Tonno, normalità in controtendenza: intervista semiseria alla band emergente di Firenze

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Tonno, normalità in controtendenza: intervista semiseria alla band emergente di Firenze

A cura di Lukas Bernardini

Scrivere dei Tonno non è cosa semplice, si rischia sempre di sembrare banali. Intervistarli, poi, diventa davvero un’insidia. Perché i Tonno, oltre ad essere una band, sono un brand, una filosofia, un linguaggio costituito da parole quanto da immagini. A partire dal loro logo, un vecchio game boy a forma di T rovesciata, sempre che non venga scambiato per una croce. Che per altro è capitato, concerto annullato per sospetto satanismo.

Giusto per chiarire le cose i Tonno hanno poi tirato fuori il singolo “Quando ero satanista” con tanto di video demoniaco.
Il linguaggio dei Tonno, in particolare quello con cui si esprimono sui social, è caustico, surreale, a volte incomprensibile. Moderno, ma in linea con la tradizione della comicità fiorentina, si respira l’aria di quel parcheggio di Scandicci citato nel brano VHS.

Ma altrettanto importante nella loro comunicazione è il linguaggio visivo, creato da Alessio, bassista e cantante, vero frontman e autore principale della band, dotato anche di ottime capacità come grafico. Basti guardare il video di Fettine Panate, uno dei loro brani più popolari, in cui un’animazione bislacca in bianco e nero, su uno sfondo di quel verde distintivo che ricorda tanto la preistoria dell’era digitale, dà vita ad un inquietante Fabio Fazio (Fabio Dazio) in una irresistibile parodia di “Che tempo che fa” (anzi: Che teNpo che fa) che vede i Tonno come gruppo ospite.

I Tonno sembrano esistere in un mondo distopico e distorto, rinchiuso in un vecchio televisore dal segnale perennemente disturbato.
Ma quel che conta di più è che sono musicisti.
I Tonno sono una band vera, che fa musica originale e che dal vivo spacca.
Oltre ad Alessio ci sono Federico alla batteria, Fabio alla chitarra e Nicolò alla chitarra e al sintetizzatore.
Le canzoni sono accattivanti, potenti, i ritornelli sono efficaci come degl’inni da gridare insieme.
Non sorprende, infatti, che nella loro esibizione al Mi AMI del 2019, a Milano, che per il gruppo è stata una sorta di consacrazione, i ragazzi del pubblico cantassero a squarciagola i testi di pezzi come “VHS” o la già citata “Fettine panate”.
Ma questo capita nella maggior parte dei loro concerti. Grazie anche agli arrangiamenti. Il gruppo è nato alla facoltà di architettura di Firenze, che tre dei componenti hanno frequentato. E in effetti pare di sentire nei loro brani, o meglio, nella loro costruzione, un approccio che tradisce quegli studi.
Note semplici che fungono da colonna portante su cui appoggiare trame di batteria potenti e complesse, e chitarre essenziali, con un’intensità che tende sempre a crescere senza mai far vacillare l’edificio. Il tutto sapientemente dosato (nell’ultimo singolo “Ragazza bonsai” la batteria è addirittura assente) e coadiuvato da leggere pennellate di synth. La voce di Alessio, un urlo controllato capace di graffi come di carezze, siede come un tetto su tutta la struttura. Testi mai banali che dietro a una apparente spensieratezza spesso nascondono delle riflessioni più profonde. Riguardo al genere musicale, forse è meglio chiedere a loro (nella fattispecie a Nicolò Stohrer, portavoce per questa intervista, chitarra e tastiere dei Tonno):

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Che genere di musica fanno i Tonno?

Da quando Tonno è nato ci siamo sempre divertiti tra noi a sparare la definizione più calzante riguardo al genere che facevamo, passando dal noise pop a mille altri generi e sotto generi inventati sul momento. Ormai però ci siamo arresi all’evidenza: noi suoniamo musica normale con l’obiettivo finale, ormai non troppo segreto, di fare musica banale.

Quali sono i vostri ascolti e quanto hanno influito sulla genesi della vostra musica?

E’ difficile dirlo di preciso perché tutti e 4 proveniamo da esperienze e ascolti molto diversi. Ciononostante direi che il cantautorato italiano (da Gaetano a Battisti) e a un po’ tutta la musica che ascoltavamo/vedevamo da infanti e adolescenti su MTV (dalle T.A.T.U. agli Strokes, tutto davvero) sono le coordinate entro le quali ci muoviamo.

Il 2020 è stato un anno nefasto per la musica in genere, e ha sicuramente tagliato le gambe alle band emergenti più che agli artisti già affermati. Siete fra i gruppi che sono riusciti comunque ad esibirsi e avete pubblicato il vostro primo album “Quando ero satanista”, da cui è stato tratto, oltre al brano omonimo, il singolo “Ragazza bonsai”, di cui avete anche realizzato un bellissimo video. Come è stata la vostra estate, potete raccontarcela in poche parole? I migliori momenti come band?

Beh la nostra estate è stata, come penso un po’ per tutti, molto strana: combattuti tra il voler spaccare il mondo (dopo aver pubblicato il primo album penso sia normale) e il poterlo fare ma in determinati orari, ad una giusta distanza, solo con parenti e conoscenti, ecc… Di sicuro il momento per me più significativo è stato la ripresa dei Live con due concerti a fine agosto: uno a Milano all’Idroscalo con i Giallorenzo, Dente e i Tre Allegri Ragazzi Morti, primo vero concerto con tanto pubblico in un’atmosfera piacevole ma un po’ surreale tra distanziamenti e grosse limitazioni su un palco galleggiante; l’altro, il giorno seguente, in solitario a Montelupo Fiorentino su un piccolo palco e poca gente ma tutti carichissimi. Due esperienze opposte ma che di sicuro ci hanno ricaricato dopo tutti quei mesi bloccati in casa.

Eravate Satanisti?

Chiaramente…

Un brano che ho sempre amato del vostro primo demo si chiama “Le cose meno importanti”. Un testo all’apparenza semplice, leggero, eppure io ci trovo una riflessione sull’incomunicabilità fra le persone. Una promessa fatta a una ragazza: “ci diremo soltanto le cose meno importanti”. Che diventa una pegno d’amore, non ti ammorberò con discorsi seri e argomenti profondi, perché mi piaci e voglio piacerti anche io. Parliamo del nulla e forse riusciremo anche ad amarci. È un’interpretazione corretta? Avete altro da aggiungere?

L’interpretazione è correttissima soprattutto perché è una delle tante possibili: i testi di Alessio (scritti e spesso improvvisati in lunghe e intense prove) sono aperti a molteplici chiavi di lettura, può essere una storia d’amore come una storia di una bella amicizia. Di sicuro in questo specifico caso l’incomunicabilità è il tema generale della canzone. Ma potrebbe anche essere…

Il suoni del synth sembrano avere un filo diretto con l’immagine grafica del gruppo. Di che strumento si tratta?

È una Casiotone MT 100, una piccola chicca degli anni 80 scoperta grazie al forte Cioni.

In VHS, sempre dal primo demo, il testo fa riferimento al 25 Aprile ed al 1 Maggio. Entrambi indicati come data di nascita (di Alessio? Dei Tonno?). Potete spiegarlo? Perché siete nati a sedici anni e morti a diciassette?

Anche in questo caso vale il discorso fatto per “le cose meno importanti”. Io associo la “nascita” e la “morte” descritte in questa canzone banalmente alle esperienze che da adolescenti ti fanno sentire vivo o morto: chi non si è mai sentito vivo il 25 aprile (magari ad una festa) e morto al concerto del primo Maggio? Oppure, chi non si è mai sentito rinascere a 16 anni perché ha conosciuto la ragazza/ragazzo della vita e morto dopo nemmeno un anno perché la storia è già finita? Insomma è più un modo per descrivere l’intensità con cui si vive qualsiasi esperienza da adolescenti.

In “Ragazza bonsai” il testo dice: “mentre piango dentro al ramen”. Quanto tempo c’è voluto a finire quel ramen?

Parecchio tempo ahahahah! Siamo un po’ dei sentimentali.

Posto che nel video di “Quando ero satanista” il ragazzo con le corna sei tu, l’altro chi è? Come l’avete rimediato quel carro funebre vintage? Di che anno è?

L’altro ragazzo è Domenico Giovane, ex coinquilino di Federico e vero e proprio prototipo dell’ex Satanista. Il carro funebre è invece un dono di Peppe Vetrano, Caronte nel video, che si diverte così, comprando e tirando a lustro carri funebri (anche lui un po’ satanista lo è eheheheheh). Se non ricordo male dovrebbe essere una macchina degli anni 50-60 ma non vorrei spararla grossa che poi Peppe mi tira.

Quanto entra la città di Firenze nella vostra musica? E nella vostra vita?

Beh, parecchio: ci siamo conosciuti e siamo nati come gruppo a Firenze e anche se non tutti viviamo lì rimane comunque il nostro baricentro. Magari nei testi non ci sono troppi riferimenti che riconducono a questa città ma rimane comunque fondamentale il suo ambiente nel processo che ci porta a buttare giù i pezzi, nel bene e nel male (in particolare modo i vinelli della Sosta dei Papi).

Non faccio domande sui progetti futuri, mi sembra una questione troppo legata a contingenze che non dipendono dai Tonno, né dalla Woodworm, loro etichetta.
Il disco è già fatto, il futuro è nei concerti che serviranno a promuoverlo.
Il resto, come per tutti, è solo attesa.
Grazie ai Tonno e lunga vita alla musica.

https://www.facebook.com/ragazzabonsai/

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