SUGAR MAN Sixto Rodriguez. La storia di una rockstar che non sapeva di esserlo

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SUGAR MAN Sixto Rodriguez. La storia di una rockstar che non sapeva di esserlo

Questa è una storia bella, triste e commovente. La storia di un uomo che visse due volte. La storia di una rockstar che scoprì di esserlo molti anni dopo. Ed è in controluce la metafora di uno star system discografico (quello americano nello specifico, ma il discorso è uguale a tutte le latitudini) che facendosi scudo del motto “Lo spettacolo deve continuare” ha scoperto e lanciato migliaia di musicisti raffinati e dotati, songwriter sensibili e sensitivi ai quali lo show business ha promesso tantissimo e concesso veramente poco.

Lo star system discografico USA concentra e condensa in un certo senso tutta le storia e le ambizioni dell’American Dream e dell’American Way Of Life, persino quando i sogni di gloria non si concretizzano e conseguentemente chi ha sognato viene abbandonato e buttato via. In realtà lo stardom discografico applica le stesse logiche della gestione del potere. Come avvertiva Noam Chomsky, la società USA (e per esteso le democrazie avanzate per non parlare di quelle autoritarie o sovraniste) non si fonda sulla significativa partecipazione pubblica ai processi decisionali. ‘E piuttosto un sistema fondato su decisioni prese dall’elitè e ratificate periodicamente dal popolo. Alle persone non resta che pensare che lassù ci sia qualcuno che sa quello che fa perché dotato della necessaria competenza. Controllato da grandi imprese private e da gruppi elitari, lo star system genera a rotazione continua una serie di personaggi che sono tali perché creati dai mezzi di comunicazione di massa, revival, equivoci o cloni destinati a soddisfare le voglie di mercato, le ambizioni di qualche manager o semplicemente la necessità di mandare avanti la baracca. Un prototipo di questo schema fu la spasmodica ricerca del nuovo Dylan fra il 1970 e il 1975, dopo che il vero Dylan si era ritirato dal mercato discografico (o sfornava dischi erroneamente giudicati minori). Di nuovi Bob Dylan ne vennero trovati migliaia, alcuni ebbero un’esplosione iniziale e poi un quieto tran tran, alcuni un fugace momento di gloria, moltissimi vennero dimenticati. Uno di questi fu Sixto (Diaz) Rodriguez. Nato nel 1942 a Detroit sesto figlio di una modesta famiglia di origine messicana, ha cominciato a lavorare per la General Motors, la principale produttrice di auto in USA e simbolo della città negli anni Sessanta quando la popolazione arriva a contare due milioni e mezzo di abitanti attirando masse di lavoratori. Sono anni in cui si forma contestualmente una classe operaia fiera del proprio lavoro e un sindacato attento alle condizioni di lavoro (legislazione per impedire la manodopera infantile, trattamento paritario fra uomini e donne). Nello stesso tempo si amplia il perimetro della città con le periferie che diventano quartieri dormitorio o ghetto: un classico dell’industria fordista. Ma sono anche gli anni delle proteste per la guerra in Vietnam e del costante aumentare delle tensioni razziali fra i vari gruppi etnici. Quella maggiormente colpita è proprio la manodopera latina fra cui dilaga l’alienazione e l’emarginazione. Sixto Rodriguez è così allo stesso tempo operaio e, armato di chitarra a tracolla, cantore delle difficili condizioni di vita degli emarginati in città. Inizia a suonare nei pub e nei club locali e nel 1967 incide un primo singolo I’ll Slip Away per l’etichetta Impact ma con scarso successo. Un paio d’anni dopo due musicisti molto attivi in città Mike Theodore e Bob Babbitt lo ritrovano in un fumoso piccolo club il Sewer By The Sea e lo segnalano a Clarence Avant proprietario della Sussex Record a cui non par vero di partecipare alla corsa per il nuovo Dylan. 

A quel punto il copione è tipico: contratto firmato nel retro del locale, congrui anticipi, studio di registrazione, collaboratori scafati e l’anno dopo nel 1970 esce il primo disco di Rodriguez intitolato Cold Fact. La struttura dei brani è tipicamente quella dylaniana (Crucify Your Mind), specialmente per i testi ispirati a un dolente iperrealismo sulla vita dei losers emarginati e della periferia (Sugar Man, I Wonder), gli arrangiamenti risentono invece dei prodotti tipici della Detroit musicale del periodo: da una parte il blues psichedelico irruente e selvaggio di Stooges ed MC5 (Inner City Blues) dall’altra il soul della Motown (Forget It). All’interno di questo perimetro Cold Fact è una versione più seria e descrittiva della psichedelia eretica dei Love. L’album tuttavia ha scarsissimo successo e vende pochissime copie (pare solo 6) e Rodriguez ci riprova l’anno dopo con Coming From Reality che accentua il lato elettrico (Climb Up On My Music) e più eccentrico (la dolente Halfway Up The Stars) della sua musica. Ma anche quest’album è un altro insuccesso e anche un terzo LP finisce su un binario morto: Rodriguez si ritrova a ingrossare la fila dei nuovi Dylan falliti. In difficoltà economiche Rodriguez comincia a lavorare nei cantieri edili e nelle ditte di demolizione. Del Rodriguez musicista si perdono le tracce. Alla metà degli anni Settanta, la sua musica grazie a sporadici passaggi radio diventa nota in Australia e Nuova Zelanda e un’etichetta australiana la Blue Goose acquista i diritti di alcuni suoi brani pubblicando l’antologia At His Best. Ma è in Sudafrica che succede l’impensabile. Una delle poche copie di Cold Fact vendute in USA arriva tramite fidanzata-americana-di-un-ragazzo-sudafricano nella terra dell’apartheid. Laggiù la musica e i soprattutto i testi anti-sistema di Rodriguez diventano patrimonio comune degli attivisti bianchi anti-apartheid. Per mezzo del passaparola quell’unica copia iniziale diventa disco su musicassetta che produce altre musicassette, che producono copie bootleg in vinile e poi copie ufficiali in vinile nel 1971 (grazie alla Gallo Records), che producono copie in CD nel 1979 nonostante l’opposizione del regime di Botha che arriverà a rigare la prima traccia delle copie in vinile di Cold Fact (cioè Sugar Man). Come che sia per l’attivista anti-apartheid This Is Not A Song diventa un inno a combattere l’establishment, per l’hippie di Johannesburg Rodriguez è un cantante chicano che canta canzoni d’amore, parla di una rivoluzione imminente proveniente dai bassifondi e Sugar Man diventa una delle più grandi drug song di tutti i tempi. Insomma in Sudafrica Rodriguez assurge al livello di Dylan, Neil Young e Leonard Cohen.

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E a questo punto la leggenda si ingigantisce senza che Rodriguez in Usa ne sappia niente. Mentre lui continua a lavorare come muratore e demolitore di autentiche topaie, vivendo nel sobborgo di Woodbridge in una casa comprata all’asta nel 1970 per 50 dollari (era in stato di semiabbandono), occupandosi di problemi sociali e frequentando i corsi serali all’università (laurea in filosofia nel 1981), in Sudafrica cominciano ad interrogarsi che fine abbia fatto il loro eroe. Le prime ricerche dei giornalisti sudafricani (gli unici ad avere un minimo di contatti col mondo da cui il Sudafrica è messo al bando) si perdono nel nulla. A questo punto nascono le leggende sul fatto che Rodriguez in realtà sia morto sul palco alla fine di un concerto non si sa neanche se sparandosi o bruciandosi vivo oppure ancora per overdose: un classico cliché dello star system come il (falso) suicidio di Bowie nel 1973. Poi nel 1990 finisce l’apartheid e tre persone, Stephen “Sugar” Segerman proprietario della Mabu Vinyl un negozio di dischi indie a Capetown, il giornalista Craig Bartholomew-Strydom e l’avvocato Tim Currin aprono un website intitolato The Great Rodriguez Hunt chiedendo notizie tramite internet. Seguendo la traccia dei soldi scoprono che i soldi versati dalle case discografiche sudafricane sono andati alla Sussex Records inglese che li versa a quella americana: solo che Clarence Avant si è tenuto i soldi destinati a Rodriguez, un altro classico dello star system. Finchè nel 1997 la figlia maggiore Eva si imbatte nel website e contatta i tre rivelando che il padre è vivo e vegeto ed è disposto a parlare con loro. Alla fine i tre riescono a parlare con Rodriguez rivelandogli quanto sia famoso in Sudafrica (dove ha già vinto almeno 6 dischi d’oro). Ci vorrà un anno per organizzare un tour in Sudafrica finchè il 6 marzo 1998 Sixto Rodriguez si esibisce per la prima volta a Capetown (il primo di altri 5 concerti tutti sold out) davanti ai suoi fan sudafricani in delirio come se vedessero Elvis Presley resuscitato. Rodriguez tornerà in Sudafrica altre 2 volte ma si esibirà anche in Svezia e in Australia e Nuova Zelanda. La sua storia incredibile di rockstar redivivo ispirerà il premiatissimo docu-film Searching For Sugar Man dello svedese Malik Bendjelloul presentato nel 2012 al Sundance Film Festival. Gli album di Rodriguez sono stati ripubblicati dalla Light In The Attic Records nel 2009, il secondo con tre bonus track (il primo singolo e altri due brani preparati per il terzo LP). Sixto invece continua a vivere la vita di sempre, occupandosi della sua comunità, vivendo nella stessa casa di sempre e andando in tour. ‘E un redivivo e le sue canzoni parlano per lui al punto che il personaggio si è sovrapposto alla persona. Ma questo non ha certo reso Rodriguez più triste o amaro: per lui l’idea del successo ha solo differenti versioni. Non è neanche granché interessato ai soldi che i discografici gli hanno rubato in tanti anni. Come ha detto Rodriguez quando ha semplificato la sua esperienza: “Il segreto della vita? Inspirare ed espirare

 

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