Un folle folletto Io c’ero il concerto di Adam Green al Circolo Randal di Sestri Levante

Un folle folletto Io c’ero il concerto di Adam Green al Circolo Randal di Sestri Levante

La genialità è merce rarissima da trovare, ma quando si manifesta in tutta la sua potenzialità espressiva, si nota o, come nel caso di Adam Green, si fa notare.

Con qualche ritornello ben impresso nella mente, un serbatoio semivuoto e un bagagliaio carico di curiosità, tre moschettieri della redazione di Musicastrada hanno sfidato le intemperie e raggiunto impavidi un quartiere non ben precisato della bella Sestri.

Parcheggione semideserto e piena zona industriale. Il concerto inizialmente previsto al teatro Arena Conchiglia era stato spostato per motivi meteorologici al Circolo Randal.

Ad accoglierci tra spire di vento e ad una temperatura a dir poco frizzante gli organizzatori del Mojotic Festival 2013 che comprende anche l’imperdibile evento della Silent Disco. Ci è bastato dare uno sguardo al cartellone della rassegna per capire che i ragazzi Mojotic di musica ne “masticano”. Una sensazione piacevole e rassicurante che ci ha accompagnati verso l’ingresso.

Il Circolo Randal è un locale molto piccolo fornito di un iperattivo banco bar che ha l’enorme pregio di offrire, considerate le sue ristrette dimensioni, un contatto quasi diretto con gli artisti.

Non stupisce allora che improvvisamente dalla porta principale del locale appaia proprio Adam Green con tutta la sua band al seguito. Cappello stile mandriano della maremma, pantaloni rosso fiammante e camicia a quadri in pieno stile folk, barba e capelli da “Gesù moderno” e un’espressione divertita e trasognata sul volto.

Le premesse per un grande concerto ci sono tutte. Basta avere fede.

Prima però sul palco del Randal si manifestano gli Hot Gossip, formazione italiana che annovera tra le sue fila anche Francesco Mandelli, più noto come il “Nongio”, ovvero come l’interprete di Ruggiero dei Soliti Idioti.

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Gli Hot Gossip, milanesi purosangue, cominciano a sciorinare un noise-rock non trascendentale. Stupisce soprattutto la strana amalgama del gruppo con i vari elementi che sembrano scelti secondo un campione casuale di giovani aspiranti musicisti, tanto differiscono per stile e modo di stare sul palco. Un effetto che pare ripercuotersi anche sulla linea melodica della band, con individualismi che emergono (ad esclusione di Francesco Mandelli di cui si nota appena la presenza sia fisica che musicale) sull’insieme. Insomma si percepisce nitidamente il genere della band, ma non ci sono canzoni che spiccano per intensità o genialità.

Elemento che invece non fa difetto ad Adam Green. Lo si capisce immediatamente, basta vederlo salire sul palco. Il cantautore newyorkese è un affabile istrione. La sua voce è penetrante ed il suo portamento è un misto tra quello di Drugo, il protagonista del “Grande Lebowsky”, ed un ballerino autodidatta radiato a vita dal Bolshoi.

Cerca subito di conquistarsi il pubblico del locale (non da “tutto esaurito” ma estremamente caloroso e coinvolto), pronunciando in uno splendido italiano parole come “Appennino”, “Papà Mario” (nessuno ha mai scoperto a chi si riferisse, si vocifera però di un omonimo ristorante di Sestri), “Spaghetti” e più in generale tutte quelle che nel corso della serate vengono suggerite dalla platea.

I suoi pezzi sono un concentrato (durano tutti infatti poco più di due/tre minuti) formidabile di spensieratezza e vivacità anche quando assumono toni più cupi. Il suo stile è un morbido folk-pop che ammalia e trascina.

Adam Green accompagna ogni nota con movimenti molto sciolti, più suadenti di quelli di Bugo, ma altrettanto “invasati”. L’idea è quella di un cantante a cui abbiamo sfilato la spina dorsale e che, proprio grazie a questa manifesta menomanza, riesce a muoversi sul palco in maniera assolutamente disarticolata ma altrettanto efficace.

Ogni melodia ha un suo passo, ogni refrain il suo particolare coinvolgimento. Green pesca in tutto il suo repertorio, dagli esordi con l’ipnotica “Dance With Me” (Garfield) alla circolare “Cigarettes Burns Forever” (Minor Love). Già perché il buon Adam, 32 anni appena compiuti, ha già all’attivo qualcosa come 7 album da solista a cui occorre sommare i 2 antecedenti con i Moldy Peaches e soprattutto l’ultimo disco, quello realizzato in coppia con Binki Shapiro (Adam Green & Binki Shapiro) che l’ha consacrato al “grande pubblico”.

Insomma ogni pezzo è uno spettacolo e se durante “Tropical Island” (la canzona più serena e vacanziera che possiate immaginare) il cantautore newyorkese si trasforma in un perfetto indigeno hawaiano, l’irrefrenabile Green si concede il lusso di liquidare la band, imbracciare la chitarra, zittire il pubblico per eseguire in acustico e SENZA microfono “The Prince’s Bed”. Mandelli (il Nongio) si affaccia estasiato dal camerino, gli ascoltatori sono in visibilio. Durante ogni esibizione Adam Green, stringe mani, sorride a battute che evidentemente non capisce, beve come un forsennato e poi da vero incosciente folle folletto si lancia letteralmente sul pubblico.

Ora, una cosa è lanciarsi sul pubblico quando si è circondati da 60.000 persone assiepate peggio di sardine vicino alle transenne del palco, altra cosa è fiondarsi su 60 persone che, per quanto rapite, non fanno a gara per montarsi addosso. Di fronte a cotanta generosità il minimo che chiunque possa fare è sorreggerlo e portarlo in trionfo. Io l’ho fatto e vi posso assicurare che era sudatissimo.

Farsi un bagno di solito è rilassante, il “bagno di fan” deve avere effetti controversi, infatti quando viene riportato sul palco, Adam sembra ancor più esaltatoStrega tutti con la hit “Friends of Mine”, spara un energizzante e schizoide “Gemstones” e ancora alterna dialoghi surreali a musica e bevute. Alla fine è impossibile non essere travolti, alla maniera di “Un Mercoledì da Leoni”, dall’onda del “concerto perfetto” che non poteva non chiudersi con la struggente “Jessica” e un’altra canzone chitarra e voce nuda. Si tratta di “Bluebirds” ed è il secondo bis.

Testimoni possono confermarvi che le mie gambette non hanno mai smesso di agitarsi e tenere il tempo di ogni canzone e la cosa ancor più sorprendente, aldilà dell’espressione di beatitudine che avevo dipinta sul volto nel lungo viaggio di ritorno, è il fatto che non vedevo l’ora di essere a casa per ascoltare di nuovo quel folle folletto di Adam Green.

Il mio concerto dell’anno.

Sublime nella sua semplicità.

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