Pentangle quando il jazz corteggia il folk

di Massimo Giannini

Leggenda, e non solo ahimè, vuole che il musicista jazz guardi con alterigia al collega che si cimenti con il rock o il folk. Magari è interessato a quei linguaggi, ma vuole farli suoi confrontandosi, spesso malvolentieri, con competenze tecniche diverse dalle sue.
Non fecero così per fortuna nell’autunno del 1967 i signori Danny Thompson e Terry Cox. I due formavano all’epoca una delle più apprezzate sezione ritmiche della scena jazz britannica e avevano già fatto un passettino fuori dal loro mondo, in quanto militavano entrambi nei Blues Incorporated di Alexis Korner.
La loro straordinaria sensibilità musicale e la loro apertura mentale permisero loro di rispondere con entusiasmo all’appello di due giovani chitarristi, un londinese e uno scozzese di Glasgow.
I due in questione avevano già sperimentato varie fusioni di genere mischiando folk inglese, standard jazz, blues americano. Avevano già realizzato alcuni dischi per conto proprio ed uno insieme, meraviglioso, che si chiamava come loro: Bert (Jansch) e John (Renbourn).
Nell’album convivono meravigliosamente brani folk tradizionali, blues, composizioni dei due e standard jazz come “Goodbye Pork Pie Hat” di Charlie Mingus. I due portavano avanti coraggiosamente il loro manifesto musicale nel circuito dei folk club inglesi che iniziava in quel periodo ad aprirsi a nuovi stilemi espressivi. Capitava così di incontrare una ragazza dai lunghi capelli che interpretava con la stessa passione, spesso a cappella, folk inglese, spiritual e gospel.
La giovanissima Jacqui McShee aderì con entusiasmo al progetto dei due chitarristi, al quale adesso mancava l’ultimo, decisivo tassello: il più affascinante e “oltraggioso” se vogliamo: la sezione ritmica.
E la scelta fu due volte controcorrente. La prima, come si diceva, di affidarsi a due musicisti jazz fino al midollo.
La seconda, mentre la scena inglese, guidata da Cream, Yardbirds e Small Faces, virava decisamente verso l’elettrificazione, era quella di impugnare esclusivamente strumenti acustici.

Ma oramai il dado era tratto, il futuro era qui, i cinque elementi erano fusi.
Cinque elementi, cinque punte di diamante, un’unica forma, un Pentagono.

Il primo disco omonimo dei Pentangle esce nel 1968. Il jazz e il blues sono ancora predominanti, ma la miscela sonora è già affascinante. L’interplay fra Jansch e Renbourn si snoda sui ritmi afroamericani di Cox e Thompson creando una cifra stilistica già indelebile. Su tali, inauditi contrasti sonori, la voce eterea e magnifica di Jacqui si muove orgogliosamente traditional.

Alla fine dello stesso anno esce Sweet Child, doppio album registrato per metà dal vivo alla Royal Albert Hall. La parte live è ancora dominata dal jazz con due omaggi di Thompson a Mingus e al blues. Le reazioni entusiaste del pubblico testimoniano del già ampio consenso raggiunto dal quintetto. Nella porzione in studio, invece, il repertorio è più orientato verso la musica popolare britannica.

L’anno successivo esce uno dei loro capolavori, il magnifico Basket of Light, il disco nel quale la fusione tra generi è più completa e riuscita. Non a caso, si tratta anche del disco di loro maggior successo. Il jazz sparisce come genere in quanto tale, ma rimane come ingrediente fondamentale, soprattutto a livello ritmico. Ci sono diverse composizioni della band e le voci di Jansch e Renbourn affiancano spesso quella di Jacqui Mc Shee. Si va dal solenne traditional corale “Lyke Wake Dyrge” a un successo del ’63 delle Jaynetts, “Sally Go Round the Roses” in caleidoscopio sonoro, rigorosamente acustico, che culmina nel brano manifesto: “Light Flight”.
La canzone diventò anche un 45 giri di notevole successo, oltre che la sigla di un telefilm della BBC dal titolo “Take Three Girls”. Si tratta di un brano sostanzialmente pop dalla complessa struttura ritmica jazzata (si intrecciano con disinvoltura 5/8, 7/8 e 6/4!) nel quale Jacqui canta una melodia di stampo tradizionale. L’effetto è sorprendente, affascinante e gradevolissimo.

Nel 1970, l’album Cruel Sister sposta decisamente il baricentro verso il folk, presentando esclusivamente brani tradizionali, uno dei quali, “Jack Orion”, occupa un’ intera facciata. La scelta stilistica non impedisce ai Pentangle di continuare a sperimentare, si vedano appunto le lunghe digressioni strumentali del brano citato, o l’uso da parte di Renbourn del sitar e, per la prima volta, della chitarra elettrica.

La vita nello show biz non è facile per un gruppo rigoroso come i Pentangle, e infatti le tensioni all’interno del gruppo iniziano a farsi sentire, oltre ai problemi alcolici di Jansch e Renbourn.

Il disco successivo, Reflection, viene realizzato in tre settimane nel marzo del 1971 e mostra i primi segni di cedimento, pur essendo un album notevolissimo. Ci sono quattro composizioni del gruppo e quattro traditionals, questa volta tutti americani ed il risultato è di straordinaria omogeneità, a ulteriore testimonianza del valore raggiunto dal gruppo. Due brani per tutti il tradizionale dei monti Appalachi “Wedding Dress”, e “When I Get Home” di Bert Jansch.

Nel 1972 i Pentangle cambiano etichetta passando dalla Transatlantic all’americana Reprise. Prima di partire in tour registrano piuttosto frettolosamente il loro ultimo album, Solomon’s Seal, sicuramente il loro album meno significativo. Grande maestria tecnica, affascinante mistura di stili, brani tradizionali e originali, ma una patina di stanchezza e l’assenza della scintilla vitale degli inizi permea il lavoro. Le vendite non entusiasmanti dell’album contribuiranno allo scioglimento del gruppo nel 1973, ponendo fine ad una delle rivoluzioni sonore più sconvolgenti della storia del rock.

Un’alchimia sonora così particolare e originale che nessuno è stato in grado di riproporre. Un’esperienza sonora ancora oggi ineguagliata ed attuale, che li poneva già allora un corpo estraneo, per esempio, nella pur innovativo movimento folk rock inglese di quegli anni. Ed erano anni in cui le sperimantazioni non mancavano!

Le varie riproposizioni del gruppo, mai in formazione originale (a parte alcuni concerti celebrativi nel 2008), non hanno fatto altro che evidenziare l’unicità di quell’esperimento straordinario, che oggi come ieri, vale la pena di riascoltare. Anche perchè i dischi dei Pentangle sono stati tutti ristampati su cd.

Provare per credere