Tamburellisti di Torrepaduli La Via dell’Armonia Un viaggio in una tradizione antica

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Tamburellisti di Torrepaduli La Via dell’Armonia Un viaggio in una tradizione antica

Qualche notizia sulla pizzica (ma il vero nome è pizzica pizzica). La pizzica è una danza popolare presente nelle province di Brindisi, Lecce e Taranto e in genere in tutto il Salento ma diffusa anche nell’altopiano delle Murge e nella provincia di Matera. Fa parte della grande famiglia delle tarantelle. La prima fonte scritta che ne parla si riferisce a una nobilitata tarantella, una serata di danze offerta dalla nobiltà tarantina in occasione della visita diplomatica (20 aprile 1797) del re Ferdinando IV di Borbone Re Di Napoli e di Sicilia. Già del XIX secolo la pizzica è legata alle pratiche terapeutiche coreomusicali del tarantismo, una pratica che risale addirittura al XIV secolo per la cura delle persone morse dalla tarantola o dagli scorpioni. Alcune di queste danze (moresca, spallata, catena, pastorale ecc.) si sono diffuse diffusa oltre l’area pugliese e lucana e sono presenti in altre regioni europee. La pizzica era essenzialmente una musica ludica praticata durante le feste e le cene oltre che a fini terapeutici. Nell’area della pizzica si pratica anche la tarantella tanto che ormai è difficile ravvisare differenze fra i due balli. Adopera come strumenti principali la zampogna, vari aerofani agro-pastorali, violino, mandolino, il tamburello (che dà la scansione ritmica), il cupa cupa (tamburo a frizione), il triangolo, le castagnole e altri idiofoni rurali; dalla fine dell’Ottocento sono presenti anche l’organetto e la fisarmonica.

I Tamburellisti di Torrepaduli sono fra i più amati ed apprezzati cultori di questa nobile arte. Formatisi nel 1990, hanno inciso numerosi album tutti apprezzati da pubblico e critica: lo storico Fantastica Pizzica (1991), Pizzica E Trance (1995), Pizzica E Rinascita (2000; più di 20000 copie vendute), Il Tempo Della Taranta: Pizzica D’Autore (2003), Pizzica Grica (2006; accoglieva temi della tradizione greca e gricia la lingua greco-bizantina parlata da alcune comunità balcaniche pugliesi), Taranta Taranta (2009), La Via Della Taranta (2013; contenente anche una pizzica in inglese), La Grande Pizzica (2017).

I Tamburellisti sono famosi per il loro virtuosismo, le tecniche vorticose della danza, i contenuti artistici e poetici dei testi che rievocano la straordinaria eredità della musica popolare della Magna Grecia e della musica balcanica e riaffermano i valori di questa danza attorno a cui gravitano i valori ancestrali dei culti dionisiaci e della Madre Terra.

Il loro strumento principale è il tamburello a croce che offre un’emozionante ritmo incrociato. Vantano proficue collaborazioni nel mondo dell’università, della cultura ellenica e fin dal 1998 hanno partecipato a tutte le edizioni della Motte Della Taranta. Hanno suonato in tutto il mondo e sulle loro musiche hanno ballato compagnie di ballerini greci e persino i Sioux Dakota. La loro line-up comprende ora Pierpaolo De Giorgi (chitarra, voce), Donato Nuzzo (tamburello, fisarmonica), Gioele Nuzzo (percussioni, didjeridoo), Rocco Luca (tamburello) e Michele Wilde (violino).

Il loro nuovo album intitolato La Via Dell’Armonia esce l’11 dicembre 2020. Nel nuovo album, il gruppo affianca temi tradizionali della pizzica tradizionale (Cantico Nuovo basato su uno stornello medioevale, Spunta La Luna, Pizzica Erotica basato su un tema di tarantella calabrese con suggestioni jazz alla Daniele Sepe) a temi che fanno parte della tradizionale folk europea (il folk balcanico medioevale di Balla Afrodite, la pizzica balcanica propulsa da violini celtici di Mani Di Ragno) spingendosi fino a confrontarsi positivamente con i nuovi linguaggi musicali dell’hip hop e del rap (la title-track che vede la partecipazione di Nandu Popu dei Sud Sound System) e dell’elettronica (le suggestioni futuristiche di Extraterrestri A Creta con la partecipazione di AR10).

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Questo programma che delinea un’eccelsa abilità di far convivere tradizione folk, tracce di World Music mediterranea (riesumando gruppi dimenticati della metà degli anni Novanta come gli Al-Darawish e gli Handala) e contaminazioni con la musica popolare contemporanea (cos’altro è il rap ?) trova una definitiva consacrazione nell’iniziale La Vita E’ Un Sogno (intro di didjeridoo per una sarabanda che mescola world music balcanica, folk celtico e ritmica hip hop) e nel tour de force tribale di Il Ritmo Dell’Armonia per sole percussioni, una testimonianza filologica di dove si trovino le radici della musica popolare: nel tribalismo percussivo.

Quest’album è un lavoro collettivo scritto, suonato e cantato con entusiasmo ed emozione. Abbiamo utilizzato gli stilemi e i caratteri più significativi della tradizione per creare un’opera innovativa di taglio attuale che metta in evidenza le potenzialità universali della pizzica” – sottolinea Pierpaolo De Giorgi (membro del gruppo) – “Poesia contemporanea, versi antichi, melodie intriganti e virtuosismo si mescolano a un ritmo ancestrale, cardiaco e terapeutico in grado di gettare luce sull’armonia profonda che anima la pizzica e di cui tutti oggi abbiamo un grande bisogno.

L’album è prodotto da Arten e dai Tamburellisti Di Torrepaduli.

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    JURI CAMISASCA La Finestra DentroJURI CAMISASCA La Finestra Dentro 22 Giu 2020 RUBRICA storie di musici e musica  A cura di Alfredo Cristallo Il rock italiano deve molto a Franco Battiato. Gli deve molto per i suoi esordi di musicista sperimentale nel periodo 1972-75 (da Fetus a Clic), di divulgatore della musica contemporanea d’avanguardia nel periodo 1975-78 (da M.lle Le Gladiateur a L’Egitto Prima Delle Sabbie) con i suoi ripetuti riferimenti alle opere di Stockhausen, Cage e Varese, dalla svolta pop wave del 1979 (a partire da L’Era Del Cinghiale Bianco) che s’inseriva nel filone della new wave italiana fino alla svolta mistico spirituale degli anni Novanta. Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui In questa sede tuttavia va ricordata la sua attività di produttore e talent scout della Bla Bla Records con una serie di produzione definite “commercialmente impossibili” alcune delle quali rimangono fra le migliori apparse nel “paese del sole e del mare”. Una di queste è la scoperta di Juri Camisasca. Battiato e Camisasca si conobbero durante il periodo di naja e Battiato rimase estremamente colpito dalla voce di Camisasca allora ancora legata alla tradizione del pop inglese ma per l’epoca assolutamente inusuale, splendida nel lato tecnico e nuova nell’esposizione. All’epoca Camisasca aveva avuto contatti sporadici col mondo discografico italiano e conduceva una vita del tutto normale (faceva il muratore) tuttavia quello che colpiva di Camisasca era la consapevolezza della musica come strumento liberatorio e creativo e le sue liriche che esaltavano il suo esistenzialismo in maniera talmente radicale e selvaggio da rappresentare un unicum nel panorama dei cantautori del periodo. Il suo primo LP La Finestra Dentro esce nel 1974 per la Bla Bla ed è un disco che si presenta in perfetta antitesi con gli archetipi dell’epoca, con un’utilizzazione dell’accompagnamento talmente insolita da ferire il concetto stesso di arrangiamento e una ricerca vocale ed estetica che scuoteva in modo geniale la formula del cantautore intimista, tutto preso a raccontare al mondo i suoi fatterelli. Ad accompagnare Camisasca c’è un cast stellare: Battiato (produttore e synth), Lino Capra Vaccina degli Aktuala (percussioni), Maurizio Petrò e Mario Ellepi (chitarre), Gianfranco D’Adda (batteria), Marco Ravasio (violoncello), Pino Massara (tastiere e produzione). Di suo Camisasca ci mette la sua incredibile voce allucinata, estrema eppure tecnicamente ineccepibile capace di passare da sequenze robotiche a urli psicotici, al sussurro: ai più può sembrare una versione italiana di Tim Buckley o del Peter Hammill più apocalittico o ricordare Alan Sorrenti e Claudio Rocchi ma la voce di Camisasca è qualcosa di diverso capace di tenere costantemente l’ascoltatore sotto uno stato di continua minaccia tramite la giustapposizione di climi totalmente discordi. Formalmente l’album è un lavoro di folk d’avanguardia (20 passi avanti rispetto a quelli dell’Incredible String Band), in realtà è un lavoro che si insinua nelle pieghe dell’inconscio attraverso ritmiche etniche, inserti elettronici, atmosfere acustiche e mistiche (John, una visionaria autobiografia), tappeti sonori baroccheggianti che portano in mondi tenebrosi (Scavando Col Badile) e descrivono le turbolenze di un viaggio interiore verso l’ascesi. Un discorso a parte meritano i testi surreali e claustrofobici che marchiano i tormenti autodistruttivi dell’autore (“i topi che corrono nelle vene” di Un Galantuomo”dissonante e ossessiva, le reminiscenze kafkiane di Metamorfosi in cui un uomo tramutato in insetto vola verso un’illusoria libertà, Ho Un Grande Vuoto Nella Testa più soave e pacata). Iscriviti alla newsletter di Musicastrada L’ascetico viaggio verso il divino si conclude nei due brani finali (la solenne e splendida Un Fiume Di Luce, il delirio mistico-psichedelico di Il Regno Dell’Eden) che suggellano l’aspetto terapeutico e simbolico di ogni singola nota e individuano come mai prima di allora una nuova maniera d’intendere il rapporto fisico con lo strumento. Purtroppo quello che il pubblico recepì fu solo l’aspetto appariscente del cantante estroso e paranoico che invece di parlare di amore e pace nel mondo parlava di topi, fantasmi e apparizioni notturne. Nel 1975 Camisasca va in tour partendo dai suoi brani e virando poi verso lunghe improvvisazioni creative; con lui armato di chitarra acustica ed elettrica 12 corde, c’è Lino Capra Vaccina, a volte Roberto Mazza (oboe) e Vincenzo Zitello (arpa). Partecipa anche al progetto collettivo Telaio Magnetico e pubblica due singoli La Musica Muore e Himalaya appartenenti al primo periodo. Poi quasi più nulla: Juri inizia a lavorare nelle scuole insegnando musica per bambini, fa meditazione trascendentale, studia la musica ripetitiva di John Riley passando dalla chitarra all’harmonium, studia l’uso della voce, partecipa alla rassegna milanese Il Terzo Orecchio e canta in Clic e Juke Box di Battiato e in Antico Adagio di Vaccina. Finiti gli anni Settanta prende i voti e diventa monaco benedettino. Uscirà dal chiostro nel 1987 per diventare monaco eremita alle pendici del’Etna. Tornerà alla musica solo nel 1988 con Te Deum una serie di canti gregoriani riarmonizzati ed accompagnati dalle tastiere anticipando la new age italiana. Album di culto ormai quasi introvabile, La Finestra Dentro rimane un episodio eccelso del rock veramente alternativo italiano, colpevole solo di esser stato prodotto in un paese alla periferia della discografia d’autore. leggi anche… L’AMORE PER LA MUSICAMagazineLa Musica è Follia? – Quelli che la Strada: Il concerto di Lewis Floyd Henry a CalcinaiaMagazineE Il Rock Italiano cominciò con un Mantra Li avete sentiti questi? I Ritmo TribaleMagazineVita da Groupie – Letteratura in Musica: “Sto con la band” di Pamela Des BarresMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Ascoltatelo e…buon viaggio! https://www.facebook.com/she.nothing https://www.instagram.com/she.nothing/ https://shenothing.com/ leggi anche… BRUCE SPRINGSTEEN, LA LUCE ALLA FINE DELL’OSCURITA’ – “Darkness on the edge of town”, 30 anni dopo (e qualcosa in più…)MagazineDi Rabbia Melodica. I PerlaneraMagazineLa nuova era dell’alternative rock: i CromosauriMagazineIvano Fossati, il cavaliere di specchiMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. Lucio il marinaio Il “cammino” inesorabile dei The Black Keys Garrincha intervista David Bromberg per WEZ Gli Avengers di Perugia! 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Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui I Died Pretty sono un gruppo australiano di Sidney formatosi nel 1983 su impulso di tre forti personalità: il cantante Ronnie Peno che aggiornava lo shouter blues alla disperazione del post punk, il chitarrista Brett Myers abile a destreggiarsi fra folk rock, garage e new wave, il tastierista Frank Brunetti che riesumava l’organo surf di Ray Manzarek. Con loro inizialmente militava anche Rob Younger il mitico cantante dei conterranei Radio Birdman (che qui suonava la batteria) ma presto il gruppo si assestò in quintetto con Colin Barwick (batteria) e Jonathan Licklitter (basso). Le loro registrazioni iniziali (i due singoli del 1984 Out Of The Unknown e Mirror Blues) erano imbrigliate dagli schematismi psichedelici del dark punk reminiscenti dei mantra dei Suicide (il primo) e delle trenodie dei Velvet Underground (il secondo) i cui funerei psicodrammi ritornano anche in Ambergris (il pezzo forte dell’EP Next To Nothing del 1985). A questo punto, pur mantenendo fermi i tre leader iniziali il gruppo è già mutato con Mark Lock al basso e Chris Welsh alla batteria. Qui inizia la loro stagione maggiore con il coagulo in unico compatto e denso sound che tiene insieme psichedelia, garage rock, folk rock e dark punk. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada L’inno cupo e vibrante di Stoneage Cinderella dal singolo del 1985, il folk-punk evocativo di Blue Sky Day e la teatrale ed enfatica Next To Nothing (un baccanale di organo, tastiere e sax) dal 12” del 1986 fungono da apripista per Free Dirt nel 1986. In quest’album che segna il definitivo abbandono della furia hardcore e l’immersione del gruppo in sonorità più pop ammantate da morbosità psichedeliche viene coniata una nuova forma canzone che è l’epitome dello spleen esistenziale della metà degli anni Ottanta (fin dalla copertina: una foto in bianco e nero dell’arido e desolato outback australiano), concentrando in unico prodotto il folk rock metafisico di Bob Dylan nella morbosa liturgia di Life To Go, la ballata disperata e maledetta di Gram Parsons (il country roots di Through Another Door) e gli oscuri cerimoniali dei Velvet Underground (le torbide e ossessive sonate di Round And Round e The 2000 Yaer Old Murder) e soprattutto dei Doors (lo psicodramma di Just Skin). Qua e là la melodia folk e l’impeto del punk si mescolano e si autoalimentano (la stralunata Laughing Boy) fino a pervenire addirittura a un contorno pittoresco di quadriglie scapestrate alla Holy Modal Rounders in Wig Out. A dare una mano intervengono come ospiti Tim Fagan (sax), Graham Lee (pedal steel guitar), Louis Tillett (piano), John Papanis (mandolino), Julian Watchorn (violino).Tutto il materiale è maneggiato con cura e destrezza da un gruppo che sembra aver trovato in quei soli 10 pezzi una sintesi di generi, una metafora della disperazione non ignara delle litanie di Patti Smith e dei melodrammi di Bruce Springsteen e un momento irripetibile della loro carriera. Salvo qualche altra sparuta testimonianza della loro arte, i Died Pretty non si ripeteranno mai più a questi livelli leggi anche… Pistoia Blues Festival alla soglia dei quaranta ma sempre sulla cresta dell’ondaMagazineNote calde dal gelo del Nord: i MotorpshycoMagazineTreni e trenini – Life on MARRSMagazineIl Suono del Surf – Fuoriusciti: “Family Tree” di Frankie ChavezMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. 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Entrambi, il primo da sempre sul palco, l’altro dapprima “sotto” come spettatore e poi “dietro” in qualità di promoter, rappresentano quello che la filiera musicale deve essere.Il musicista crea la Musica, si proprio con la “M” maiuscola, e l’appassionato ne usufruisce come semplice ascoltatore ma spesso diventa esso stesso un divulgatore.Questa alchimia quando funziona nel modo giusto crea una magia unica che solo la chi ama la musica può capire fino in fondo.David Bromberg è stato protagonista di un concerto memorabile, sia per l’esibizione che per il luogo.Il 23 Luglio 2019 a Calcinaia, si, avete capito bene, e lo ripetiamo a Calcinaia, si è esibito col suo quintetto un musicista che nella sua quarantennale carriera ha suonato con Jerry Jeff Walker, Willie Nelson, Jorma Kaukonen, Jerry Garcia, Rusty Evans (The Deep) e Bob Dylan e che scritto “The Holdup” con George Harrison e che nel 2008 è stato nominato per un Grammy Award. A Calcinaia…Potevamo non intervistarlo?E chi se non uno dei sui più grandi fan poteva farlo? Sostieni WEZ - Dona con PayPal - Clicca qui David Bromberg ha appena fatto la prima dose del vaccino anti-Covid e sta benissimo! Al momento non vive a NY ma a Bloomington in Delaware ma pensa di ritornare a NY prima o poi. David si ricorda di aver suonato al Musicastrada Festival due anni fa… Come tutti anche lui è fermo nell’attività concertistica e ha solo fatto qualche livestream. L’intervista è condotta da Carlo “Garrincha” Spinelli, organizzatore di concerti dagli anni 80 e grande appassionato di musica. Carlo si introduce ricordando che ha conosciuto la musica di David grazie alle bellissime recensioni del Mucchio Sevalggio e di Buscadero. Le sue canzoni “The New Lee Highway Blues” e “Spanish Johnny” sono state la colonna sonora di lunghi viaggi in macchina durante tutta un’estate. David ha scritto e composto ““The New Lee Highway Blues” mentre “Spanish Johnny” è stata scritta da Paul Siebel suo grande amico oltre che grande artista, nato nel suo stesso giorno, coincidenza che ha reso ancora più forte la loro amicizia. ———————— Carlo “Garrincha” Spinelli: “Hai iniziato la tua carriera solista nei primi anni ’70 suonando tutti quei generi di musica che qualcuno adesso chiama Americana. Nel tuo ultimo album riprendi “Dehlia” che è presente anche nel tuo primo album. Puoi dirci come è cambiato questo mondo musicale, che tra l’altro amiamo molto da allora? David Bromberg: “Dehlia” era un pezzo che suonavo soprattutto dal vivo, da solo. Nel primo album era stata incisa con un altro chitarrista ma io amavo soprattutto la versione live. Poi con il nuovo album ho avuto la possibilità di registrarla nuovamente con altri musicisti e mi è piaciuta molto questa versione. Per quanto riguarda il genere Americana, questo è un termine che non esisteva prima e che comunque, al momento che è venuto fuori ho subito capito che la mia musica non apparteneva a questo genere, molto western e non così country. Carlo “Garrincha” Spinelli: Le tue canzoni nella prima parte della carriera erano gioielli artigianali anche se non destinati ad un pubblico di massa. Hai anche collaborato con star come Bob Dylan e George Harrison che invece erano vere e proprie star. Quale era la differenza di approccio nella registrazione e arrangiamento produzione fra voi? David Bromberg: La differenza sta nel modo in cui si imparano le cose e io sono una persona che impara facilmente e anche se cerco di copiare la stessa cosa sarà completamente diversa dal suono originale così ho capito che dovevo fare quello che volevo ad ogni costo, anche se ciò può sembrare egocentrico.  Comunque mi state facendo delle domande molto interessanti, nelle interviste ho sempre paura che mi vengano fatte delle domande banali, come ad esempio “quando ripensi alla tua carriera.? La mia risposta è “io non ripenso alla mia carriera”. Carlo “Garrincha” Spinelli: E’ vero che la tua esibizione a “Isle of Wight Festival “ nel 1970 non era stata programmata? Come è stata quindi possibile la tua esibizione e poi la registrazione sull’album? David Bromberg: E’ stato per caso. Io ero al Festival dell’isola di Wight come chitarrista e suonavo con Rosalie. Però ci furono dei problemi legati al fatto che molti forzarono le transenne per entrare gratis come si usava ai tempi. Questo è il tipo di pubblico molto difficile da gestire e Rosalie che faceva uno spettacolo molto intimo non riuscì a reggere il momento e di fronte a una platea così agitata mi chiese di suonare qualcosa di più divertente. Così io davanti a un pubblico così agitato e difficile suonai “Bullfrog Blues” e piacque a tutti. Rosalie riuscì così a finire il concerto e il promoter mi chiese di suonare, al tramonto, per un’ora. E il tramonto era il momento migliore e io mi trovai davanti a una moltitudine di persone che mi chiedeva il bis e che mi apprezzava. Era la prima volta che avevo un pubblico di più di 50 persone, suonando per più di un’ora. Credo che sia stata l’ora più bella della mia vita. Ero un eroe per loro, e il promoter disse a tutti che il giorno dopo avrei fatto un altro concerto.. il che non era vero perché il giorno dopo sarei stato da un’ altro parte. C’erano circa 500.000 persone forse di più, ma ho solo recentemente ho ritrovato qualcuno che era lì e che si ricordava del concerto, il che è veramente una stranezza. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Carlo “Garrincha” Spinelli: I tuoi ultimi dischi, dopo la lunga pausa come “Use me”, “ Slighlty Mad” “The Blues” non sembrano gioielli artigianali, sono gioielli e basta. E’ cambiato qualcosa nell’approccio a arrangiare e registrare? David Bromberg: A dire la verità no, non ho cambiato niente. Ho sempre fatto ciò che volevo, anche perché le case discografiche non riponevano molte speranze sui miei album, sapevano che non ci avrebbero  fatto i soldi e che il mio valore era dovuto al fatto che io non ero come gli altri. Quindi ho sempre fatto come volevo, in tutte le cose. Carlo “Garrincha” Spinelli: In “Use me” come hai convinto tutti questi ospiti importanti? Chi di loro ti ha soddisfatto di più? David Bromberg: La ragione è nel titolo stesso “Use me”. Ho chiesto a questi artisti di scrivere qualcosa per me in modo che io l’avrei suonata. Alcuni di questi non li conoscevo neanche ma sapevo che apprezzavano la mia musica così li ho contattati, e anche se non io non me l’aspettavo mi hanno tutti risposta positivamente. Carlo “Garrincha” Spinelli: Hai avuto una lunghissima carriera. Hai suonato insieme ai più grandi artisti, ti sei fermato 20 anni . E al ritorno hai prodotto forse i tuoi dischi più belli . Ti diverti ancora a suonare? David Bromberg: Certo che mi diverto! Tantissimo! L’unica ragione per cui mi sono fermato è stata proprio perché in quel periodo non mi divertivo. Mi sono fermato per 22 anni, e non ho quasi più toccato la chitarra. Quando mi sono trasferito a Bloomington, il sindaco, grande appassionato di musica, mi ha chiesto se volevo creare qualcosa in ambito musicale. E l’unica cosa che mi sentivo di fare era di organizzare una jam session. E così feci, una acustica e una elettrica. Durante queste sessioni alcuni musicisti molto validi, che mi conoscevano anche prima e mi hanno chiesto di suonare con loro. E io ho iniziato a divertirmi nuovamente. E poi il producer di mia moglie mi ha convinto a fare un nuovo disco. Davide Mancini: Un’ultima domanda. Credi che ci sia un momento in cui è meglio decidere di fermarsi? Forse quando la musica diventa troppo un lavoro e non è più una passione? David Bromberg: Si forse. Solo che io penso di non aver agito consapevolmente. Ripensandoci forse avrei fatto meglio a prendermi una vacanza di 6 mesi, 9 mesi per rilassarmi. Io ho pensato solo che era giunto il momento di lasciare la musica e che fosse giusto farlo. Ci sono alcuni artisti che si trascinano sul palco, e sono solo una copia di loro stessi. Non potevo essere come loro. A me piace improvvisare sul palco, i musicisti che suonano con me lo sanno. Non ci sono le set list e nessuno può chiedermi di fare diversamente. 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Credo che per un appassionato di musica, regali così si sognano la notte dormendo o di giorno ad occhi aperti quando capiti in qualche negozio di HI Fi, dove entri per fare le solite due o tre domande di rito fino alla quarta, fatidica, del prezzo. Alla cui risposta tiri fuori un bel…”mah! Ci devo pensare un attimo comunque sembra un’affare!!!” Dopodichè torni bruscamente alla realtà… Comunque, rimesso in sesto il giradischi (dopo varie settimane di peripezie tra un presunto tecnico ed un’altro che hanno risolto solo in parte i vecchi problemi) passo alla fase 2…metto un disco (“Argus” dei Wishbone Ash ndr), uno delle centinaia che fino ad una quindicina di anni fa ancora compravo e… …mi fermo… …nel senso che mi metto fisicamente a sedere ad ascoltare, e mentalmente in pausa da tutto il resto, avvolto da tanto suono, da tanto calore, che quasi non mi aspettavo più. Voglio dire, che anch’io come sospetto la maggior parte di noi, venivo da anni di “ascolto sbagliato” e quindi IPod o altri lettori Mp3 in cuffia, CD in auto od in casa su impianti da quattro soldi ascoltati mentre faccio altre cose o ancora peggio…dalle casse del computer (che tristezza)… Non ho la televisione ma sono sicuro che tanti la usano a mo’ di impianto alta fedeltà. Immaginate che le vostre orecchie per 15 o forse più anni abbiano sentito un suono digitale (e quindi fondamentalmente una successione di numeri) e ad un tratto vengono “sturate” da un suono vero, analogico, da quello scricchiolio che per tanti anni ci ha accompagnato nei nostri sogni di appassionati o aspiranti musicisti. L’effetto è un misto di piacere fisico/mentale insieme alla sensazione del riscoprire un qualcosa di buono, di positivo, di piacevole, di sano che fondamentalmente ci appartiene  e che già conoscevamo ma che per praticità, per pigrizia eravamo stati quasi obbligati a dimenticare. E sottolineo obbligati. Come ho detto all’inizio non voglio fare il solito “piagnisteo” e dire ed affermare che il vinile è meglio. Mi sento però di poter affermare due cose fondamentali e molto importanti 1. Il Vinile è diverso. Il CD ha una sua praticità ed un suo suono, l’MP3 è comodo e ti consente di portare in giro un quantitativo enorme di musica, cosa che prima era impossibile, quindi, usati con cervello sono entrambi utili ad accrescere le nostre conoscenze musicali. Ma il vinile è proprio diverso nell’approccio…non si tratta di stimolare solo l’udito perché ascoltando un vinile si solletica anche la vista guardando le bellissime copertine e tutti i poster/cartoline allegati, e l’olfatto annusando quell’odore di antico, quel dolciastro di cartone che ha preso un po’ d’umido, e il tatto sentendo tra le mani il peso e la consistenza del disco e della copertina (stando bene attendi a prenderlo con il medio nel buco e il pollice sul bordo allargando la mano quel tanto per evitare di toccare i solchi) ed io ci metto anche il gusto… …si perché “quel suono” mi obbliga a stare e seduto e se sto seduto mi viene spontaneo riempirmi il bicchiere di vino…Che volete farci, c’ho di questi vizi. Adesso provate a fare tutto ciò con un lettore MP3 o con un CD!!! 2. ci si può appassionare alla musica sentendo un suono che non corrisponde a quello reale, a quello che si sente in un concerto?…e di conseguenza andrò mai a vedere un concerto se sono cresciuto con quel suono nelle orecchie? Meditate… …aspetto le vostre considerazioni in merito… P.s.: complice della mia riscoperta è stato uno di quei negozi che vendono cianfrusaglie usate, dove, alla esorbitante cifra di 13 Euri (si plurale…) ho comprato 7 dischi, in ottimo stato, di Gordon Lightfoot, Jesse Colin Young, Joni Mitchell, Loggins & Messina, due di Bonnie Raitt, John Martyn ed altri due li ho trovati in un mercatino (Carole King e Blood Sweat & Tears). [...] TUTTE LE RUBRICHE TOP FIVE | LETTERATURA IN MUSICA | STORIE DI MUSICI E MUSICA | VIA COL VENTO | OK IL PEZZO E’ GIUSTO | LI AVETE SENTITI QUESTI | BAND A CONFRONTO | LE PEGGIORI MAI SENTITE | PENSIERI IN MUSICA | CONSIGLI PER L’ASCOLTO | SARANNO FAMOSI? | LA PAROLA AI MUSICISTI | IO C’ERO | IO CI SARO’ | IL DIARIO DI MUSICASTRADA | DISCOVERY | FUORIUSCITI | LIFE ON MARRS | MIGLIORARE SUL LUNGO PERIODO | LO SAPEVATE? | DIETRO LE QUINTE CON ascolta Un assaggio dalla selezione settimanale di Gianluca De Vito Franceschi Messages From The Resonator by Globular & Geoglyph Iscriviti alla newsletter di Musicastrada news musicastrada “Yemule Muladdiwen” fuori il secondo singolo dei Fanfara Station Musicastrada Gospel Festival 2021: il 20 e 21 dicembre il Gospel arriva nei borghi toscani Musicastrada al Womex dal 23 al 31 Ottobre 2021 a Porto Portogallo E’uscito “NAGRAN” nuovo singolo dei Fanfara Station Musicastrada Festival 2021 dal 14 Luglio all’8 Agosto in Toscana In arrivo WEZ la webzine di musicastrada musica pensieri parole in libertà! 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