Sulla Musica Elettronica intervista a Gianluca Becuzzi

a cura della redazione di Musicastrada

Parte da oggi, all’interno della nostra rubrica “Il Diario di Musicastrada”, una nuova sezione specificatamente dedicata alle interviste. E cominciamo con un musicista che ha fatto dell’elettronica la sua bandiera. Approfittando del suo prossimo concerto con Fabio Orsi (18 Febbraio presso La Città del Teatro a Cascina Pisa) all’interno di Fosfeni (una delle maggiori rassegne italiane dedicate alla nuova musica elettronica) abbiamo fatto due chiacchere con Gianluca Becuzzi…

M. (musicastrada) – GLB. (Gianluca Becuzzi)

M. La musica elettronica è spesso associata ad un’altro termine, e cioè quello della sperimentazione sonora. Sono due cose indissolubili? O si può fare musica elettronica senza necessariamente passare da una sperimentazione? E’ semplicemente una questione di approccio?


GLB
. E’ sicuramente una questione d’approccio e finalità estetiche. I cataloghi discografici di tutto il mondo esondano di musica elettronica dal carattere per niente sperimentale. Pensa al mondo del pop o a quello della dance, generi nei quali le sonorità elettroniche vengono impiegate in misura massiccia. Di contro è anche vero che si può fare musica vocazionalmente sperimentale utilizzando il minimo della tecnologia disponibile, come succede ad esempio nell’improvvisazione radicale, la quale si basa da sempre su sonorità prevalentemente acustiche. L’associazione che molti fanno tra musica elettronica e sperimentazione ha una ragione eminentemente storica: prima degli anni ’70 la musica elettronica si produceva con macchine molto costose e ingombranti disponibili solo presso università e i centri di ricerca delle emittenti radiofoniche nazionali. Così i primi che vi misero mano furono ricercatori e compositori d’avanguardia come John Cage, Pierre Schaeffer, Karlheinz Stockhausen etc. Tutti artisti che cercarono di sfruttare questa nuova possibilità espressiva per formulare nuove estetiche sonore.

M.
Il mio primo amore è stato il blues degli anni venti e trenta ed in “Muddy Speaking Ghosts Through My Machines” il genere riprende vita e ci giunge sotto una veste nuova e per me inaspettata, lasciando inalterato il “feeling” che esce da questo vecchio “lamento”. Perchè utilizzare un genere così profondamente tradizionale e fondato soprattutto sui sentimenti umani per un disco di musica ellettronica basato sull’utilizzo soprattuto di apparecchiature elettroniche? Che tipo di approccio avete usato?

GLB.
Per me e per Fabio “Muddy Speaking Ghosts Through My Machines” è stata una difficile sfida artistica, che credo di poter affermare, abbiamo brillantemente superato. Volevamo dare forma al nostro concetto di avant-folk, una musica che contenesse e conciliasse al suo interno elementi antinomici come il passato e il presente, il qui e l’altrove, l’io e l’altro. A noi piace abbattere paletti e saltare gli steccati che dividono i generi e gli stili. Riteniamo che questa sia una delle poche vie praticabili per attuare una ricerca autentica sulla contemporaneità. Il nostro tempo è fatto di simultaneità di significati e segni diversi, scoprire i possibili link che connettono dialetticamente questi stessi elementi per poi svelarli è un compito dal quale sento di non potermi sottrarre.
M. Spesso la musica elettronica viene associata a video. Può una composizione nascere prima dalla visione di un video?

GLB
. Credo che l’input creativo di un compositore (non necessariamente elettronico) possa giungere da qualsiasi cosa, anche da una visione, perchè no? Quello che invece trovo francamente insopportabile è questa moda dei live-set audiovisivi da qualche anno tanto in voga anche e sopratutto in ambito avantgarde. Sembra quasi che non si possa più salire su un palco se con te non c’è un VJ. Questa è un’idea volgare e populista perchè implicitamente afferma che la musica di ricerca è in se noiosa e diventa “tollerabile” solo se “alleggerita” dall’intrattenimento visivo. Perdipiù queste pratiche hanno prodotto pochissime opere di pregio e una montagna d’immondizia digitale dalle proporzioni partenopee. A fronte d’idee e pratiche tanto svilenti per la musica io non posso che dichiararmi fieramente acusmatico.
M. Ultima domanda, scontata ma putroppo attuale…Come ci si sente ad essere musicisti come voi in Italia adesso? E qual’è “la terra promessa” per musicisti come voi?
GLB. Fare musica di ricerca è sempre stato difficile, ovunque tu ti trovassi. In Italia, forse, più che in altre nazioni europee, per una penuria cronica di supporti strutturali ed economici, un deserto culturale dovuto alla miopia delle istituzioni, a mentalità chiuse e a politiche conservatrici. Io e Fabio, per respirare un po’ d’aria pulita, ci siamo spesso rifugiati per mesi interi a Berlino, città dove Fabio, alla fine si è trasferito in pianta stabile. La cosa che più amareggia, però, è che, nonostante questo deprimente stato delle cose, in Italia ci sono tanti ottimi compositori d’avanguardia, qualche laboriosa etichetta discografica e alcuni bei festival “a tema” come ad esempio, e certamente non ultimo, Fosfeni.