Prog Exhibition prima serata – E’ festa

di Massimo Giannini

Mi sono accostato alla “Prog Exhibition” (Teatro Tendastrice, Roma, 5-6 Novembre 2010) con una certa diffidenza. Inizialmente la notizia aveva suscitato in me qualche perplessità. L’annunciata kermesse romana dei vecchi leoni del progressive italiano rischiava di trasformarsi in una patetica passerella di sdentati e pomposi dinosauri del rock.
Poi, la presenza degli ospiti inglesi, l’irresistibile richiamo della memoria (il prog è stato in fondo il mio primo amore) mi hanno convinto alla trasferta.
Già il colpo d’occhio all’arrivo al glorioso Tenda a Striscie è stato singolare. Età media, ovviamente, piuttosto alta (una volta tanto, come mi capita spesso ai concerti, non sono fra i matusa), tanti stranieri, soprattutto giapponesi e sudamericani, paesi nei quali il prog – soprattutto quello italiano – gode di ottima salute. Sembra più una convention aziendale che un concerto rock.
Si inizia puntualmente alle 20, con i gruppi spalla. Il teatro è ancora semivuoto. I primi, piuttosto giovani, si chiamano Sinestesia. Un prog metal devoto ai Dream Teather con qualche puntatina dalle parti degli Yes. Grande dispiego di tecnica, ma poca sostanza. Peggio, i seguenti, La Maschera di Cera. Il sestetto si prodiga in uno scombiccherato retro – prog a tratti imbarazzante, suonato neanche troppo bene. Vabbè. Dopo il saluto dell’organizzatrice, Iaia De Capitani, che saluta quelli venuti dal Giappone, Canada, Messico, Portorico, si parte con i pezzi grossi. Il primo gruppo è quello dei torinesi Trip. Il leader, Joe Vescovi, entra alla chetichella e si piazza immediatamente dietro l’Hammond. I proverbiali lunghi capelli biondi sono ora completamente bianchi, ma le mani viaggiano ancora agevolmente sulla tastiera. Entra il resto della formazione, due giovanissimi al basso e alla chitarra e alla batteria l’esuberante (secondo batterista della formazione) Furio Chirico da anni punto di riferimento per moltissimi drummer nostrani. Non conoscevo molto i Trip, a dir la verità. Il sound è un misto fra sonorità prog e acid rock, prevalentemente strumentale. Il gruppo tiene il palco per una quarantina di minuti in maniera piacevole e dignitosa, incluso l’immancabile assolo di batteria del muscolare Chirico, in realtà piuttosto contenuto. Unica nota un po’ patetica la presenza del bassista originario Wegg Anderson che girovagava per il palco senza costrutto. Intanto il tenda è oramai gremito e la serata prende decisamente quota con il secondo act, quello dedicato alle Orme. In realtà lo storico nome della formazione veneta non compare mai, per una controversia legale con l’ex batterista Michi dei Rossi. Sul palco accanto ai vecchi compari ritrovati Aldo Tagliapietra e Tony Pagliuca, c’è il ritrovato Tolo Marton, oltre ad un giovanissimo batterista. Ed è proprio l’apporto del bravissimo chitarrista trevigiano a dare una convincente spolverata di novità ai brani più vecchi del gruppo, con nuove parti di chitarra che si incastrano a meraviglia con le tastiere di Pagliuca. Tagliapietra, da parte sua, canta ancora in maniera dignitosa e tiene il palco con grande carisma. Il primo highlight della serata arriva con l’ingresso sul palco di David Cross, violinista dei King Crimson di “Lark’s Tongues In Aspic” e “Starless”. Il quintetto, dopo un brano delle Orme, esegue una magnifica versione di “Exiles”, cantato in maniera emozionante da Tagliapietra e con Marton che non sente il peso dell’ingombrante paragone con Robert Fripp. Sul palco c’è una grande alchimia e, nonostante alcuni problemi tecnici (sono state gia cambiate tre batterie e c’è una vera e propria sarabanda di tastiere), l’atmosfera sul palco è veramente magica e l’entusiasmo fra il pubblico è palpabile. Purtroppo dopo quarantacinque minuti l’esibizione termina per lasciare spazio agli headliner della serata. La PFM entra sul palco in pompa magna, in maniera forse un po’ sborona. Il loro set sarà molto più lungo degli altri, forse troppo, anche se riserverà due chicche notevoli. A onor del vero c’è da dire che l’arrivo di Mussida e soci porta sotto il palco un sacco di giovani e giovanissimi, a testimonianza di una stima trans generazionale che gli altri gruppi non possono vantare. Si parte con “La Luna Nuova”. Si sente subito che la band è molto più allenata di tutte le altre (in realtà è l’unica ancora in piena attività), soprattutto dal punto di vista strumentale: le voci sono quelle sono, ma nosono mai state un punto di forza del gruppo milanese. La prima mezz’ora scorre via tranquilla con brani molto amati dal pubblico e qualche ulteriore problema tecnico. L’arrivo del gigionesco Ian Anderson dà la prima scossa al set con una perfetta versione del classico “Bourèè”. Il leader dei Jethro Tull saltella quà e la per il palco come al solito ed il suono del suo flauto è sempre inconfondibile. Ovazione prevedibile alla fine. Ian Imbraccia l’acustica ed attacca “My God”. La voce è purtroppo completamente andata, ma la verve strumentale è intatta. L’apporto della PFM è impeccabile, Mussida su tutti, la band è assolutamente migliore dei Jethro attuali. Grande versione e standing ovation. Anderson se ne va tra gli applausi, ma Franz preannuncia una sorpresa. Che arriva con il primo bis. Ian Anderson torna sul palco per “La Carrozza di Hans”. Non so quanto il flautista e il gruppo abbiano provato insieme, ma l’impressione è che suonino insieme da una vita. Fra grandi ci si intende, evidentemente.

Altra standing ovation e gran finale per la sola PFM che esegue l’immancabile “Celebration” con Di Cioccio tamarro e indiavolato come sempre a menare le danze.

È l’una di notte, le quasi cinque ore di concerto sono volate via in maniera piacevole e convincente senza eccessive autocelebrazioni, con alcuni momenti francamente indimenticabili. Meno male, mi ero aspettato molto meno.