del celebre scrittore e umorista Pelham Greenville Wodehouse in cui compare l’inappuntabile Jeeves, valletto (il gentleman’s gentleman, ossia l’addetto alla cura di una persona, diversamente dal maggiordomo, addetto alla cura della casa) del giovane, ozioso e goffo gentiluomo inglese Bertram Wilberforce Wooster, detto Bertie.
Conversatore colto e brillante, raffinato esteta, factotum capace di trarre il proprio signore da ogni impaccio e a proprio agio sia con i sonetti di Shakespeare che con i rapimenti di cani, Reginald “Reggie” Jeeves (il nome di battesimo si scopre solo nel penultimo romanzo,
Molto obbligato, Jeeves, quando, sentendolo salutare da un cameriere, Bertie rimane molto sorpreso dallo scoprire che egli avesse un nome), “padrone dei suoi padroni per superiorità manifesta” come scrive Oreste del Buono, è diventato negli anni non solo un’icona della letteratura inglese contemporanea, ma anche un sostantivo atto a indicare, Oxford English Dictionary alla mano, il servitore perfetto e addirittura, in ragione della sua apparente onniscienza, un motore di ricerca (Ask me fino al 2006 si è chiamato Ask Jeeves).

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Un personaggio, dunque, depositario di un patrimonio d’idee, invenzioni, spunti, suggestioni e savoir-faire troppo cospicuo per non indurre l’unico e solo dandy della canzone d’autore italiana, Paolo Conte, a decidere di dedicargli un omaggio.
Lo fa nel suo
Nelson, l’album del 2010 che omaggia nel titolo e in copertina l’amato pastore francese morto qualche tempo prima, ma che è anche dedicato al suo storico produttore Renzo Fantini, scomparso nel marzo di quell’anno, e lo fa, soprattutto, nel suo inconfondibile modo, intarsiando con ricami di cesellate parole d’altri tempi (“Stacca il telefono, alza il grammofono, c’è Lullaby of the leaves, sì, quella ti piace, Jeeves, molto ti piace Jeeves… prendi il dittafono, acchiappa il megafono, sì, Lullaby of the leaves) i ritmi di uno swing che ci porta dritti nei ruggenti anni venti-trenta, teatro di molte delle storie della coppia Jeeves-Bertie, ma anche dichiarata âge d’or per il cantautore astigiano, così popolata come è stata di scimmie del Jazz fondamentali per la sua formazione e ispirazione artistica.
Oltre che formidabile assemblatore di musica e versi, Conte si dimostra qui anche un profondo conoscitore dell’opera di P. G. Wodehouse e delle numerosissime avventure del suo personaggio, che riesce mirabilmente a sintetizzare e condensare in meno di tre minuti e di centocinquanta parole, rievocando ambientazioni e situazioni tipiche di tutta l’epopea jeevsiana. Dalla noia provata dal suo padrone al
Drones club, riserva indiana di sfaticati inglesi d’alto lignaggio (“Circolo, quaranta inglesi che si annoiano… lampo di genio, vieni a prendermi, salvami in fretta, non ne posso più di questo ambiente…”), al difficile rapporto di Bertie con le invadenti zie (riassunte nel personaggio inventato, per evidenti fini metrici, di Dorotea Greaves) e con le numerose spasimanti che praticamente in ogni storia attentano all’ostinato celibato del gentleman (“Priscilla Doody mi perseguita, quella ragazza è ossessionante, Jeeves, piena di charleston, lo vuol ballar con me stasera…”), per arrivare infine alla quotidiana battaglia tra valletto e Sir sulla mise più adeguata per i variegati riti sociali a cui il secondo attende e tuttavia sempre vinta inesorabilmente dal primo e dal suo raffinatissimo buon gusto.
Non è difficile, allora, riconoscere dietro alla livrea da valletto, lo smoking con cui va in scena da oltre quarant’anni, austero, ieratico e sornione, un gentiluomo piemontese che ripudia la parola snob, ma che pare pensare del pubblico borghese che affolla i suoi concerti la stessa cosa che Jeeves pensa del suo Bertie: “E
stremamente piacevole e amabile, ma non intelligente. Per niente intelligente. Mentalmente è trascurabile, piuttosto trascurabile”.

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La missione è completata nel seguente LP Amnesiac (2001): far coesistere in strutture volatili e glaciali, trance melodica (Pyramid Song, Knives Out) e alienazione sperimentale (Pull/Pulk Revolving Doors, Packt Like Sardines In A Crushed Tin Box). Un caso più classico furono i Blur, i quali, benché siano con gli Oasis i maggiori esponenti del brit-pop, uno dei generi più vacui dell’intera storia del rock, costituiscono anzi uno degli esempi più sorprendenti di riabilitazione. Esordirono nel solco del Merseybeat con l’album Leisure (1991; She’s So High, There’s No Other Way), sposarono uno stile a metà fra Kinks e David Bowie in Modern Life Is Rubbish (1993; For Tomorrow) e Parklife (1994; la title-track) con echi di Elvis Costello (End Of The Century) e Wire (Girls & Boys), pervenendo con The Great Escape (1995; Stereotypes, Charmless Man, Country House) a una versione ironica di brit-pop. Persa la sfida con gli Oasis, il gruppo si ricostruisce una carriera con l’omonimo LP del 1997, che è un omaggio all’alt-rock USA (Beetlebum, You’re So Great), al trip-hop (Essex Dogs) e nei momenti migliori un saggio sull’arrangiamento dissonante (MOR, Movin’on, Chinese Bombs, Song 2 la più punk del lotto). Grazie alla sfavillante produzione di William Orbit (stratificazione sonora + inserti rumoristici), i Blur possono anche dimostrare nel successivo 13 (1999) una buona conoscenza del rock sia nei suoi fondamentali (il gospel Tender, Mellow Song) sia nei linguaggi d’avanguardia (Bugman, Swamp Song, Battle, Caramel). E al diavolo il brit-pop: suoni saturati e grazioso videoclip e persino il motivetto di Coffee And TV funziona meglio. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Lontano dai riflettori, i Blur sono diventati eccellenti musicisti. Il caso più singolare furono i Talk Talk. 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Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui Vezzo, desiderio di non apparire, fascinazione dell’ignoto, volontà di anteporre la musica ad ogni immagine, anche alla propria. Ne abbiamo pensate di tutte per carpire le motivazioni che spingevano certe band a presentarsi sul palco a volto coperto. In realtà, forse, si trattava solo di un piano astutamente congegnato per acquisire “carisma e a-sintomatico mistero” (come asserirebbe Franco Battiato) e il lasciapassare per suonare anche in questo “tempo guasto”. Per aggiustare tutto, se il DPCM di turno lo concedesse, si potrebbe però pensare ad un Festival Antivirus coi controfiocchi con una line up di “gruppi mascherinati”. Un modo per arginare l’epidemia, quella cattiva, e al contempo dare libero sfogo all’irrefrenabile morbo di assistere di nuovo ad un concerto live che ha già contagiato ogni amante di musica. Per la location avrei pensato alla Puglia, precisamente in Piazza Castello a Copertino, tanto per essere più tranquilli. Come antipastino per gli headliners della sera potremmo partire in bellezza intorno alle 18.00 con M¥ss Keta e una mezzoretta di hip pop-pop in grado di scaldare l’ambiente. E come non offrire altri meritati 30 minuti anche al “blues da panico” dei The Cyborgs, gli “0” e gli “1” del nostro sistema melodico, i saldatori binari di note in grado di far sobbalzare ogni ascoltatore al ritmo di “Shake your mask”. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada A seguire, restando in Italia, e abbinando buona musica, mascherine creative e fumetti d’autore, potremmo dare spazio per un’altra mezz’ora all’energizzante punk rock dei TreAllegriRagazziMorti. A Toffolo e soci e al loro “piccolo cinema onirico” il compito di aprire la kermesse verso orizzonti internazionali. E alle 19.30 sul palco per 45 minuti di assoluta estasi electro-pop salirebbero i the Knife, a cui occorre assolutamente dare carta bianca in fatto di camuffamenti. Alle 20.15 squilli di tromba per l’esibizione dei The Residents, rigorosamente in frac-bulbo oculare e cilindro per spiazzare letteralmente il pubblico con le loro originali “produzioni”. Poi il main event. Dalle 21.00 alle 22.30 il supermegaconcerto dei redivivi Slipknot che già a Febbraio 2020 hanno dimostrato a Milano di non temere nessun virus, ma anzi di poter contagiare ogni platea, ogni Forum, con il loro metal-contemporaneo. A chiudere il miglior Festival Antivirus di sempre non poteva mancare la più raffinata musica elettronica del pianeta, quella dei Daft Punk coi loro pezzi sublimi e immortali (quindi a prova di virus). A mezzanotte in punto, infine, tutti gli artisti si ritroverebbero in scena ad un metro di distanza uno dall’altro per eseguire la versione più sofisticata e suggestiva de “Il mio cane con tre zampe”, il doveroso e sentito omaggio a Elisabetta dei Sick Tamburo. Che ne dite? 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Il Magazine di Musicastrada si presenta come uno spazio libero e aperto a tutti che comunque può già contare su un solido gruppo di eclettici redattori con gusti, storie ed esperienze diverse, ma accomunati dalla stessa, insana passione per la musica. Proprio la passione è l’anima di questo progetto. Da veri appassionati infatti cercheremo di trasmettervi i nostri punti di vista, le nostre convinzioni, le nostre impressioni, ognuno con il suo particolare stile ed il suo peculiare modo di vivere la musica. E se la passione è il motore della nuova webzine di Musicastrada, vorremmo proprio che il vero cuore di questo progetto fossero i lettori. I vostri commenti, i vostri suggerimenti, le vostre richieste e, perchè no, anche i vostri contributi scritti, ed i vostri articoli saranno sempre al centro dell’attenzione di tutta la redazione. Potrete suggerirci una band da ascoltare, potrete chiedere ad un particolare redattore di recensire  un determinato disco, potrete proporci la vostra Top Five o semplicemente commentare in calce i nostri articoli. L’importante è che sappiate che tutte le vostre richieste ed i vostri contributi hanno, a partire da oggi, un indirizzo preciso a cui essere destinate, ovvero il seguente: redazione@musicastrada.it Come in ogni nuova amicizia che si rispetti corre l’obbligo di fare le dovute presentazioni. Ecco allora in rigoroso ordine alfabetico quelle, più o meno bislacche, dei nostri redattori:   Gaia Balatresi: S’io fossi musica sarei gioiosa E pure languida quando mi va S’io fossi nota, sarei confusa spartito non leggo, in verità S’io fossi un gruppo, sarei cagnara S’io fossi uccello, non usignolo Non saprei fare come l’assiolo S’io fossi rana potrei gracidar Lascerei critica a chi la sa far, S’io fossi a scrivere di belle liriche, E ascolterei solo quel che mi par S’io fossi gaia, che sono e fui, Terrei per me d’ascoltare le musiche E lavorar lascerei ad altrui Alfredo Cristallo: Alfredo nasce a Catanzaro il 27/02/1962 – I Beatles pubblicano “Please Please Me” Nel 1976 vede il suo primo concerto (Le Orme) – I Ramones pubblicano il loro primo omonimo LP Nel 1980 si trasferisce a Pisa per attendere agli studi universitari – I Clash pubblicano il triplo LP “Sandinista” Nel 1988 si laurea in Scienze Politiche – I Pixies pubblicano “Surfer Rosa” Nel 1999 comincia a lavorare come archivista, cosa che fa tutt’ora – I Fugazi pubblicano Repeater Alfredo possiede la patente B, parla l’italiano (madrelingua), l’inglese (fluentemente), il tedesco (diciamo che lo traduce) Veronica Croccia: Odio il frastuono delle città che invade prepotente le orecchie impedendoti di sentire. Amo la leggera melodia che un’onda dissipa timida, mentre fugge via frettolosa dallo scoglio appena incontrato. Amo il coraggio di parlare, confrontarsi, spogliarsi. Odio l’arroganza, l’ipocrisia e il qualunquismo. Amo la semplicità, la leggerezza e la lentezza perché solo esse permettono di toccare nel profondo se stessi. Odio i discorsi fatti perché sotterrano l’intelligenza e la curiosità. L’ottundimento, lo odio. Così come la paura. Ecco: questa sono io. Barista, studente, appassionata di scrittura, fotografia e musica… Il mio scopo? Dipingere per voi la musica attraverso le parole. Massimo Frosini (alias Spa): Nacqui un bel po’ di anni fa con aria da Boss philadelfiano intonando a vagiti “Born in the USA”. Non appena mi accorsi che le cose non stavano esattamente così piansi ininterrottamente per i successivi tre mesi. Col passare delle primavere mi resi conto che vivere in uno stivale non era, in effetti, per niente scomodo e non faticai a meravigliarmi della sua naturale bellezza e della stupenda complessità di altre strambe persone che con me lo abitavano. La musica mi ha subito rapito e, visto che finora nessuno ha pagato per il mio riscatto, continuo ad essere ostaggio di un commando di note e accordi che hanno scandito il tempo della mia vita. Penso che ogni storia abbia la sua colonna sonora e ogni nuova avventura la sua melodia. Ascolto di tutto tranne heavy-speed-trash metal e la musica new age, sono allergico alla quasi totalità dell’hip-hop, adoro le voci femminili e la genialità, qualunque età essa abbia. Elino Giusti: Sono nato nel 1983. A 5 anni poggio per la prima volta le dita su di un pianoforte. A 10 anni compro in un negozio di elettronica la mia prima musicassetta. E’ “Gli Spari Sopra” di Vasco Rossi, dovrei averla da qualche parte in soffitta ancora funzionante. A 13 anni compro nello stesso negozio il mio primo CD. E’ “Così Com’è” degli Articolo 31. Ma l’illuminazione giunge a 14 anni, dopo l’acquisto di “Led Zeppelin II” e di “For Those About to Rock” degli AC/DC. Quest’ultimo comprato perché mi piaceva la copertina. Il rock mi prende: imbraccio la chitarra elettrica ed inizio a suonare nel gruppo “Bladisciark”. A 15 anni partecipo alla mia prima registrazione in studio suonando le tastiere. A 17 anni la passione per il blues mi spinge con altri 4 amici a fondare il gruppo “Freddie Matoro Blues Band”, nel quale suono il basso elettrico ancora oggi. Nel 1999 mi iscrivo all’Università e col passare degli anni entro di diritto nella Top 5 del Club dei Bamboccioni. Ma non avendo amicizie altolocate o un padre presidente di partito, purtoppo, devo rinunciare all’idea di diventarne il leader e quindi, lentamente, mi defilo, assumento posizioni di sempre minor rilievo. Oggi, a 28 anni la mia vita è un precariato di lavori precari: elettricista teatrale, fonico, musicista, responsabile booking & management di Musicastrada e redattore…tutti e cinque contemporaneamente. Insomma, per dirla alla Celentano, una vita ROCK. Roberto Italiani: Amante della musica fin dall’età di 12 anni quando lo zio mi fa sentire per sbaglio “The Wizard” degli Huriah Heep (ma dico, si può a 12 anni rimanere folgorato da una band rock anziché da Cristina D’Avena?!). Ho variegati gusti musicali che dipendono molto dallo stato d’animo del momento; sempre alla ricerca di nuovi scenari e convinto che chi ha detto che la musica si divide in buona o cattiva abbia detto una castroneria! Odiando gli mp3 credo che sia rimasto uno dei pochi a comprare ancora vinili e cd originali, (la musica va anche toccata!). Odio il rumore, amo la pulizia. Preferisco la musica al testo. Non sopporto i cori russi, la musica finto rock, la new wave  italiana, il free jazz punk inglese invece sì. Sono anche un ottimo chitarrista immaginario ma ho anche una miriade di altri talenti tutti orgogliosamente sprecati. Gabriella Lucci: Quando pensavo che cambiare idea fosse un difetto, non sapevo di viaggiare lungo il binario dell’errore. Sigillata nel vagone merci dei tabù, lentamente, iniziai a soffocare. D’istinto mi fermai, aprii le porte e lasciai entrare l’aria. Ne bastò una sola boccata e non potei più farne a meno. Oggi, più inspiro differenze più espiro il bisogno di conoscerle. E sotto effetto dell’ossigeno del mondo, mi scopro insieme cielo e terra, leone e gazzella. Sostegno di basso e assolo di chitarra. Al gusto so di pompelmo e di mango, puoi vedermi vestita di nero e di bianco. Laura Martini: Saltellando sulle note di “Maledetta primavera”, che nonno metteva nel giradischi, ho mosso i primi passi. Ho viaggiato in auto con i miei accompagnata da Morandi, Al Bano & Romina e Celentano, canticchiando le canzoni di Fivelandia e dell’immancabile Julio Iglesias, a cui nessuna donna pareva resistere. Finalmente in sella a un motorino, nelle domeniche d’estate al mare con gli amici, ho riempito lo zaino con il solo, e tanto amato, stereo rosso, regalo di un viaggio lontano, del quale era rimasta intatta solo la radio. La scuola la ricordo arrotolata all’interno di una delle tante cassette che facevano girare senza sosta il walkman, compagno fedele di passeggiate primaverili e interminabili divagazioni adolescenziali a cui i fratelli Gallagher, Damon Albarn e Billy Corgan, ma anche Jovanotti, offrivano la cornice musicale. Non mi sono persa un concerto degli U2 o dei Subsonica, spero ancora in una reunion dei REM, ma non resisto davanti a un organetto da artista di strada o a un cd mai sentito prima. Prima ascolto, poi scelgo, ma offro un’opportunità ad ogni suono. Sono curiosa e metereopatica, anche nella musica: ogni giorno ha la sua colonna sonora e ogni scorcio, angolo o via ha un videoclip da mostrare e da raccontare. Ora sta a voi farvi sentire. 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