Rockstar a 60 anni - Storie di musici e musica: Vashti Bunyan

Rockstar a 60 anni – Storie di musici e musica: Vashti Bunyan

La storia di ogni tempo ha la sua musica e ogni musicista ha la sua storia. Un sillogismo imperfetto in cui però è compresa l’intera storia della musica. Una storia che, come tutti ben sappiamo, racchiude miti, leggende, curiosità, avventure, favole e follie. Con la rubrica “Storie di musici e musica” cercheremo di raccontarvi un po’ di queste fantastiche vicissitudini. La prima è quella di Vashti Bunyan e a narrarcela è Alfredo Cristallo.

Volete sapere come si diventa rockstar a 60 anni ? C’era una volta una ragazzina magra, dalle lunghissime gambe e dai capelli corvini. E’ nata a Londra nel 1945 e porta un cognome importante, Bunyan come il teologo inglese del ‘600. L’infanzia scorre tranquillamente finché nei primi anni ‘ 60 va a studiare pittura alla scuola d’arte Ruskin, a Oxford ma vi rimane poco. Viene espulsa: le piace suonare la chitarra (che ha imparato da piccola) e cantare non dipingere. Poi a 18 anni parte per gli USA e lì nell’ambiente frizzante e scapigliato del Greenwich Village conosce il giovanissimo Bob Dylan.

Affascinata da canzoni come “Blowin’ In The Wind”, decide di diventare cantante. Torna a Londra e conosce Andrew Loog Oldham, il manager dei Rolling Stones che le regalano “Some Things Just Stick In Your Mind” il suo primo singolo , un beat sognante che esce nel 1965.

Il periodo della Swinging London la trova cantante un po’ Marianne Faithfull, un po’ Francoise Hardy nei night club di Soho. Esce ancora qualche singolo, Vashti partecipa al documentario “Tonite Let’s All Make Love London” (1967) ma l’insuccesso commerciale la spinge a tagliare i ponti con la musica.

1968: è il periodo del flower-power  e Vashti con il suo compagno Robert vengono invitati da Donovan a raggiungerli nella sua comune hippy a Skye. Non hanno macchina e con le 100 sterline prestati da Donovan, comprano una carrozza e un cavallo e imboccano la A6 verso il nord e le Ebridi. Il viaggio dura un anno fra incontri con altri hippies alla ricerca della libertà, zingari che riconoscono Vashti come una di loro, lavori di giardinaggio e imbiancatura di case per pagarsi pane e companatico. Quando nell’estate del 1969 i due raggiungono Skye,  scoprono che Donovan non c’è più. Iniziano il viaggio di ritorno.

Al Lake District incontrano Joe Boyd . Il fresco produttore del primo LP di un certo Nick Drake ascolta le canzoni che Vashti ha scritto durante il viaggio e decide di pubblicarle. Con l’aiuto di Simon Nicol e Dave Swarbrick (dei Fairport Convention) e Robin Williamson (Incredible String Band) registra “Just Another Diamon Day”(1970).

L’album è un miracoloso miscuglio di quadretti intimisti, acquerelli bucolici, salmi intrisi di misticismo orientale cantato e suonato in punta di piedi con arrangiamenti minuscoli e sommessi: la fiabesca descrizione di un’utopia generazionale. Ma l’album vende solo poche copie e Vashti decide di abbandonare la musica.

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Con Robert si stabilisce in un cottage in Irlanda. Lì conduce una ritirata vita di campagna, allevando cavalli, crescendo i tre figli, attendendo ai lavori agricoli. Non ha neanche una copia del suo album, solo una cassetta che i suoi figli ascoltano di nascosto. Passano quasi 40 anni, la coppia si separa e Vashti si trasferisce a Edimburgo (1997). Nella nuova casa ha un computer, si collega a Internet, digita il suo nome e scopre che quel suo album dimenticato è diventato un oggetto di culto, accanitamente cercato dagli appassionati (una copia originale viene venduta a 2000 dollari su E-Bay) e il suo nome è venerato dai musicisti della rinascente scena avant-folk.

Vashti impiega 3 anni a ritrovare i master originali del disco e lo ripubblica nel 2000: non si fa molte illusioni, invece il disco vende 50.000 copie. Viene invitata a suonare da  Devendra Banhart, poi dai Piano Magic in “Writers Without Home” (2002) e dagli Animal Collective in “Prospect Hummer” (2005). Nello stesso anno incide dopo 35 anni il suo nuovo LP “Lookafterring” con la collaborazione di Banhart, Joanna Newsom, Adam Pierce (dei Mice Parade); e nonostante il tempo passato sia evidenziato dalle orchestrazioni neoclassiche e dall’elettronica spruzzata qua e là, la sua voce dimessa e autunnale è ancora là a mormorare che l’antico sogno sorpassa i tempi e la fretta della modernità.

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