Una sorpresa inaspettata: The Strange Flowers

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Una sorpresa inaspettata: The Strange Flowers

Più che eclettici li definirei caleidoscopici, termine che mi richiama alla mente le immagini, a volte in bianco e nero, di una Gran Bretagna che non ho vissuto per questioni anagrafiche ma che comunque mi è mancata per tutta la vita. Ascoltarli è stato un salto a piè pari dentro una macchina del tempo che mi ha scaraventato al centro di Londra negli anni ‘60, nel cuore pulsante del cambiamento, della creatività, della musica, della sperimentazione continua di nuovi gusti e sonorità. The Strange Flowers, questo il nome della band su cui voglio spendere due parole oggi, sono stati una delle più belle sorprese degli ultimi tempi, davvero qualcosa di inaspettato…

Come accadrà, immagino, a coloro i quali verrà voglia di ascoltarli, mi sono dispiaciuto molto che l’incontro con la loro musica non sia avvenuto anni fa e mi auguro, una volta terminato questo maledetto periodo di impasse che ci coinvolge tutti, di potermeli godere dal vivo.
Considerati tra i migliori nel panorama neo psichedelico mondiale, gli Strange Flowers partono da Pisa, avventurandosi dentro un Bedford van giallo verso i palchi europei, e trovano subito conferma di quanto, con loro, Strano e Affascinante camminino a braccetto. Acclamati da critica e pubblico soprattutto all’estero – visti i testi in lingua inglese -, gli Strange costituiscono la loro prima formazione nel 1987, da Michele Marinò (voce e chitarra), Alessandro Pardini (basso), Maurizio Falciani (batteria) e Giovanni Bruno (chitarra solista). Dopo alcuni demo e diversi eventi live, arrivano spediti come razzi ai primi concerti all’estero (Germania e Svizzera), dove calcano il palco insieme alle band Prime Movers, The Liars e The Stick Rose. Nel 1993 realizzano l’album Music for Astronauts, di cui Rudi Protrudi dei Fuzztones crea la copertina e ne scrive le note, che da seguito a una lunga pausa dovuta al trasferimento del poliedrico Michele Marinò a Boston (tra le altre, medico endocrinologo presso la struttura di Cisanello), che comunque continua a estrapolare dal cappello nuove idee per i progetti futuri con la band. Segue nel 2004 l’ep Accross the river and trough the trees (Edizioni Corrieri Cosmici) e nel 2005 esce l’album Ortoflorovivaistica (Beyond Your Mind Records e Nasoni Record) considerato il più significativo – 8 all’attivo – sebbene tutti di grande valore “ma riservati”, a detta della grande catena discografica, “ad un pubblico di élite”, affermazione su cui voglio dissentire… mi perdoneranno “i grandi”. È del 2007, invece, l’album The imaginary space travel of the naked monkeys.

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Sono vari i “cambi” nel cammino della band e, non me ne voglia chi vive un matrimonio felice dopo oltre trent’anni, a me pare anche piuttosto normale. È infatti la nuova line-up a realizzare, nel 2008, l’album Aeroplanes in the backyard (Teen Sounds Records), che riscuote un ulteriore forte successo. Figure fondamentali per l’attività della band divengono la fotografa e video-maker Giulia Altobelli, Pierpaolo Magnani e il tecnico Maurizio Rosoni.
Viene alla luce nel 2009 Vagina Mother (Go Down Records) prodotto da Federico Guglielmi, che annovera una curiosa cover della canzone Hollywood di Madonna, preceduto dal video di A Rose in your mouth, realizzato da Giulia Altobelli con l’attore pisano Paolo Giommarelli. Seguono gli album The Grace of Losers, autoprodotto e considerato uno dei lavori migliori, e Pearls at swine, (Area Pirata Records), che riceve ancora forti consensi da parte di critica e pubblico.
Il 2 aprile di questo anno infausto esce il loro ultimo album Song For Imaginary Movies, e come tutti noi impatta con il Covid-19… distribuzione ritardata e tanto malumore, ma il disco riceve subito ottime recensioni, con l’anteprima del video “Blue” sulla rivista Rumore. A conferma di quanto detto e nella speranza di avervi incuriositi un po’, termino con alcune recensioni di chi, come me, ha sentito addosso il profumo inebriante di questi strani fiori:

Corriere della Sera: «Aprite la finestra quando ascoltate queste canzoni perché è musica che ha bisogno di spazio, si espande, occupa la stanza».
Venerdì di Repubblica: «30 anni di musica allucinata riletti con allegra (in)coscienza»

Rumore: «una delle band più visionarie e credibili della ormai poco viva scena psichedelica italiana».

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Per noi fare musica è come espletare funzioni fisiologiche: è come mangiare, respirare e fare all’amore. È diventata per noi la cosa più naturale da fare. Ci siamo dedicati totalmente a quella cosa che consideriamo alla stregua di una divinità, e se ti metti a sua piena disposizione, l’ispirazione e la prolificità possono davvero essere senza limiti”.È stato il paradosso e il calore che emanano, a farmi innamorare del loro sound… dalle gelide temperature della Norvegia infatti non esiste niente in grado di scaldare di più della passione dei Motorpshyco.Bent Saether voce e basso (produce la maggior parte dei loro testi), Hans Magnus “Snah” Ryan alla chitarra e il batterista Hakon Gebhardt che ha lasciato il testimone a Kenneth Kapstad nel 2008 – sono i membri della band nei primi anni ’90, tempo in cui, oltreoceano, il fermento del post-core e del grunge insieme al clamore del death-metal stanno mettendo in subbuglio il modo di intendere e fare musica.E’ in questo periodo che la band di Trondheim inizia a far parlare di sé proponendo un suono sfaccettato fino all’inverosimile, la cui anima si leva in alto in nome della sperimentazione, dando corpo alla loro spiccata personalità… così, le abili digressioni strumentali dal timbro psichedelico si mescolano alle sonorità più graffianti del metal e del grunge, in un amalgama clamoroso che è un universo sonoro policromo, di cui fanno parte gli echi vivissimi degli Who, dei Sonich Youth, dei Pink Floyd e dei Dinosaur Jr, gruppi che hanno impattato in maniera importante nella grammatura del rock dei Motorpshyco.Vero è che i primi passi del trio denotano alcune incertezze, come la bassa qualità di missaggio ed un suono impregnato dalle forme di hardcore che hanno rappresentato gli ultimi dieci anni, ma altresì l’impronta magmatica e pesante del loro suono è un iceberg che emerge imponente e luminoso dalle acque profonde. Iscriviti alla newsletter di Musicastrada Nel quinquennio tra il ‘93 e il ’98, il trio estrapola dal cilindro un capolavoro dopo l’altro: sullo start con Demon Box, l’esuberante “scatola” che raccoglie trent’anni di rock tra metal, psichedelia, folk e ballate indie, a cui segue Timothy’s Monster, un doppio disco che esalta le migliorate qualità tecniche, ed i successivi Blissard, Angels and daemon at play, e Trust us, seconda prova su doppio disco per la band… facendo esplodere la voglia di “Motorpsycho” un po’ in tutto il mondo.Varcato il nuovo millennio sono tre le proposte pop: Let them eat cake (2000), Phanerothyme (2001) e It’s a love cult (2002), dove sperimentano un’armonia sulla nuova struttura melodica di canzoni minimali con articolati intrecci orchestrali per archi e fiati, disegnando così nuovi confini tra la musica popolare e il rock colto. Dal 2006 i Motorpshyco sganciano i freni e si gettano in studio a capofitto, con la voglia di creare dischi che possano omaggiare le passioni musicali che hanno caratterizzato la loro giovinezza; degne di nota sono Little lucid moments del 2008 e Heavy metal fruit del 2010, il loro album più nebuloso. Risale invece al 2016, al termine del tour Here be monster, la dipartita di Kenneth Kapstad dal gruppo, ed il 2 gennaio del 2017 l’annuncio sulla loro pagina ufficiale dell’entrata del batterista svedese Tomas Jarmir come terzo membro della band. Escono nel 2017 e nel 2019 gli album The tower, un po’ deludente, e The crucible, “amarcord” dei loro tempi migliori, con tre brani lunghi che da soli riassumono la storia del rock e che strizzano l’occhio, in maniera evidente, alle sonorità dei favolosi King Krimson.Il doppio album The all is One atteso nella primavera del 2020 e poi posticipato a causa della pandemia di COVID, viene pubblicato in agosto.Sfumo questa breve panoramica invitando i pochi a cui magari son sfuggiti ad avvicinarci l’orecchio, certo che il calore del Nord colpirà anche voi… buon ascolto. leggi anche… La Top Five entra in Crisi – Le Magnifiche 5 scelte dai nostri redattoriMagazine15 Minuti al posto della Luna Scott HalpinMagazineNonsoloclassica – Consigli per l’ascolto: Stefano Bollani con il Danish TrioMagazinePrima del Diluvio David CrosbyMagazine Go back to WEZ!!! Gli Ultimi Articoli Francesco De Gregori, il Principe sopra le nuvole. 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Il numero si riferisce al capitolo. 171 Prese la sua chitarra ed accennò ad un ritmo di Sigiriglia ed ecco che quella casalinga Andalusa che ci era seduta davanti e ci aveva parlato come una madre di casa stanca ed indaffarata operò un’incredibile metamorfosi. Lasciò scivolare sul tavolo il cucchiaio e la scodella dove due tuorli d’uovo, rassegnati ormai ad essere rimescolati, tirarono un sospiro di sollievo, mentre un pezzo di peperoncino scivolava furtivo dalla tavola. La donna alzò una gamba e batté fortemente il piede sull’impiantito, mentre le dita schioccavano in alto dalla parte opposta. Le braccia cominciavano ad arcuarsi ed a girare lentamente ed il viso scolorito ed invecchiato anzitempo dal grigiore delle nebbie svizzere, riacquistava come per incanto la freschezza giovanile e le armoniche forme mediterranee. Con gli occhi infiammati come quelli di una leonessa che sta per gettarsi sulla preda, ecco che iniziò dunque la danza, ed i suoi movimenti trasformavano a vista d’occhio il suo corpo grassoccio e pesante in qualcosa di leggiadro ed allo stesso tempo forte e austero, mentre la sua figura che fino ad allora era stata l’impersonificazione della moglie rassegnata e fedele, riacquistò ogni sorta di malizia. Quello che più ci colpiva era il contrasto tra i leggiadri e gentili movimenti delle braccia e la forza e la violenza con cui i suoi piedi percuotevano l’impiantito creando l’incredibile sensazione di una persona che si staccava in due parti: l’una raggiungeva vette inaccessibili di ideali e armoniche perfezioni, l’altra penetrava nei misteriosi abissi per ricongiungersi con le più arcaiche radici e trarne la primordiale linfa vitale. L’eccitazione portò tutti i presenti a partecipare a quella danza, se non altro con lo sguardo! Il suo corpo roteò ancora per qualche minuto mentre il viso era ormai rosso come il peperoncino che era scappato dalla tavola. L’odore delle sue ascelle, mentre le sue braccia si univano e si intrecciavano, si mescolava con i suoni e con il ritmo che era passato ora ad una bouleria: i suoi fianchi larghi che si muovevano in armonica contrapposizione ai suoi seni, le cosce che apparivano e sparivano a seconda degli accordi ogni qualvolta la sua mano tirava la sottana per fare un giravolta, i tuorli d’uovo che ci guardavano dal tavolo, il peperoncino per terra, un pezzo di pecorino manchego sulla madia ed una bottiglia di vino aperta poco prima, tutto formò un’atmosfera magica e sensuale e quella donna “normale”, divenuta speciale, bellissima, regalava la sua bellezza e la sua sensualità a tutti attraverso la danza. 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