POSTCARDS FROM EL PASO, TEXAS – Due passi con Tom Russell lungo la Frontiera

Ci sono ponti e ponti.
Da queste parti,  all’estrema punta Ovest di uno stato chiamato Texas, i ponti sono tali, e non solo in senso metaforico.
Dividono due mondi, due culture e una sola città: ti svegli ad El Paso ma con un balzo sei a Ciudad Juarez.
E a Ciudad Juarez si muore, in quella che sembra l’eterna guerra delle narcomafie.
Un solo ponte separa queste due città, ma è come attraversare la porta che dal mondo civile ti porta direttamente all’Inferno.
Alzi la testa sopra i tetti di El Paso e vedi le luci di Jaurez come tante tessere di un unico mosaico notturno lì, a portata di mano.
Questi e altri erano i pensieri che mi affollavano la mente lo scorso Aprile del 2009: mi trovavo proprio a El Paso,  assieme al mio compadre Andrea Parodi, ospiti di Tom Russell, uno dei più grandi songwriters americani degli ultimi 30 anni.
Un Hemingway dei tempi moderni che in quanto tale ama la vita nelle sue forme più forti e vissute e che ha eletto questa terra di confine a propria dimora.
Ricordo Tom mostrarci con orgoglio la sua bella casa ranchera, a poche centinaia di metri dal Rio Grande da un lato e a pochi passi dalla Statale dall’altro.
Ancora una volta paradiso da una parte e Inferno dall’altro: una contraddizione costante da queste parti evidentemente.
Ricordo la stanza dei libri addobbata con decine e decine di oggetti e cimeli della Corrida, autentica passione del musicista americano, proprio come Hemingway: libri, poster, fotografie ma anche bottoni, lame e corpetti originali raccolti e collezionati in anni e anni di ricerche tra i più nascosti pawnshops d’america.
E parlavamo anche del ponte, di quel ponte, e di quando Russell fino a pochi anni prima lo attraversava a piedi per andare a bere Tequila nelle cantinas e a vedere la vera corrida messicana di Juarez, forse ancora più crudele di quella spagnola a cui centinaia di guide turistiche e cartoline ci hanno abituato.
Ma qui la legge dell’uomo e della natura sono tali e come tali spesso cozzano l’una contro l’altra.
Oppure si incontrano e si separano con la stessa facilità.
Come in “Gallo del Cielo”, la signature song di Russell, un poema omerico dei tempi moderni come l’ha definita qualche critico musicale di cui mi sfugge il nome: il destino di un gallo da combattimento orbo che si incontra e conduce quello di un proprietario terriero caduto in disgrazia, Carlos Saragoza.
O come in “Blue wing”, la storia di un tatuaggio e del galeotto che lo porta: chiudi gli occhi da dietro le sbarre e a cavallo di quelle ali blu  puoi anche volare sopra i ponti e sopra le città.
Tom deve aver letto queste e altre pieghe familiari tra le righe del nostro disco, delle nostre canzoni e ancor di più nella canzone che gli abbiamo affidato come sua partecipazione a “Chupadero!”: la vicenda di Sante e Girardengo, così simile a tante storie del border dove i destini degli uomini si incontrano e si scontrano nel più classico schema della tragedia greca.
Ed è stato senz’altro facile per lui entrare nelle pagine di questa storia così profondamente italiana se vogliamo e farla propria, riadattarla e riviverla secondo un’ottica del tutto diversa dalla nostra, l’ottica di chi le luci dell’Inferno le vede ogni giorno al calare del sole.
Basta solo alzare il collo sopra i tetti delle case circostanti.
Il suo contributo al nostro progetto Barnetti Bros Band non poteva certo mancare: ci serviva una voce credibile, anzi la più credibile forse per raccontarci ancora una volta la medesima storia che passa attraverso le 11 canzoni del disco da un punto di vista diverso.
Quella stessa voce che ci ha guidato al Border Crossing numero 1, a pochi chilometri da casa sua, per raccontarci di quando e come gli Spagnoli varcarono per la prima volta la soglia di quello che solo oggi è conosciuto come Texas ma che all’epoca era solo terra di nessuno in uno stato di nessuno in un mondo di pochi.
O la stessa voce che ci ha portato in uno spoglio e piatto cimitero per mostrarci la tomba di John Wesley Harding, il bandito che era “friend to the poor” come cantava romanticamente Dylan, ma che in realtà era come Billy the Kid e altri bandidos prima di lui specchio di un germe violento insito nell’allora nascente società americana.
Destini e storie che si incrociano, ragazzi: così ci ha detto sinteticamente Russell, e in fondo queste due parole possono anche racchiudere l’intera storia dell’Umanità.
Non c’è bisogno di aggiungere molto altro, è tutta una questione di destini e di storie.
E lo sarà sempre.
Respiravo forte mentre i miei stivali si facevano largo tra i ciottoli e la terra arsa che un tempo anche gli spagnoli, i banditi e i federales dovevano avere calcato in tempi ed epoche storiche diverse.
Ed è solo allora, in quel momento, che ho avuto una piccola illuminazione e dopo centinaia di inutili libri, film e dischi è bastato un solo secondo per comprendere il sottile e oscuro fascino che la Frontiera emana: si abbattono le barriere, i muri, le convenzioni e la vita si mostra nella sua nuda potenza e violenza.
Si torna a essere desolatamente umani, solo umani, e la Natura torna a essere tale per come la conoscevamo da bambini.
Si nasce e si muore, e in mezzo ci si innamora, come nelle più belle storie e nelle più belle canzoni.