THE VOCALISTS’ VOCALIST

di Massimo Giannini

Se provaste a chiedere a Rod Stewart, o a Joe Cocker o Robert Plant (per dire), chi fosse il loro cantante preferito, la risposta sarebbe invariabilmente una: Paul Rodgers.
Recentemente l’autorevole mensile inglese Classic Rock Magazine, in una monumentale classifica dei 50 più grandi cantanti della storia del rock, ha posto l’ex frontman dei Free al secondo posto, alle spalle dell’icona Freddy Mercury e davanti a gente come gli stessi Plant, Stewart e Gillan.
Una voce grezza ed aristocratica allo stesso tempo, uno straordinario feeling negroide ed una presenza sul palco unica, sono solo alcuni degli aspetti della luminosa vicenda artistica di Rodgers, che ha influenzato e continua ad influenzare, una foltissima schiera di cantanti.
Il vocalist di Middlesbrough ha solo 19 anni quando si unisce ai coetanei Paul Kossoff e Simon Kirke (dai Black Cat Bones) ed all’addirittura sedicenne Andy Fraser, reduce da un paio di mesi passati nei Bluesbreakers di John Mayall. Sotto l’ala protettiva di Alexis Korner, i quattro iniziano una breve, intensa, turbolenta, leggendaria carriera, destinata a lasciare un segno indelebile nellla storia del rock blues. I Free (nome scelto dallo stesso Korner) in soli cinque anni e sette albums, fra rotture, litigi, crisi e riconciliazioni, fanno in tempo a regalare al rock esibizioni memorabili, anthems immortali (All Right Now, Mr. Big, Wishing Well) e i talenti inarrivabili di Andy Fraser, il bassista più sottovalutato della storia del rock, del compianto Paul Kossoff e, ca va sans dire, di Paul Rodgers. I Free sarebbero potuti veramente diventare la più grande rock’n’roll band del pianeta, ma come ha recentemente dichiarato lo stesso Rodgers: “Eravamo praticamente dei bambini”.
Quando il gruppo si sciolse, Paul aveva appena 24 anni e già una schiera di “piccoli fans” destinati a grandi glorie: Paul Stanley dei Kiss, Rob Halford dei Judas Priest, Lou Gramm dei Foreigner, solo per citare tre fra le stars che hanno dichiarato di voler diventare cantanti rock dopo aver sentito cantare Rodgers.
Finita l’avventura Free, Rodgers fonda il supergruppo Bad Company con Mick Ralphs dai Mott The Hoople e Boz Burrell dei King Crimson, oltre al fido Simon Kirke. Esperienza meno innovativa e seminale dei Free, il nuovo quartetto serve ad affinare ulteriormente il talento compositivo di Rodgers, oltre che ad imporlo come una delle icone rock degli anni 70, con brani come “I Can’t Get Enough” e “God Lovin’ Gone Bad”.
A questo proposito, si pensi al film “Almost Famous” di Cameron Crowe, nel quale il regista (ex critico musicale di Rolling Stone), per tratteggiare la figura del cantante solista della band protagonista, gli Stillwater, praticamente fa dell’attore Jason Lee un sosia di Paul Rodgers.
L’enorme considerazione di cui gode Rodgers lo porta a collaborare con personaggi quali Jimmy Page, Neal Schon e Brian May, amico di vecchia data.
Proprio l’amicizia con il chitarrista dei Queen, porta Paul ad accettare la – inizialmente – discussa liason  Queen + Paul Rodgers. Anche se i puri e duri fans del nostro eroe non hanno visto di buon occhio l’operazione, Rodgers, dall’alto della sua imponente personalità, è riuscito nel non facile compito di reinterpretare al meglio brani così fortemente caratterizzati dalla vocalità di Freddie Mercury. Due trionfali tournees mondiali hanno convinto anche i più scettici, a parte, ovviamente, alcuni supponenenti critici italiani.
Splendido sessantente, per dirla con Moretti, voce sempre straordinaria, ancora tamarro al punto giusto, Paul è ancora in giro con una giovane band ad infuocare il pubblico con i suoi hit immortali.
I suoi fans di oggi?
Beh, Beyoncè, Jack Johnson, Christina  Aguilera, Ray LaMontagne.
Scusate se è poco.